Arance rosso sangue, campi lager e caporali

Vir­gi­nia Del­la Sala Il Fat­to Quo­ti­dia­no PATERNO' – Un pul­mi­no all’alba. Un’intera fami­glia, un bam­bi­no e una bam­bi­na. È la sta­gio­ne del­la rac­col­ta del­le aran­ce nel­le cam­pa­gne di Pater­nò e si fa anche così. Con i mino­ri. Dall’altro lato del­la stra­da, gli ita­lia­ni stan­no a guar­da­re. È un lavo­ro che vor­reb­be­ro fare, ma a quel­le cifre (anche 15 euro al gior­no) non con­vie­ne”, si leg­ge nel rap­por­to “#filie­ra spor­ca” pre­sen­ta­to ieri alla Came­ra. Pater­nò con­ta 50 mila abi­tan­ti in pro­vin­cia di Cata­nia. È il cen­tro del distret­to dell’arancia ros­sa, nel­la Sici­lia in cui la Coca Cola si rifor­ni­sce di agru­mi per copri­re l’intero fab­bi­so­gno dell'azienda. Qui, come rac­con­ta­to nel rap­por­to rea­liz­za­to da Ter­re­li­be­re, Ter­ra Onlus e DaSud, oltre alla mano­do­pe­ra afri­ca­na cre­sce il nume­ro degli “schia­vi” de ll ’Euro­pa dell’Est. “A Pater­nò esi­ste il ‘piz­zo’ sul lavo­ro nero dei rome­ni”, dice un testi­mo­ne, brac­cian­te, nell’esposto pre­sen­ta­to del­la Flai Cgil alla Pro­cu­ra di Cata­nia e con­flui­to nell’inchiesta “Sla­ve” (schia­vo, appun­to). “Pri­ma mi han­no chie­sto 5 euro per il tra­spor­to, poi metà del sala­rio. Se non aves­si accet­ta­to, non avrei più lavo­ra­to”.

Per ogni rome­no che lavo­ra nel­le ter­re, infat­ti, è impo­sto un prez­zo da paga­re alla cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta. A cui si aggiun­ge un piz­zo sugli affit­ti. Da Cata­nia, inve­ce, le agen­zie orga­niz­za­no i tra­spor­ti tra Roma­nia e Ita­lia. Paga­no 100 euro cia­scu­no, scen­do­no a Saler­no, risal­go­no su un mini­bus. “Ho sem­pre lavo­ra­to in una dit­ta – rac­con­ta Pavel, ope­ra­io – che trat­tie­ne dal­la paga 50 euro al mese per l’af – fit­to. Lavo­ro nel­la rac­col­ta del­le oli­ve e del­le aran­ce”. E se va a ser­vi­zio di altri, deve comun­que dare la metà al capo­ra­le. Vive in un con­tai­ner con un bagno sen­za por­ta, per­ché non può per­met­ter­si un affit­to. Lavo­ra dal­le 4 di mat­ti­na alle 7 di sera ed è obbli­ga­to a fare la spe­sa in un super­mer­ca­to che trat­tie­ne gli scon­tri­ni con il nomi­na­ti­vo, per sot­trar­re l’importo dal­le paghe. Secon­do le sti­me dei sin­da­ca­li­sti, nel perio­do di rac­col­ta, alme­no il 40 per cen­to dei lavo­ra­to­ri è in nero nel­la zona degli agru­me­ti. Si sti­ma­no 5 mila stra­nie­ri, di cui 2 mila rome­ni, per una media di 10 ore di lavo­ro al gior­no. E il 50 per cen­to del sala­rio va al capo­ra­le. Sono gli invi­si­bi­li del­la filie­ra: basti pen­sa­re che nel­le tabel­le Inps per i brac­cian­ti, i set­tan­ten­ni ita­lia­ni supe­ra­no siste­ma­ti­ca­men­te le 50 o 100 gior­na­te suf­fi­cien­ti a otte­ne­re il con­tri­bu­to di disoc­cu­pa­zio­ne e i ven­ten­ni rome­ni non supe­ra­no le cin­que, neces­sa­rie a evi­ta­re i con­trol­li. Dei 50 cen­te­si­mi a cas­set­ta, 25 devo­no anda­re a chi li gesti­sce. Il dos­sier rac­con­ta anche il per­cor­so degli agru­mi “made in Ita­ly” dai frut­te­ti sici­lia­ni e cala­bre­si ai super­mer­ca­ti, dall’albero alla bot­ti­glia di aran­cia­ta pro­dot­ta dal­la Coca Cola. Tan­to che l’azienda, dopo la pub­bli­ca­zio­ne degli atti dell'inchiesta “S lav e”, ha chie­sto alla Flai Cgil un pare­re sui suoi cin­que for­ni­to­ri “ri – ceven­do un ok di mas­si­ma solo su quat­tro di loro”, si leg­ge. E oggi vor­reb­be­ro far fir­ma­re loro un’autocertificazione di ricor­so a con­trat­ti rego­la­ri e lavo­ro sicu­ro. Un impe­gno di tra­spa­ren­za che si rico­no­sce nel fat­to di aver rive­la­to per la pri­ma vol­ta i loro nomi: Agru­mi Gel Srl, Citro­food Srl, Orto­gel Spa, Fra­tel­li Bran­ca Spa e Agru­ma­ria Cor­leo­ne Spa. 

Lo sfrut­ta­men­to nel­la filie­ra del­le aran­ce non gene­ra alcun rispar­mio per il con­su­ma­to­re. “Dal cam­po fino al ban­co­ne il prez­zo cre­sce note­vol­men­te – si leg­ge – da 30 cen­te­si­mi fino a 2 euro”. E i mag­gio­ri rin­ca­ri arri­va­no spes­so nei super­mer­ca­ti, nel­la filie­ra sono gli inter­me­dia­ri ad arric­chir­si. I gran­di pro­prie­ta­ri gua­da­gna­no sui pic­co­li con­ta­di­ni: ne com­pra­no i frut­ti diret­ta­men­te dagli albe­ri oppu­re com­pra­no le loro ter­re. Trat­ta­no poi con le azien­de di tra­spor­to, qua­si sem­pre con­trol­la­te dal­le mafie loca­li e riven­do­no alla gran­de distri­bu­zio­ne: sono qua­si sem­pre loro a deci­de­re l'impiego dei migran­ti. Anche sfrut­tan­do la dispo­ni­bi­li­tà di mano­do­pe­ra di situa­zio­ni di emer­gen­za uma­ni­ta­ria.

Ci sono diver­si gra­di: i com­mer­cian­ti si pro­cu­ra­no gli agru­mi da con­ta­di­ni, ter­re pro­prie e grup­pi di pro­dut­to­ri. Affi­da­no la rac­col­ta al capo­ra­la­to o a coo­pe­ra­ti­ve sen­za ter­ra. La cri­mi­na­li­tà gesti­sce il tra­spor­to del fre­sco (che arri­va nei mer­ca­ti) e del suc­co (che va alle azien­de). La spre­mi­tu­ra è spes­so inte­gra­ta con suc­co pro­ve­nien­te dal Bra­si­le, più dol­ce, per abbat­te­re l’amaro ita­lia­no che non pia­ce all’industria. 50 cent Il costo a cas­set­ta paga­to ai lavo­ra­to­ri, la metà va al capo­ra­le. 5 mila Sti­ma degli stra­nie­ri impie­ga­ti per la rac­col­ta del­la frut­ta.

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