Arrestato un infermiere a Reggio Calabria: teneva i contatti tra i boss in carcere e la sua cosca

Procura della Repubblica, Comunicato REGGIO CALABRIA – Nella serata odierna, a conclusione di indagini coordinate dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito un’ordinanza di applicazione di misura cautelare emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Reggio Calabria nei confronti Pasquale Manganaro, cl. 67 di Melito Porto Salvo, infermiere presso la Casa Circondariale “G. Panzera” di Reggio Calabria, ritenuto responsabile di associazione di tipo mafioso e danneggiamento mediante incendio con l’aggravante del metodo mafioso. Il provvedimento cautelare costituisce l’esito di approfondimenti delegati al Nucleo Investigativo di Reggio Calabria, condotti nei mesi di febbraio e novembre 2015, volti a riscontrare comportamenti illeciti tenuti dall’indagato all’interno dell’istituto di detenzione “G. Panzera”, tutti volti a favorire elementi di spicco della cosca Iamonte, egemone nel territorio di Melito Porto Salvo. Le indagini hanno accertato la partecipazione del Manganaro alla consorteria criminale, in favore della quale ha svolto la funzione di “tramite” degli affiliati detenuti con il mondo esterno: un’instancabile e selettiva opera di raccordo, la sua, perfezionata nel tempo attraverso la predisposizione di un sistema funzionale al passaggio di messaggi ed ambasciate da e verso il carcere.

In particolare, gli approfondimenti investigativi hanno comprovato come l’infermiere si sia più volte adoperato per far entrare all’interno dell’istituto di pena oggetti personali destinati ai detenuti eccellenti, eludendo le prescrizioni carcerarie ed approfittando del minore controllo esercitato sulla sua persona. Sullo sfondo, naturalmente, la volontà di compiacere i capi cosca, tra cui il detenuto Remingo Iamonte. Le indagini hanno restituito, dunque, un profilo criminale ben stagliato dell’indagato che già nel 2012 (Operazione “ADA”) aveva indotto l’allora sindaco di Melito Porto Salvo, Gesualdo Costantino, ad interessarsi in prima persona per l’assunzione della moglie presso una cooperativa cittadina, ritenendolo un tangibile segno di riconoscenza nei confronti dei soggetti affiliati alla cosca che ne avevano appena favorito l’elezione. Il quadro indiziario – e con esso anche il giudizio sulla pericolosità sociale è stato infine irrobustito da un episodio di danneggiamento di un’imbarcazione, incendiata con modalità tipicamente mafiose e senza motivi di diretto dissidio tra la vittima ed il Manganaro e dove quest’ultimo assume il ruolo di mero esecutore di direttive altrui. Al termine delle formalità di rito, il Manganaro è stato tradotto presso il carcere di Vibo Valentia

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