Boss, non sei più mio padre. Bambini di ndrangheta. Strappati ai capi famiglia che li addestrano a diventare criminali

Giovanni Tizian L’Espresso LA DEVI AMMAZZARE. Due colpi nella faccia di quell’infame di tua mamma e chiudiamo ’sta tragedia una volta per tutte. Devi farlo tu. Con l’età che c’hai non andrai in galera». Il padre fissava il piccolo Rocco. Erano uno di fronte all’altro nella campagna stretta tra l’Aspromonte e il mar Jonio. Seduti su poltroncine di plastica sotto un albero di arancio in fiore, protetti da un lungo arbusto di gelsomino, che segnava il confine della tenuta. L’intenso e dolce profumo di gelsomino strideva con il cinico progetto di morte che don Nicola aveva appena consegnato nelle mani del suo erede. Il piccolo Rocco è nato nel 2004, il padre è nella ndrina del paese. Rocco, tuttavia, non è il suo vero nome e sul paese possiamo dire poco. È per tutelare il ragazzo, che oggi vive in una località protetta. Lontano da quel padre che voleva diventasse un killer, battezzato col sangue della madre come nelle più classiche delle tragedie greche. L’inizio di una carriera. Rocco non vede più suo padre da oltre un anno. Vive con la mamma e la sorella fuori dalla Calabria. È uno degli ultimi ragazzi allontanati per decreto del Tribunale dal genitore ndranghetista. Una delle storie inedite raccolte nel libro-inchiesta “Rinnega tuo padre” appena pubblicato da Laterza.

Le vicende raccolte nel libro sono uno spaccato di questa trincea, dove si combatte l’ultima battaglia contro le cosche: quella educativa e culturale. Ndranghetisti non si nasce. Boss si diventa. Perché la ndrangheta, e le mafie in genere, sono prima di tutto un fenomeno culturale. I cifrari forniti dalla famiglia criminale sono per alcuni l’unico mezzo per interpretare la realtà, le relazioni sociali, il lavoro, la società, l’amicizia, gli affetti. La mafia ha le sue regole. Per noi inaccettabili, ma per chi vive in quel contesto dogmi da non discutere. Ciò che stabilisce il capo è legge, gente senza il minimo scrupolo, disposta a coinvolgere i figli in azioni criminali violente. Come quella a•data a Rocco, terribile, disumana. Il giudice Di Bella preferisce definire in altro modo il proprio lavoro, invertendo il punto di vista: «Allontaniamo i boss dai loro figli». La sostanza non cambia. Il termine tecnico della procedura è «decadenza della responsabilità genitoriale». Finora il presidente del Tribunale, Roberto Di Bella, ha firmato quasi 50 decreti di questo tipo. La decisione di intervenire non è indiscriminata. Si fonda su notizie provenienti da indagini della magistratura da cui emerge il degrado educativo di cui sono vittime questi ragazzi. Degrado educativo inteso come trasmissione di valori mafiosi e perciò trattato alla pari di un maltrattamento fisico e psicologico. Nelle pagine di “Rinnega tuo padre” troviamo i documenti e le storie dei protagonisti reali. Non c’è nulla di già scritto e stabilito. «Uccidi tua madre», Reggio Calabria Come in un racconto epico, i destini degli eletti per discendenza di sangue, la sorte di padri senza scrupoli e dei loro figli si intersecano con codici arcaici e incomprensibili, ma anche con il riscatto. Riscatto che viene non da un dio o da un eroe immortale, ma dalla Legge. Emergono da questi vissuti i tratti di una pedagogia parallela, l’educazione di un figlio al crimine. Il più piccolo degli “allontanati” nel 2016 aveva 12 anni. Per Rocco e altri ragazzini come lui – figli di latitanti, di boss, di soldati semplici – il destino familiare aveva riservato un posto nell’organizzazione. La ndrangheta, però, non aveva fatto i conti con il magistrato che ormai da cinque anni offre una via d’uscita all’obbligatorietà della pena. Certo, il distacco forzato non è una misura indolore. Soggetto a critiche e a riflessioni anche legittime.

