A questo governo non importa del Sud e a Platì lo dimostra

Ales­sia Can­di­to Corrieredellacalabria.it PER QUESTO gover­no la lot­ta alla ndran­ghe­ta non è una prio­ri­tà, ma uno slo­gan. Vuo­to. Come vuo­te sono le misu­re adot­ta­te per ten­ta­re quan­to meno di infa­sti­di­re quei clan che da tem­po si sono man­gia­ti il futu­ro di que­sto Pae­se. Come vuo­te sono paro­le, atteg­gia­men­ti e ini­zia­ti­ve di poli­ti­ci loca­li e aspi­ran­ti tali, che nel lim­bo del “con­tra­sto ma non trop­po” tro­va­no ter­re­no fer­ti­le per col­ti­va­re il pro­prio per­so­na­le orti­cel­lo. Non si può dedur­re altro dal­la squal­li­da bana­liz­za­zio­ne del­le futu­re ammi­ni­stra­ti­ve a Pla­tì, roc­ca­for­te sto­ri­ca del­la ndran­ghe­ta del­la Locri­de, oggi deru­bri­ca­ta al ran­go di case histo­ry moti­va­zio­na­le da con­ven­tion azien­da­le anni Ottan­ta. Ma la ndran­ghe­ta è una cosa seria e la lot­ta alla ndran­ghe­ta una cosa anco­ra più seria, che meri­ta –per i mor­ti che è costa­ta e i vivi che quo­ti­dia­na­men­te ci si sacri­fi­ca­no – quan­to meno serie­tà. E rispet­to. Ma non c’è nes­sun rispet­to per la Cala­bria e per i cala­bre­si che ogni gior­no pro­va­no a tene­re la ndran­ghe­ta lon­ta­na dal­le pro­prie esi­sten­ze, nel pen­sa­re di poter strap­pa­re alle ndri­ne una del­le loro roc­ca­for­ti sto­ri­che con una can­di­da­tu­ra cata­pul­ta­ta dall’alto e buo­na solo per strap­pa­re tito­li di gior­na­le.

annarita leonardi mario oliverio Non c’è rispet­to per la Cala­bria e per i cala­bre­si che ogni gior­no ten­ta­no di costrui­re qual­co­sa in un deser­to di oppor­tu­ni­tà dove i ser­vi­zi mini­mi essen­zia­li sono un mirag­gio paga­to a caro prez­zo e i dirit­ti diven­ta­no un favo­re, nel pro­por­re un’operazione di fac­cia­ta come solu­zio­ne a un vul­nus demo­cra­ti­co ormai dive­nu­to feri­ta sto­ri­ca. Non c’è rispet­to per i cit­ta­di­ni di Pla­tì, quel­li che in silen­zio han­no pro­va­to a resi­ste­re e lot­ta­re, quel­li che maga­ri sono par­ti­ti per non pie­gar­si e ades­so si vedo­no trat­ta­ti come sud­di­ti, inca­pa­ci di gover­nar­si, dun­que neces­sa­ria­men­te da com­mis­sa­ria­re. Per la clas­se poli­ti­ca che abi­ta que­sti ter­ri­to­ri non è un pro­ble­ma. Del resto, sono o sono sta­te com­mis­sa­ria­te la sani­tà, il ciclo dei rifiu­ti, pic­co­li e gran­di cen­tri e per­si­no una serie di par­ti­ti, non ulti­mo il Pd. Ma per chi vive que­sti ter­ri­to­ri, per chi la ndran­ghe­ta la paga quo­ti­dia­na­men­te sul­la pro­pria pel­le in ter­mi­ni di futu­ro nega­to, liber­tà coar­ta­ta, di rischio tan­gi­bi­le, con­cre­to, la stra­te­gia del Pd cala­bre­se per Pla­ti glo­ri­fi­ca­ta dal­la piaz­za­ta di Ren­zi alla Leo­pol­da è un insul­to. E la cosa ancor più gra­ve è che a per­met­ter­gli – esta­sia­ta – di far­lo è sta­ta una gio­va­ne cala­bre­se che aspi­re­reb­be a rap­pre­sen­ta­re i suoi con­ter­ra­nei. Da tem­po Anna Rita Leo­nar­di sgo­mi­ta den­tro e fuo­ri il par­ti­to per crear­si il pro­prio per­so­na­lis­si­mo posto al sole. Ci ha pro­va­to con buo­na lena – ma inva­no – l’anno scor­so alle ammi­ni­stra­ti­ve di Reg­gio Cala­bria, ci ha pro­va­to – e ha rego­lar­men­te infor­ma­to i suoi fol­lo­wer sui social a col­pi di sel­fie – all’interno del Pd, ci sta ripro­van­do ades­so a Pla­tì. Ma è una mos­sa che non le fa ono­re. Non è un atto di corag­gio. È un gio­chet­to mio­pe e gret­to che si i inscri­ve a pie­no tito­lo nel cor­po­so libro dei tra­di­men­ti che que­sta ter­ra è perio­di­ca­men­te costret­ta a sop­por­ta­re.

