BENI CULTURALI, DELITTO PERFETTO
di Salvatore Settis

Salvatore Settis

Sal­va­to­re Set­tis Il Fat­to Quo­ti­dia­no IL CANTIERE DI smon­tag­gio del­la Costi­tu­zio­ne con­ti­nua ala­cra­men­te nei palaz­zi del pote­re. Fal­li­to il dise­gno di con­se­gna­re l’Italia in cep­pi, via ple­bi­sci­to, nel­le capa­ci mani di Mat­teo Ren­zi, non si ras­se­gna la pat­tu­glia sper­du­ta dei suoi mini­stri, reca­pi­ta­ti in bloc­co nel nuo­vo gover­no come sal­di di fine sta­gio­ne. E l’ordine di scu­de­ria sem­bra esse­re: la Costi­tu­zio­ne resti pure la stes­sa, ma costruia­mo­le intor­no una mura­glia cine­se di leg­gi e leg­gi­ne, appro­va­te alla spic­cio­la­ta, nasco­ste i com­mi e codi­cil­li: impos­si­bi­le crea­re per ogni nor­ma una mobi­li­ta­zio­ne come quel­la del refe­ren­dum, e dun­que gut­ta cavat lapi­dem.

Il fiu­me car­si­co del­le nor­met­te, dei truc­chi di cor­ri­do­io, del­le fur­ba­te par­la­men­ta­ri, degli accor­di nem­men tan­to segre­ti con que­sta o quel­la lob­by, ren­de­rà la Costi­tu­zio­ne un bel ricor­do del tem­po che fu. E potrà, final­men­te, gover­na­re indi­stur­ba­to il dio dei nostri gior­ni, il mer­ca­to. Il segre­to è agi­ta­re una ban­die­ra che paia inno­cua, e pian­tar­la su un pac­co di dina­mi­te. I più guar­de­ran­no la ban­die­ra, l’etichetta, la ver­sio­ne uffi­cia­le; e quan­do la dina­mi­te esplo­de, sarà già trop­po tar­di per rime­dia­re ai gua­sti. A tut­ti pia­ce la sem­pli­fi­ca­zio­ne, paro­la magi­ca che apre tut­te le por­te; ad altri, spe­cial­men­te ad Alì Babà con la sua ban­da, pia­ce anche la con­cor­ren­za, un “apri­ti Sesa­mo” che dischiu­de i para­di­si del mer­ca­to (ma anche gli infer­ni dell’austerità). Ed ecco arri­va­re al Con­si­glio dei mini­stri un ddl sul­la con­cor­ren­za, che dovreb­be par­la­re di ener­gia, assi­cu­ra­zio­ni e così via, ma cova al suo inter­no un’escrescenza impro­pria, l’art. 68, che disci­pli­na “la sem­pli­fi­ca­zio­ne del­la cir­co­la­zio­ne inter­na­zio­na­le dei beni cul­tu­ra­li”, inter­ve­nen­do pesan­te­men­te sul Codi­ce dei Beni cul­tu­ra­li.

Ma per­ché gio­ca­re a nascon­di­no, quan­do esi­ste sul­la car­ta una com­mis­sio­ne per il rie­sa­me del Codi­ce, isti­tui­ta dal mini­stro Bray (gover­no Let­ta), con­fer­ma­ta da Fran­ce­schi­ni, e mai più riu­ni­ta? Io lo so bene, per­ché di quel­la Com­mis­sio­ne sarei (ero? fui? sogna­vo?) il pre­si­den­te. Per­ché sman­tel­la­re il Codi­ce pez­zo per pez­zo, anzi­ché inter­ve­nir­vi orga­ni­ca­men­te? Per­ché fin­ge­re di non sape­re che le varie nor­me del Codi­ce for­ma­no un tut­to orga­ni­co, e che sgon­fiar­le a una a una dele­git­ti­ma l’insieme, cioè quel­la tute­la del pae­sag­gio e del patri­mo­nio sto­ri­co e arti­sti­co del­la Nazio­ne pre­scrit­ta dal­la Costi­tu­zio­ne in poche righe ine­qui­vo­che (art. 9), che paio­no ormai desti­na­te a pas­sa­re in sof­fit­ta? Il fab­bri­can­te di trap­po­le che ha scrit­to l’art. 68 sa bene che pochi andran­no a leg­ger­si il Codi­ce negli arti­co­li da modi­fi­ca­re, e men che mai nel­la sua inte­rez­za. Don­de i pre­ve­di­bi­li scon­tri fra chi difen­de la nor­ma in nome dei mer­can­ti one­sti (che ci sono) e chi la attac­ca sup­po­nen­do che mer­can­te sia sino­ni­mo di fur­fan­te. Non aiu­ta a dis­si­pa­re que­ste neb­bie il ruo­lo che ha avu­to nell’elaborazione del­la nor­ma “Apol­lo 2”, un grup­po d’interesse for­ma­to da mer­can­ti d’arte (secon­do il Sole 24 Ore del 13 giu­gno 2015, il testo del­la nor­ma è sta­to scrit­to da un avvo­ca­to di Sotheby’s).

