Antimafia: che cosa può imparare la Colombia dall’Italia? Un libro di Cristiano Morsolin

ROMA – Il difficile processo di pacificazione in Colombia ancora ostaggio del narcotraffico e delle mafie, dopo 52 anni di un conflitto che ha ripercussioni anche in Italia, sono al centro del libro “Antimafia andina. Il contributo dell’antimafia sociale e della nonviolenza alla pace in Colombia” che è stato presentato oggi alla Camera dall’autore, Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani in America Latina, da padre Gaetano Mazzoleni, antropologo esperto di Amazzonia e dal deputato del Pd Davide Mattiello, componente della Commissione Antimafia.

Il libro descrive azioni e strategie dell’antimafia che hanno unito la lotta contro la corruzione e le mafie alla difesa dei diritti umani, sociali, economici e culturali, in un ponte tra Colombia e Italia. Viene approfondita anche l’attribuzione del premio Nobel per la pace al presidente della Repubblica Manuel Santos, di cui oggi sono stati illustrati gli indubbi meriti ma la cui azione mostra contraddizioni strutturali legate alla segregazione delle periferie e alle ancora troppo forti diseguaglianze, alla povertà, all’ingiustizia, all’impunità, in un Paese dove è stato calcolato questa arrivi a punte del 95%. Il volume analizza anche la guerra del paramilitarismo con la complicità dello Stato, approfondisce il ruolo della Chiesa Cattolica ed evidenzia le battaglie portate avanti dalle donne dei settori popolari.

“Centinaia di movimenti sociali stanno cercando di lottare per la giustizia – ha raccontato Morsolin – costruire la pace in Colombia è rischioso: solo dall’inizio dell’anno 11 difensori della pace sono stati uccisi e nel 2016 117 leader sociali sono stati eliminati. Chiediamo al Governo italiano di tenere alta l’attenzione sulla Colombia, di sostenere politicamente gli accordi di pace che hanno si contraddizioni, ma sono una esperienza innovativa e di avere un maggiore impegno anche sul tema dei bambini soldato, 18 mila secondo alcuni calcoli, una realtà non lontana dai bambini delle terre di camorra e di ndrangheta italiane”. Padre Mazzoleni ha svelato i retroscena dei suoi contatti con alcuni importanti comandanti delle guerriglie che hanno partecipato ai tavoli dell’Avana e ha spiegato come si stia cercando di portare le coltivazioni di cacao là dove veniva coltivata la cocaina nelle terre dell’Amazzonia. “Anche in Italia saremmo stupidi a pensare che il conflitto di mafia si risolva solo dal punto di vista penale: è un conflitto che riguarda fratture culturali che vanno colmate, come deve esserlo il tema dell’inclusione”, ha detto il deputato attiello, chiudendo l’incontro.

 

 

Azione non violenta e lotta alla mafia: che cosa può imparare la Colombia dall’Italia?

Pino Arlacchi Diversidadenmovimiento.wordpress.com PRIMA DI TUTTO, per definire il fenomeno mafia si può affermare che: La mafia è un potere criminale che si serve della violenza per accumulare ricchezza. È anche un potere territoriale, che estrae risorse da un determinato territorio abolendo drammaticamente i diritti umani. La mafia è un potere parallelo extra-legale nei cui confronti non valgono le garanzie costituzionali. Sarebbe generico dire solo che si tratti di un potere violento, perché anche il potere politico può essere violento, e così quello delle dittature che abolisce i diritti, e anche il potere di certe forme di sfruttamento capitalistico altrettanto disastrose come esito per i diritti. Ma il potere della mafia – delle mafie, perché stiamo parlando ormai di un fatto che non è solo italiano ma mondiale – segue più o meno uno stesso modello. La mafia si garantisce l’impunità attraverso la protezione politica, intimidendo o eliminando gli oppositori, sia nello Stato che nella società. Nello Stato chiunque devia da un certo standard di tolleranza e di lassismo nei confronti delle indagini contro la mafia, viene individuato e colpito, e così, nella società civile, chiunque si batta con determinazione e con sincerità, perché rappresenta comunque un pericolo. Questo è il modo con cui le mafie – più o meno in tutto il mondo – si comportano.

