Ancora polemiche dopo "Le nozze di Laura". Pupi Avati: "Non girerò più in Calabria"

Fran­co Mau­rel­la Ilquotidianoweb.it

E’ UN Pupi Ava­ti for­te­men­te ama­reg­gia­to, delu­so «per non sen­tir­si capi­ti» quel­lo che ci rispon­de, con gran­de cor­dia­li­tà, al tele­fo­no. Da subi­to evi­den­zia «l’enorme dolo­re» arre­ca­to­gli con le cri­ti­che sul film gira­to a Roc­ca Impe­ria­le e nell’Alto Jonio “Le noz­ze di Lau­ra” e la mor­ti­fi­ca­zio­ne subi­ta per esse­re sta­to ogget­to «di mali­gni­tà ed insul­ti».

«Alla Cala­bria sca­bra e osti­le che fa da sfon­do al film dram­ma­ti­co e ance­stra­le Ani­me Nere, abbia­mo con­trap­po­sto, sen­za alcun inten­to pole­mi­co, la visio­ne di una ter­ra capa­ce di pro­dur­re il gran­de mira­co­lo dell’integrazione attra­ver­so l’amore. Una ter­ra che ha gene­ra­to Gesù, la sua mam­ma, i suoi pri­mi apo­sto­li». E’ que­sta la chia­ve di let­tu­ra al film che il Mae­stro invo­ca e non «una gene­ra­liz­za­zio­ne a fare del film uno sta­to socio­lo­gi­co del­la Cala­bria».

Lei par­la di mali­gni­tà ed insul­ti da par­te di gen­te cala­bre­se che inve­ce la ha ado­ra­ta. Cosa non ha fun­zio­na­to nel rap­por­to a film con­clu­so?

«L’affetto smi­su­ra­to nei riguar­di dell’essere uma­no che que­sta nostra sto­ria fa emer­ge­re e che si espli­ci­ta nel­la gran­de sce­na fina­le, dove­va risul­ta­re suf­fi­cien­te a inor­go­gli­re l’intera col­let­ti­vi­tà. La sen­sa­zio­ne che ci ha accom­pa­gna­ti dal momen­to dei sopral­luo­ghi al con­clu­der­si del­le ripre­se era quel­la di aver tro­va­to nel­la vostra ter­ra non solo la bel­lez­za dei luo­ghi ma la bel­lez­za del­la gen­te. Un calo­re uma­no che ci ha accom­pa­gna­ti come ven­to bene­fi­co fino al con­clu­der­si del­la nostra nar­ra­zio­ne».

Quin­di per lei le cri­ti­che al film sono pre­te­stuo­se?

«Era­va­mo e sia­mo, così orgo­glio­si del risul­ta­to da far si che con­si­de­ria­mo le Noz­ze di Lau­ra come il rac­con­to più riu­sci­to, più pro­fon­do, sacra­le, dell’intero nostro rap­por­to con Rai Fic­tion. L’aver otte­nu­to, mal­gra­do la col­lo­ca­zio­ne così poco tele­vi­si­va (al cen­tro del week end dell’Immacolata con oltre sei milio­ni di nostri con­na­zio­na­li fuo­ri casa) un risul­ta­to in ter­mi­ni di ascol­to che ha sba­ra­glia­to la con­cor­ren­za, avreb­be dovu­to spaz­za­re via ogni per­ples­si­tà. Quel­la not­te il mix Vangelo\Calabria ha stra­vin­to!».

La cri­ti­ca più aspra è al per­so­nag­gio di Lau­ra, rite­nu­to ste­reo­ti­po di una ragaz­za cala­bre­se inge­nua ed igno­ran­te.

«Con il film ha final­men­te vin­to la sto­ria di una ragaz­za di scar­sa avve­nen­za che pre­ten­de la sua sto­ria d’amore, che cre­de all’impossibile. Lau­ra è un per­so­nag­gio tene­ro ed inge­nuo che, come in altri miei film, incar­na un per­so­nag­gio di gran­de can­do­re».

Ritor­no d’immagine. Secon­do chi la ha cri­ti­ca­ta, Chec­co Zalo­ne ha meglio rap­pre­sen­ta­to la Puglia di quan­to lei abbia fat­to con que­sto lem­bo di Cala­bria.