Ritorniamo, però, a Rocco. A quando per la prima volta aveva impugnato la pistola. Aveva 12 anni. Agli occhi di suo padre stava diventando finalmente un uomo. Per metterlo alla prova aveva affidato a lui la missione più innaturale del mondo: uccidere la donna che lo aveva messo al mondo. Solo il coraggio della madre di Rocco ha impedito che il progetto si concretizzasse. Lei aveva lasciato il marito proprio perché non accettava i suoi comportamenti e non aveva intenzione che il figlio crescesse con il mito dell’arroganza. Ma non era stato sufficiente, il padre continuava a manipolare la mente del figlio, inculcandogli le regole dell’onore. E così la donna ha capito che per salvare il suo piccolo Rocco e sé stessa avrebbe dovuto chiedere aiuto al giudice Di Bella. Aveva letto sui giornali che quel magistrato stava rivoluzionando la lotta alle cosche calabresi. Aveva anche sentito che molte mogli – vedove bianche con i mariti rinchiusi al 41 bis, il carcere duro per i mafiosi – si erano rivolte a lui per fuggire lontano dai feudi dove i loro figli non avrebbero avuto altro futuro se non la ndrangheta. La mamma di Rocco si era così convinta, scrivere a Di Bella era senza dubbio la scelta più saggia. «La prego allontani mio figlio dal paese», è l’incipit della drammatica lettera (mai pubblicata) inviata al presidente del Tribunale, «lo mandi in una regione diversa dalla Calabria, dove possa sottrarsi all’influenza negativa del contesto ambientale e familiare. Mio marito e i suoi parenti sono pregiudicati per gravi reati di ndrangheta. Temo che mio figlio prenda una brutta strada e possa finire coinvolto in vicende di mafia. Temo per la sua incolumità, anche per l’età delicata che lo rende facilmente suggestionabile. Temo anche per la mia incolumità… e chiedo di essere aiutata, se è possibile, ad andare via con i miei figli… Faccio questo sacrificio personale perché vorrei assicurare a loro una vita serena, che restando qui sicuramente non avrebbero». Più spaventoso ancora è il contenuto delle denunce successive presentate a Di Bella dalla madre di Rocco: «Io non riesco più a controllare la pericolosità di mio figlio, è manipolato dal padre e dal nonno, persone pregiudicate e molto pericolose. Dopo la denuncia, il mio ex marito mi ha fatto sapere, tramite mio figlio, che mi brucerà viva. Ho paura […] mio figlio è abituato a usare armi, che gli dà il padre, e temo possa utilizzarle per commettere gravi reati contro noi familiari e sé stesso».

Bruciata viva. La frase le rimbomba in testa ancora oggi a distanza di anni. Quando riaffiora nei suoi ricordi, le immagini che la assalgono sono spaventose. L’avrebbero arsa viva come le streghe? Oppure l’avrebbero prima uccisa, come Lea Garofalo, la testimone di giustizia ammazzata e bruciata dentro un bidone in un anonimo magazzino della Brianza? Negli ultimi vent’anni il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria ha celebrato cento processi per reati di mafia. Nello stesso arco temporale, i giudici minorili hanno giudicato una cinquantina di casi di omicidio. Gli imputati erano rampolli dei clan più blasonati. Le condanne, tuttavia, non hanno frenato la loro ascesa criminale. A distanza di tempo c’è chi, tra questi padrini precoci, si trova ristretto al 41 bis. C’è chi, invece, è stato ucciso. E chi ha conquistato il vertice del clan. Intere generazioni distrutte e plagiate dal mito dell’onorata società. I ragazzini finiti alla sbarra avevano già introiettato la disciplina criminale. La fotografia della realtà di tutti i giorni restituisce l’immagine di madrasse diffuse del crimine organizzato calabrese. Padri che prima di tutto ragionano da capibastone. Con conseguenze crudeli sulle vite dei loro figli. La strada intrapresa dal giudice e dalle mamme non è facile. Tutt’altro. Di Bella opera in condizioni estremamente complicate. «Siamo in tutto quattro giudici e trattiamo fascicoli di ogni tipo. Abbiamo in carico 2.500 minori stranieri non accompagnati. Una mole di lavoro pesantissima, a cui vanno aggiunti i procedimenti dei reati ordinari e, appunto, i provvedimenti sui figli minorenni delle famiglie mafiose. Cerchiamo con enormi difficoltà di assolvere al nostro compito, che non è repressivo, ma vuole essere preventivo, educativo».

Di Bella racconta i sacrifici collettivi dell’ufficio che dirige. In quelle stanze e nei corridoi si respirano grande energia e speranza, grazie a una squadra affiatata di uomini capaci di fondere preparazione tecnico-giuridica a un’empatia fuori dal comune. Professionisti con la toga che si a…dano sì al codice, ma sono guidati anche da una profonda umanità. Solo così si supera la rigida dicotomia tra buoni e cattivi. Abbattere i recinti e concedere una seconda e una terza possibilità è l’unica via percorribile. Nel cammino che sta percorrendo, Di Bella ha validi alleati nell’associazionismo, che fornisce supporto logistico per i singoli casi di allontanamento dei ragazzi e delle ragazze. Ma, è inutile nasconderlo, il contesto mostra anche difficoltà gravi. La prima riguarda il sistema scolastico: «Mi chiedo come sia possibile che in tanti anni, dalle scuole, non sia mai arrivata alcuna segnalazione», osserva Di Bella, «la scuola è il primo punto di contatto che i ragazzi hanno con la società, il più prossimo, siano essi gli di operai, professionisti o ndranghetisti. L’istituzione scolastica ha dei compiti ben precisi, tra cui quello fondamentale di aiutare la formazione del futuro cittadino secondo le linee della Costituzione e sviluppare in esso il senso di responsabilità. Posso dire che nella provincia di Reggio Calabria la scuola ha spesso fallito in questo compito: siamo alla decima generazione di maosi. E appare incredibile che nessun dirigente scolastico, nessun insegnante, abbia mai assistito a preoccupanti segnali di condotte devianti da parte dei rampolli maosi. In Calabria, le scuole dovrebbero iniziare a raccontare gli avvenimenti in maniera chiara, senza ambiguità. Qui sono successe cose terribili, è vero, ma questa è anche la terra di Giuseppina Pesce, di Maria Concetta Cacciola e di tante altre donne ancora senza nome che hanno scelto la ribellione. Sono loro gli esempi, non gli ndranghetisti, e i ragazzi devono imparare a distinguere gli esempi positivi ed esserne fieri. Tuttavia, se negli ultimi settant’anni comandano e stesse dobbiamo reprimere, ma prevenire ed educare. Ma non tutti sono dalla nostra parte» famiglie, vuol dire che una parte di responsabilità ce l’ha anche l’istituzione scolastica che in certi territori ha voluto chiudere gli occhi facendo fallire la sua missione educativa».