plati annarita leonardiDa decen­ni – sto­ri­ca­men­te, alme­no dai tem­pi del pac­chet­to Colom­bo – i cala­bre­si sono sta­ti costret­ti a vede­re i pro­pri poli­ti­ci barat­ta­re le spe­ran­ze del pro­prio ter­ri­to­rio in cam­bio di car­rie­re per­so­na­li. Nel frat­tem­po, la ndran­ghe­ta applau­di­va, paga per l’ennesima vol­ta di non ave­re alcun fasti­dio. I clan san­no per­fet­ta­men­te che le tele­ca­me­re resta­no acce­se solo un po’, le pas­se­rel­le pri­ma o poi ven­go­no spo­sta­te e loro pos­so­no con­ti­nua­re a gover­na­re con pugno di fer­ro in guan­to non sem­pre di vel­lu­to una ter­ra a cui que­sto Sta­to ha rinun­cia­to. E da tem­po. Cer­to, nei discor­si uffi­cia­li – a bre­ve arri­ve­rà anche quel­lo solen­ne di Capo­dan­no – la lot­ta alle mafie è una prio­ri­tà asso­lu­ta. Nel frat­tem­po, nel silen­zio del­le aule del­le com­mis­sio­ni par­la­men­ta­ri si sman­tel­la­no i codi­ci, si deci­de o si age­vo­la lo sman­tel­la­men­to del­le pro­cu­re, si fan­no orec­chie da mer­can­te ai con­si­gli legi­sla­ti­vi e non di quei magi­stra­ti che in pri­ma linea ci stan­no dav­ve­ro, si per­do­no o si dimen­ti­ca­no le richie­ste dispe­ra­te di uomi­ni e mez­zi che arri­va­no da ter­ri­to­ri come quel­lo di Reg­gio Cala­bria, dove anno dopo anno, l’inaugurazione dell’anno giu­di­zia­rio è un cahiers de doléan­ces per magi­stra­ti sep­pel­li­ti da fasci­co­li, can­cel­lie­ri allo stre­mo, gip e tri­bu­na­li sull’orlo dell’esaurimento ner­vo­so, uomi­ni del­le for­ze dell’ordine insuf­fi­cien­ti per fron­teg­gia­re un’emergenza che da anni è abbon­dan­te­men­te annun­cia­ta. Ma non impor­ta a nes­su­no. Non impor­ta alla poli­ti­ca nazio­na­le che disin­ne­sca ogni ten­ta­ti­vo di met­te­re in peri­co­lo i capi­ta­li del­le mafie – gia­ce abban­do­na­ta in qual­che cas­set­to roma­no la pro­po­sta di taglia­re fuo­ri dagli appal­ti pub­bli­ci qua­lun­que impre­sa che abbia uno o più pie­di­ni in un para­di­so fisca­le blin­da­to – e gelo­sa nascon­de anco­ra i segre­ti sul­le trat­ta­ti­ve con lo Sta­to che dal­la sta­gio­ne dei seque­stri in poi han­no reso la ndran­ghe­ta così for­te. Non impor­ta ai poli­ti­ci loca­li, che pos­so­no limi­tar­si a misu­re di fac­cia­ta che non met­ta­no in discus­sio­ne il “quie­to vive­re” con i clan, sal­vo poi a tur­no dichia­rar­si “scon­vol­ti ma cer­ti di poter affer­ma­re la pro­pria asso­lu­ta estra­nei­tà” quan­do que­sta o quel­la inchie­sta ne sve­la le ami­ci­zie peri­co­lo­se con uomi­ni del­le ndri­ne. Impor­ta però ai cala­bre­si. A chi è rima­sto, a chi è tor­na­to, a chi si è inte­star­di­to e non vuo­le anda­re via, a chi rim­pian­ge di non voler­lo fare. A chi non si ras­se­gna alle veri­tà nega­te, alle ver­sio­ni uffi­cia­li.

A chi anco­ra chie­de per­ché nei cesti­ni di piaz­za del­la Log­gia c’era l’esplosivo del­la Lau­ra C e per­ché la Lega abbia scel­to i cana­li di rici­clag­gio del clan De Ste­fa­no per crea­re i pro­pri fon­di neri, a chi si inter­ro­ga sul vero signi­fi­ca­to del­la sta­gio­ne dei seque­stri come sul­la peso del­la liqui­di­tà cri­mi­na­le nel siste­ma ban­ca­rio ita­lia­no, a chi pre­ten­de anco­ra veri­tà sul­la mor­te dei cin­que anar­chi­ci del sud e sul signi­fi­ca­to di Expo e di altri even­ti e gran­di ope­re. A chi anco­ra vuo­le anco­ra sape­re per­ché la Cala­bria è sta­ta sven­du­ta. In teo­ria, sono que­ste le doman­de che dovreb­be­ro orien­ta­re l’azione di ogni poli­ti­co cala­bre­se che si pro­pon­ga di com­bat­te­re le ndri­ne, ma è pro­ba­bi­le che mol­ti non ne intui­sca­no nean­che il nes­so. E non a caso alle doman­de dei cala­bre­si con­ti­nua a rispon­de­re sol­tan­to l’eco del­le pro­prie voci.