Amantea, due minorenni tra gli “schiavi”. «Lavoravano anche loro dieci ore al giorno per guadagnare 30 euro»

Guido Scarpino Quotidiano del Sud AMANTEA – In mezzo agli “schiavi” di origine indiana che sarebbero stati sfruttati dai fratelli Ciommo Arlia presso i campi di Amantea, pare ci fossero anche due minorenni, di 14 e 15 anni, impiegati a raccogliere ortaggi per dieci ore al giorno e retribuiti a 30 euro a giornata. E’ quanto sostengono gli extracomunitari sentiti a sommarie informazioni dai militari della Compagnia di Paola nell’ambito dell’inchiesta che, l’altro ieri, ha portato agli arresti domiciliari i fratelli Arlia Ciommo: Francesco di 41 anni e Giuseppe di 48 anni, proprietari di un’Azienda Agricola della zona. La tesi accusatoria alla base del blitz di due giorni addietro, dopotutto, si fonda quasi esclusivamente sulle confessioni dei migranti sfruttati, coerenti tra loro nel formulare l’accusa a carico dei due imprenditori amanteani i cui beni del valore di circa due milioni di euro sono stati sequestrati dal Giudice del tribunale di Paola, Maria Grazia Elia, su richiesta del magistrato Anna Chiara Fasano della locale Procura della Repubblica, diretta da Pierpaolo Bruni. “Vi erano altri quattro lavoratori di origine indiana che oltre a percepire la somma di 30 euro vivevano in un capanno all’interno delle serre”, hanno raccontato ai carabinieri Sowe Samba ed i suoi connazionali, principali accusatori dei fratelli Ciommo Arlia.

“Questi cittadini – hanno aggiunto a verbale – sono tutti e quattro maschi: due adulti e due minorenni, credo di circa 14 anni e tutti e quattro svolgevano la nostra stessa attività per le stesse ore lavoratori”. Un collega bracciante agricolo è ancora più chiaro. Ecco cosa riferisce ai carabinieri: “Credo che due degli indiani che vi ho indicato prima fossero minorenni, credo di 14 o al massimo 15 anni ed anche loro lavoravano dieci ore al giorno”. Secondo le informazioni assunte dagli inquirenti, pare ci fossero un centinaio di lavoratori in nero, sfruttati, in mezzo a quei campi, tra cipolle e fagiolini. Ma questi dati sono in fase di ulteriore riscontro in quanto, appena si è appreso che sul posto stavano arrivando gli ispettori del lavoro ed i militari dell’Arma, i “caporali” avrebbero mandato via tutti. Le indagini, ad ogni modo proseguono e, comunque, domani dovrebbe tenersi l’interrogatorio di garanzia dei due arrestati. Gli imprenditori amanteani sono accusati d’aver impiegato in nero i “rifugiati” – principalmente provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal e Guinea Bissau e residenti all’interno del Centro di accoglienza “Ninfa Marina”, unitamente ad altra manovalanza proveniente da Romania e India – per coltivare i terreni di proprietà, provvedere al raccolto degli ortaggi ed eseguire altri lavori poco dignitosi. I due fratelli, al fine di non destare sospetti, prelevavano gli extracomunitari in una stradina parallela del centro di accoglienza per portarli a lavorare presso la propria Azienda agricola (dalle ore 7 fino alle ore 17). Al termine dei turni, gli “esuli” venivano trasferiti nuovamente al “Ninfa Marina”, mentre i restanti lavoratori dormivano in alcune baracche fatiscenti messe a disposizione dai due indagati. La loro paga veniva corrisposta in base al colore della pelle. In particolare, i “bianchi” avevano diritto a 30/35 euro, mentre gli africani a 25 euro. Si tratta di retribuzione palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali e territoriali.

La manodopera veniva altresì impiegata in violazione della normativa in materia di sicurezza ed igiene sul luogo di lavoro, fornendo ai lavoratori coltelli, zappe e ceste ed omettendo di adoperare strumenti di sicurezza adeguato alla tipologia di lavoro (guanti, carrelli per la raccolta). Gli operai venivano quindi costretti a condizioni degradanti, ossia a sorveglianza continua e pressante nei campi, spronandoli con frasi minacciose. Secondo la testimonianza degli extracomunitari, vittime di quanto accaduto ad Amantea, i due fratelli Ciommo Arlia li minacciavano continuamente di denunciarli tramite un terzo fratello, fantomatico poliziotto, facendo perdere loro la possibilità di ottenere il visto per restare in Italia. In virtù di ciò, gli operai creditori di somme di denaro verso i datori di lavoro, decidevano di non rivendicare più le spettanze per il timore di perdere ogni diritto di restare in Italia. Ai due Ciommo Arlia, peraltro, la procura della Repubblica di Paola contesta d’aver agito consumando discriminazione raziale a danno dei braccianti agricoli, con particolare riferimento ai lavoratori di colore, costretti a guadagnare ancora meno dei loro colleghi stranieri a causa del colore della pelle. Sulla vicenda amanteana sull’ennesimo caso di caporalato, in Calabria, era intervenuto il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina: «Quanto scoperto in Calabria lascia sgomenti», aveva affermato a mezzo stampa. Aggiungendo: «Lo sfruttamento del lavoro con l’aggravante della discriminazione razziale e’ intollerabile sotto ogni punto di vista. Ringrazio le forze dell’ordine per il forte lavoro di contrasto all’inaccettabile piaga del caporalato in agricoltura. Casi come questo dimostrano ancora una volta quanto fosse necessaria la nostra legge per tutelare ovunque e prima di tutto la dignità e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli».

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