Di Bella è critico anche sull’assenza di presìdi dei servizi sociali: «Le politiche sociali sono inadeguate. In un territorio così logorato, manca la prevenzione al disagio e alla devianza. In certi paesi non ci sono assistenti sociali, invece proprio in zone come queste andrebbero inviate decine di educatori, assistenti sociali, maestri, insegnanti. Servizi sociali e lavoro, così cresce un territorio. Il Tribunale dei minorenni non può supplire a tali assenze della politica». E quando gli uffici con gli assistenti sociali esistono, a volte è come se non ci fossero. «Spesso ci capita di segnalare i servizi sociali per inadempienza. Si tratta di omissione d’atti d’ufficio e c’è già un processo in corso per tale condotta». Omissioni che ritroviamo nella storia di Rocco. Anche in quel caso chi doveva applicare le disposizioni del tribunale ha preferito girarsi dall’altra parte, mettendo a rischio la vita di Rocco e della madre. Una beffa per chi trova il coraggio di ribellarsi e denunciare. Lottare contro i padrini è già pericoloso; se poi ci si si trova a dover fronteggiare anche una distratta, quando non collusa, macchina burocratica, quante donne saranno disposte a proseguire questa rivolta interna alla famiglia?

 

Enzo, il piccolo soldato

Enzo è il figlio di un capocosca della ndrangheta della piana di Gioia Tauro. Per molto tempo è stato un bambino soldato. Comincia la sua ascesa nel crimine giovanissimo. È tutto fuorché un bambino come tutti gli altri. Cosa è stato costretto a vivere e a vedere ce lo spiega meglio di chiunque altro la madre, che con forza l’ha strappato a “Mamma ndrangheta”: «Mio figlio da quando aveva 9 anni vede armi e droga girare per casa. Se non avessi preso la decisione di andare via, avrei visto crescere un figlio ndranghetista, destinato al carcere o a morire ammazzato». Oggi Enzo ha 13 anni e abita in una località protetta. Ora vive come ogni altro ragazzo: tra scuola, amici e impegni sportivi. Grazie alla madre che ha compiuto una scelta difficile, ha deciso di rivolgersi al Tribunale dei minorenni per allontanarsi dal marito, insieme al figlio. Ma ha anche offerto la sua collaborazione ai magistrati dell’antimafia per inchiodarlo alle proprie responsabilità.

La scuola per Enzo era già cominciata. È lui stesso a rivelare i dettagli nell’agosto 2015 ai magistrati dell’antimafia. Enzo non potrà mai dimenticare quella volta in cui alcuni uomini di fiducia di suo padre, incuranti della sua innocenza, pianificarono l’eliminazione fisica dei rivali di cosca. E tutta una serie di altri episodi che il bambino ha registrato nella sua mente. Come i viaggi in auto col padre per consegnare pacchetti color marrone pieni di una polvere bianca. Enzo ha messo da parte, se li aveva, i propri sogni, desideri, bisogni, nel nome del padre. Ha assistito a cose più grandi di lui. Come quando scoprì la storia della nave misteriosa in arrivo al porto di Gioia Tauro. Era il 2014, ne è sicuro. Era seduto su una sedia nell’ufficio del padre, che nel frattempo parlava serrato con un tizio. Sul computer stavano osservando una cartina del porto. «Dovevano far entrare un carico di droga dentro il porto. La questione era superare eventuali controlli. So per certo che si trattava di tantissimi chili. Sulla mappa c’era disegnata una nave e loro la indicavano». Il bambino e la nave misteriosa. Sarebbe potuto essere il titolo di una meravigliosa fiaba che un padre racconta al figlio. Nulla di tutto questo. Non c’è alcun lieto fine in questo reality criminale. C’è solo il cinismo di un padre che non vede il male che sta facendo a suo figlio. E un figlio che nonostante tutto lo ama.

 

Giovanni Tizian
Rinnega tuo padre
Laterza Editori
2018
Collana I Robinson/Letture
Pagg. 224
Euro 16,00

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