Io ho cominciato a interessarmi a questi problemi nel 1977 e pensavo fossero dei problemi meridionali, italiani, ma poi, andando alle Nazioni Unite, mi sono accorto che avevo trattato un fenomeno che in realtà era mondiale. E gli elementi di tale fenomeno sono, in definitiva, tre: la protezione politica, la cancellazione dei diritti, l’uso della violenza ai fini dell’accumulazione. Questi tre elementi rappresentano proprio il marchio del potere mafioso in tutto il mondo.

Morsolin sottolinea come il percorso intrapreso dall’Italia, è diventato il laboratorio della lotta contro la criminalità transnazionale. Non posso evitare di riferirmi ad episodi di cui sono stato parte attiva. Tra il 1982, data dell’assassinio del generale Dalla Chiesa e del varo delle prime misure di effettivo contrasto della mafia (legge Rognoni-La Torre), e il dicembre 2000, data della Conferenza di Palermo, l’Italia è stata il laboratorio della lotta contro la criminalità transnazionale. Assieme a un gruppo di colleghi e collaboratori che hanno poi proseguito quell’impegno, Giovanni Falcone ha creato una serie di tecnologie giuridiche d’avanguardia, la cui efficacia si è dimostrata micidiale ovunque esse siano state applicate. I pool antimafia, la confisca dei beni, la protezione dei testimoni, l’abolizione del segreto bancario, la specializzazione delle polizie, l’unificazione degli spazi giuridici e l’indipendenza degli uffici investigativi sono alla base della Convenzione di Palermo del 2000 e stanno diventando il linguaggio comune delle polizie e dei pubblici ministeri di tutto il mondo. Concepire tutto ciò nella realtà di venti anni addietro, quando ancora molti si chiedevano se la mafia esistesse davvero, e quando tutti gli altri paesi europei guardavano all’Italia come l’ammalato cronico del continente (oggi il terrorismo, domani la mafia e dopodomani le bombe o la corruzione) equivale a ad una piccola, geniale rivoluzione. Diventata istituzione e orgoglio di tutto il paese. A caro prezzo. E uno dei più cari è stato proprio il sacrificio di Giovanni Falcone (assassinato nel maggio 1992) . Ho lavorato insieme al giudice Giovanni Falcone che per me rimane il riferimento piu’ importante nella lotta antimafia da un punto di vista istituzionale, ma anche il volto visibile di uno Stato presente che non accetta compromessi ma costruisce politiche di governo per sconfiggere il crimine organizzato.

Il colpo che ha dato Giovanni Falcone, insieme con Paolo Borsellino a Cosa Nostra è stato decisivo; la mafia terroristica, la mafia del sangue e della violenza è stata sconfitta, purtroppo però sopravvive sotto forme più insidiose ma ha dovuto rinunciare al suo progetto di sfida diretta allo Stato. Il grande contributo di Falcone e Borsellino per tutta una generazione di magistrati e uomini di legge è stato quello di rompere la complicità dello Stato con la mafia, una parte dello Stato è riuscito in certi momenti anche a vincere la lotta contro la mafia dimostrando che la mafia è morte e violenza, togliendo consenso alla mafia perché la forza principale della mafia in passato era la popolarità, il fatto che la gente in Sicilia e Calabria e nel resto del Sud, la riteneva un’espressione giusta e valida della cultura e dei sentimenti popolari. Tutto questo è andato in pezzi, è stato distrutto, dall’azione più che decennale di questi uomini di legge accompagnati però dalla società civile. Ci sono state tante persone che sono morte , tanti giornalisti e persone normali, funzionari che nessuno oggi ricorda che facevano il loro dovere e sono stati uccisi dalla delinquenza mafiosa e dalla politica corrotta, alla fine però un risultato l’hanno portato: oggi la mafia è sulla difensiva, la mafia terroristica è stata sconfitta, abbiamo un grande problema di corruzione pubblica collegata con la mafia, una mafia diventata più nascosta e più insidiosa, più sommersa. Morsolin analizza la mobilitazione della societa’ civile, come per esempio il percorso della rete nazionale Libera, nomi e numeri contro la mafia ma anche vari settori della Chiesa cattolica, dell’imprenditoria sana e di amministratori locali impegnati sul fronte della legalità – ha realizzato un autentico cambiamento culturale.

 

 

Cristiano Morsolin
Antimafia Andina. Il contributo dell’antimafia sociale e della nonviolenza alla pace in Colombia
Edizioni Antropos, pagg. 153, 2017
Prefazione di Davide Mattiello
Postfazione di Pino Arlacchi

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