«Chi ci deni­gra com­pa­ran­do il nostro rea­li­smo magi­co ai film di Chec­co Zalo­ne, nei riguar­di del qua­le pro­via­mo tut­ta la sim­pa­tia pos­si­bi­le, dovreb­be far­si sot­to­por­re a un test atti­tu­di­na­le. Gli rive­le­reb­be la sua asso­lu­ta ina­de­gua­tez­za cul­tu­ra­le e men­ta­le all’incarico di così alta respon­sa­bi­li­tà che rico­pre».

Altra cri­ti­ca, il dia­let­to par­la­to dal papà di Lau­ra e da altri per­so­nag­gi mino­ri. Non è quel­lo dell’Alto Jonio cosen­ti­no.

«Sia­mo abi­tua­ti a guar­da­re i film ame­ri­ca­ni mala­men­te dop­pia­ti e sot­ti­liz­zia­mo sul dia­let­to par­la­to dal padre di Loren­zo. Nei film di Fel­li­ni, ambien­ta­ti in Roma­gna come Amar­cord, il dia­let­to par­la­to non era cer­to roma­gno­lo puro. E nes­su­no se ne è mai lamen­ta­to».

Han­no defi­ni­to il suo film ses­si­sta.

«Le vicen­de di Lau­ra han­no por­ta­to final­men­te in tele­vi­sio­ne, in pri­ma sera­ta su Rai uno, il dolo­ro­so per­cor­so che una ragaz­za non bel­la è costret­ta a com­pie­re per rita­gliar­si un sua por­zio­ne di feli­ci­tà. Cre­do che non abbia­mo mai rea­liz­za­to una sto­ria di così tota­le vici­nan­za alla don­na. Cre­do che il corag­gio di non ricor­re­re alle Miss o agli eroi del Gran­de Fra­tel­lo sia sta­to pre­mia­to. So per cer­to che miglia­ia di Lau­ra in tut­ta Ita­lia han­no pal­pi­ta­to con lei, iden­ti­fi­can­do­si, auspi­can­do quel lie­to fine che solo a ridos­so dei gran­di, pro­tet­ti­vi agru­me­ti del­la vostra regio­ne, ci è par­so pos­si­bi­le».

Nono­stan­te le cri­ti­che, tor­ne­reb­be a gira­re in Cala­bria?

«Sicu­ra­men­te ci sareb­be­ro sta­te altre rica­du­te posi­ti­ve ma alla luce di que­ste pole­mi­che mi è pas­sa­ta la voglia e cre­do che anche i miei col­le­ghi ci pen­se­ran­no due vol­te pri­ma di gira­re in Cala­bria».

Pro­prio non rie­sce a man­da­re giù le cri­ti­che?

«Nel­la nostra cin­quan­ten­na­le espe­rien­za cine­ma­to­gra­fi­ca non ci era mai acca­du­to di leg­ge­re una rifles­sio­ne su un nostro film così infan­ti­le e mode­sta sia nei con­te­nu­ti che nel­la for­ma come quel­la redat­ta da un grup­po di vete­ro­fem­mi­ni­ste di non so dove. Di fron­te a una pro­po­sta nar­ra­ti­va di que­sto spes­so­re era­va­mo pre­pa­ra­ti a tro­va­re chi non avreb­be com­pre­so tut­to, acca­de alle cose cul­tu­ral­men­te ambi­zio­se, ma non ci sarem­mo mai aspet­ta­ti di subi­re un attac­co da par­te di chi non ha capi­to asso­lu­ta­men­te nien­te. E temo per loro in tota­le buo­na­fe­de».

Da Roc­ca Impe­ria­le il sin­da­co Giu­sep­pe Ranù ed altri han­no dife­so a spa­da trat­ta il film.

«Ai nuo­vi ami­ci di lì che ci han­no spes­so con­fi­da­to il sen­so di pro­fon­do iso­la­men­to che avver­to­no nei riguar­do del pae­se, il timo­re di non gode­re del­la visi­bi­li­tà che altre regio­ni maga­ri con­ti­gue, sug­ge­ri­sco di riflet­te­re su que­sta nostra vicen­da. E’ sen­za alcun dub­bio para­dig­ma­ti­ca. Può esse­re assun­ta come esem­pio di quan­to la fai­da inter­na (e tor­nia­mo ad Ani­me Nere) sia da ante­por­re a tut­to, dis­sua­den­do chiun­que dal com­pie­re quel dove­ro­so ten­ta­ti­vo di “boni­fi­ca” del ter­ri­to­rio che noi, con uno sguar­do ester­no e disin­can­ta­to, ave­va­mo avver­ti­to così neces­sa­rio e impro­cra­sti­na­bi­le».