Agguato avvolto nel mistero. Dal movente al tipo di ordigno: le incognite del caso

Giuseppe Mazzeo Quotidiano del Sud VIBO VALENTIA – Ipotesi tante, certezze nessuna. Anzi, una sola: la sproporzione tra un agguato con autobomba (enorme) e la caratura criminale delle vittime (nulla). Il giorno dopo regnano interrogativi e dilemmi a Limbadi, dove l’altro ieri pomeriggio un ordigno ha fatto saltare in aria Matteo Vinci, 42 anni, e ferito gravemente il padre Francesco, 73 anni, attualmente ricoverato in un centro specializzato in ustioni di Palermo. Il mezzo si trovava parcheggiato in località “Cervolaro”, i due, padre e figlio, erano nella loro campagna. Al rientro, saliti in auto, la deflagrazione. Francesco Vinci è riuscito a rotolarsi fuori dall’auto, spegnendo il fuoco che lo stava bruciando. Per Matteo – informatore farmaceutico da poco laureato in Biologia – non c’è stato scampo. Nel frattempo la titolarità dell’indagine è passata alla Procura antimafia di Catanzaro, che ha delegato i carabinieri del Reparto operativo di Vibo e della Compagnia di Tropea per lo svolgimento delle indagini. Già nella stessa giornata di lunedì uno dei magistrati della Dda, Andrea Mancuso, si era recato sul luogo dell’attentato, affiancando il sostituto di turno della Procura della Repubblica di Vibo Valentia, Ciroluca Lotoro, che ha gestito gli atti urgenti relativi all’indagine sull’attentato.

L’intervento della Dda di Catanzaro, che comunque, nell’ambito del rapporto di collaborazione tra i due uffici, si avvarrà della collaborazione della Procura di Vibo Valentia, è motivato da quella che viene considerata una chiara matrice mafiosa dell’attentato, anche se il movente è ancora tutto da decifrare. Si tratta anche di capire il motivo per il quale chi voleva uccidere Matteo Vinci ed il padre, riuscendo però ad eliminare soltanto il primo, abbia voluto mettere in atto un’azione così eclatante con l’utilizzo di una bomba anziché optare per il classico, seppur ugualmente sciagurato, agguato con armi da fuoco. Come detto, sono numerosi gli interrogativi a cui dare una risposta. A cominciare dal tipo di ordigno e da come è stato azionato. Un dato acquisito alle indagini è che la bomba per l’attentato sia stata collocata sotto la Ford Fiesta sulla quale viaggiavano Matteo Vinci ed il padre. Ma come è stato fatto scoppiare? L’ipotesi che su questo specifico punto dell’indagine viene presa maggiormente in considerazione dagli investigatori è quella di un radiocomando a distanza. Ma non si esclude neppure quella di un timer. In ogni caso, si fa rilevare negli ambienti investigativi, si è trattato di un lavoro compiuto da professionisti e che denota l’elevato livello criminale di chi ha progettato l’uccisione dei due. Persone non considerate legate alla ndrangheta, ma che, presumibilmente, erano finite nel mirino di esponenti di primo piano della criminalità organizzata del Vibonese.

Ad ogni modo, la pista maggiormente seguita dagli inquirenti sembra essere quella della contesa con elementi della cosca Mancuso sulla delimitazione dei confini di alcuni terreni e le pressioni che sarebbero state esercitate dallo stesso gruppo criminale per la cessione di alcuni fondi. Ad avvalorare questa ipotesi sono i contrasti che erano in corsoda tempo tra i due gruppi familiari, sfociati prima in una rissa nel 2014 finita con sei arresti e poi in un’aggressione ai danni di Francesco Vinci, appena qualche mese fa, che finì in terapia intensiva. Si continua ad indagare, dunque, per venire a capo di un evento che ha fatto ripiombare Limbadi al centro delle tristissime cronache nazionali.

 

Dalla rissa del 2014 all’arresto di lunedì sera

LIMBADI – Non hanno avuto dubbi su chi andare a “visitare” per primo. I carabinieri, dell’immediatezza dei fatti lunedì sera, nell’ambito di alcune perquisizioni, hanno bussato alla porta di Domenico Di Grillo, 71 anni, marito di Rosaria Mancuso che è sorella di alcuni dei capi storici dell’omonimo clan di ndrangheta. A casa di Di Grillo i militari dell’Arma – guidati dai maggiori Valerio Palmieri e Dario Solìto – hanno trovato un fucile e 46 cartucce e per questo l’hanno tratto in arresto per la detenzione abusiva del materiale. È proprio con la famiglia Di Grillo-Mancuso che i Vinci hanno da sempre avuto contrasti per questioni di limiti sui terreni. In un’occasione quei contrasti si tramutarono in una vera e propria rissa a colpi di bastoni e forconi, che finì con l’arresto di sei persone: tre da una parte, ovvero Francesco e Matteo Vinci, e la madre di quest’ultimo Rosaria Scarpulla; e tre dall’altra: Di Grillo, la Mancuso e la loro figlia all’epoca 25enne.

Provvidenziale, per scongiurare altre sciagure già allora, si rivelò l’intervento dei carabinieri, con un militare che rimase addirittura ferito. Inevitabile che i carabinieri abbiano pensato proprio a quell’episodio come prima ipotesi, valutando un eventuale collegamento tra i fatti. Nessuna pista – è bene chiarire – ha il crisma ell’ufficialità. Si tratta di ipotesi, nessuna esclusa, che finché non emergono indizi e prove concrete, rimarranno tali. Quella del 2014, comunque, non è stata l’unica rissa salita agli onori delle cronache.