Ten­tia­mo una stra­da diver­sa, e guar­dia­mo, alme­no su qual­che pun­to, la nuo­va nor­ma in con­tro­lu­ce su quel­la vigen­te (Sil­via Truz­zi ha dato ieri su que­sto gior­na­le le infor­ma­zio­ni essen­zia­li). L’art. 10 del Codi­ce, in armo­nia con la Costi­tu­zio­ne, defi­ni­sce i beni cul­tu­ra­li pub­bli­ci in base al loro “inte­res­se arti­sti­co, sto­ri­co, archeo­lo­gi­co o etnoan­tro­po­lo­gi­co”; quan­to ai pri­va­ti, solo quan­do tale inte­res­se sia “par­ti­co­lar­men­te impor­tan­te” scat­ta­no spe­cia­li mec­ca­ni­smi di tute­la, rego­la­ti dall’art. 13. La nuo­va nor­ma scar­di­na alla radi­ce que­sto siste­ma: essa si appli­ca alle “cose, a chiun­que appar­te­nen­ti, che pre­sen­ta­no un inte­res­se arti­sti­co, sto­ri­co, archeo­lo­gi­co o etnoan­tro­po­lo­gi­co ecce­zio­na­le per l'integrità e la com­ple­tez­za del patri­mo­nio cul­tu­ra­le del­la Nazio­ne”. Giun­ge così in por­to, con 15 anni di ritar­do, il pro­get­to di Ber­lu­sco­ni (o piut­to­sto Tre­mon­ti) di “alza­re la soglia” del­la tute­la riser­van­do­la solo a quan­to sia di rilie­vo asso­lu­ta­men­te ecce­zio­na­le: nel­la reda­zio­ne del Codi­ce dei Beni cul­tu­ra­li (2001–2004) il peri­co­lo fu scon­giu­ra­to dall’allora mini­stro Giu­lia­no Urba­ni, che si rive­la così più fede­le alla Costi­tu­zio­ne del suo attua­le suc­ces­so­re.

Ma c’è di peg­gio: men­tre fino­ra il cri­te­rio-gui­da è di natu­ra cul­tu­ra­le, la nuo­va nor­ma cesti­na la sto­ria dell’arte e inse­dia al suo posto il mer­ca­to allo sta­to puro: basta che il pro­prie­ta­rio di un ogget­to qual­si­vo­glia (fos­se pure un dise­gno di Leo­nar­do) auto­cer­ti­fi­chi che esso vale meno di 13.500 euro, e il gio­co è fat­to. Le Soprin­ten­den­ze (già in via di estin­zio­ne per caren­za di per­so­na­le e di risor­se) dovreb­be­ro dare la cac­cia al teso­ro: sarà impos­si­bi­le con­te­sta­re una per una la fol­la di espor­ta­zio­ni basa­te su auto­cer­ti­fi­ca­zio­ni spes­so truc­ca­te, e per evi­ta­re l’emigrazione di un’opera d’arte pre­zio­sa non baste­rà più nem­me­no il vin­co­lo già esi­sten­te, ce ne vuo­le uno nuo­vo, fon­da­to sull’assoluta ecce­zio­na­li­tà dell’oggetto da tute­la­re. Di fat­to, un “libe­ri tut­ti” che cal­pe­sta l’art. 9 del­la Costi­tu­zio­ne e tut­ta la giu­ri­spru­den­za rela­ti­va. La Costi­tu­zio­ne ha con­ce­pi­to il patri­mo­nio cul­tu­ra­le del­la Nazio­ne come un tut­to orga­ni­co, il cui vero valo­re è nel­la sua pre­sen­za dif­fu­sa, capil­la­re, viva. Ogni sin­go­lo ogget­to d’arte ha mol­te­pli­ci lega­mi con un oriz­zon­te di pre­sen­ze, di crea­ti­vi­tà, fat­to non solo di prez­zi e di mer­ca­to, ma di arti­sti e com­mit­ten­ti, di cri­ti­ci e poe­ti, di sguar­di e di pen­sie­ri.

Il nostro patri­mo­nio lo incon­tria­mo, anche sen­za voler­lo e sen­za pen­sar­ci, nel­le stra­de, nel­le case, nel­le scuo­le e negli uffi­ci, nel­le chie­se. Fa tutt’uno con la nostra lin­gua, la nostra musi­ca e let­te­ra­tu­ra, la nostra cul­tu­ra. È la nostra lin­fa vita­le, l’aria che respi­ria­mo. La nuo­va nor­ma tra­sfor­ma l’Italia in un gigan­te­sco magaz­zi­no di beni cul­tu­ra­li di secon­da mano, dove chiun­que è invi­ta­to a entra­re col car­rel­lo del­la spe­sa. A quel che pare, il ddl sarà appro­va­to con voto di fidu­cia: nul­la ha inse­gna­to il pre­ce­den­te del­lo stol­to Ita­li­cum, trion­fal­men­te appro­va­to con voto di fidu­cia ma boc­cia­to dal­la Cor­te costi­tu­zio­na­le. Anche que­sta nor­ma è desti­na­ta a rag­giun­ge­re, spe­ria­mo pre­sto, la Con­sul­ta: in essa ripo­nia­mo dun­que, se il gover­no Gen­ti­lo­ni sarà sor­do a ogni appel­lo, la nostra spe­ran­za. La spe­ran­za che la Costi­tu­zio­ne resti in vita.