In un’altra occasione sempre Francesco Vinci fu violentemente aggredito da altre persone – non è chiaro se ancora dai coniugi Di Grillo – che, dopo averlo minacciato con una pistola, lo ridussero talmente male da rendere necessario un ricovero in terapia intensiva. Vinci fu colpito da bastonate che gli provocarono inoltre la rottura di alcuni denti. Una situazione dunque al limite già da diverso tempo, per una fetta di terreno in località “Cervolaro” che ha segnato la fine della pace per la famiglia Vinci.

 

Gli inquirenti: «La risposta dello Stato sarà forte»

LIMBADI – La matrice appare chiaramente mafiosa, perché un omicidio così eclatante non è opera di cani sciolti. È opera di «professionisti ». Ne sono certi gli inquirenti impegnati a fare luce su quanto accaduto lunedì a Limbadi. Anche il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giovanni Bombardieri, ha voluto rilasciare una dichiarazione, che vorrebbe anche gettare una speranza in braccio ai cittadini onesti, sconvolti per il gravissimo episodio. «Quello che è accaduto – ha spiegato il magistrato – è sicuramente grave, ma la risposta dello Stato sarà forte. Già dal primo momento – ha aggiunto Bombardieri – i colleghi della Dda di Catanzaro e i carabinieri hanno esaminato tutta la vicenda.

Per quanto riguarda il movente, non facciamo interpretazioni. Stiamo valutando tutti gli aspetti di quanto è accaduto, compreso quello della controversia legata a questioni di vicinato con persone imparentate col clan Mancuso». Bombardieri ha presieduto una riunione per fare il punto sulle indagini cui ha partecipato il prefetto di Vibo Valentia, Guido Longo, che nelle ore immediatamente successive all’attentato aveva convocato il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica per fare il punto sulle indagini e tracciare un primo bilancio di quanto accaduto. «Le forze dell’ordine – ha detto Longo – stanno lavorando col massimo impegno per fare luce su un fatto che è di una gravità inaudita». Un fatto che ha  letteralmente sconvolto la comunità, e che sta tenendo impegnate le forze dell’ordine ai massimi livelli.

 

L’avvocato De Pace chiede «funerali di Stato per Matteo»

LIMBADI – «Il vile atto stragistico che nel pomeriggio di ieri, a Limbadi ha provocato la morte del giovane Matteo Vinci e il ferimento grave del padre Francesco, non è un fatto di cronaca. È un fatto terroristico mafioso. Un attentato alla collettività generale, del carattere e della portata più pesante di quanto non siano state le stragi di mafia degli ultimi decenni», Esordisce così l’avvocato Giuseppe De Pace, legale della famiglia Vinci, in un comunicato diramato ieri sul grave attentato del 9 aprile perpetrato in località Cervolaro. «Se nell’immaginario collettivo – afferma – l’attacco a esponenti di punta dello Stato si proietta in una dimensione altra e distante, la strage di Limbadi entra nella carne viva, popolare, della collettività: perché una famiglia mite, sobria, anonima, nella quale oggettivamente tutti ci identifichiamo, è stata massacrata dalla violenza mafiosa, che ha voluto scolpire in modo indelebile il messaggio de te fabula narratur (è di te che si parla in questa favola).

Giacché di questo si tratta. Una semplice famiglia di modesti lavoratori cercava, aggrappandosi alla giustizia, di difendere i propri pochi beni dalla famelica aggressività mafiosa: una condotta di lesa maestà che un quisque de populo, agli occhi di certi “circoli”, non può osare di mettere in atto. Come il modesto imprenditore, Libero Grassi, negli ultimi decenni del ‘900 in Sicilia, Matteo Vinci è il resistente del nostro tempo alla protervia mafiosa. Il Presidente della Repubblica, il ministro degli Interni, devono dare segnali forti contro il potere e il sistema mafioso. A nome della famiglia Vinci, e della comunità, chiedo – conclude De Pace – che si celebrino a Limbadi i funerali di Stato. Questo il comunicato dal legale diramato, come riferito, nella giornata di ieri. Comunque lo abbiamo personalmente sentito telefonicamente ed ha voluto puntualizzare, tra le altre cose, come «qualcuno abbia tentato in queste ore di far passare il messaggio che il povero Matteo stesse trasportando lui dei materiali esplosivi.

Così ragionando – ha tuonato De Pace – non possiamo escludere che siano emerse dal ventre della terra chissà quali forze, o inventare altre favole» E’, altresì, utile riportare alcune dichiarazioni rilasciate dalla madre di Matteo Vinci, Rosaria Scarpulla, alla Rai. «In questi anni – ha riferito – abbiamo subito soprusi di ogni genere da parte della famiglia Mancuso, che voleva a tutti i costi un nostro terreno confinante con il loro. Lottiamo da anni per difendere quelli che sono i nostri diritti. Ma queste persone sono inferiori a noi e non meritano niente». La signora Scarpulla ha, quindi, esternato la ferma «volontà di non cedere mai e di non aver paura. Ed a questo punto lo faremo anche per onorare la memoria di nostro figlio Matteo».

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