Boss presidenti, rampolli in campo e squadre in mano ai clan: è la ndrangheta football club

Giovanni Tizian L'Espresso «QUANDO uno ndranghetista diventa presidente di una squadra di calcio è come farsi vedere vicino a un prete, vicino a un vescovo». Secondo il magistrato antimafia Nicola Gratteri i clan puntano a controllare le piccole squadre delle serie minori per acquisire consenso. E non sbaglia. I casi che confermano l'analisi del procuratore aggiunto di Reggio Calabria sono numerosi. E anche nell'ultima inchiesta Dirty Soccer, coordinata dalla procura antimafia di Catanzaro e condotta dalla squadra Mobile e dallo Sco della Polizia, c'è più di qualche indizio dell'interesse delle cosche calabresi nel calcio minore. Il personaggio chiave da cui parte l'indagine è Pietro Iannazzo, nipote del capo cosca di Lamezia Terme. Per gli inquirenti è organico al clan e ascoltando lui ricostruiscono il sistema del calcio scomesse in tutte le sue ramificazioni internazionali. Ma Iannazzo non è il solo ad avere legami con la mafia calabrese. Negli atti di Dirty soccer c'è anche Mauro Ruga.

Professione avvocato e agente Fifa. In pratica è un cercatore di fenomeni da piazzare nelle squadre italiane. E spesso ha rilasciato interviste da vero esperto del pallone, nelle quali pronosticava colpi di mercato spaziali delle grandi società della serie A. Ruga è legato all'omonimo clan di Monasterace, provincia di Reggio Calabria, il paese in cui Maria Carmala Lanzetta ha fatto il sindaco prima di diventare ministro del governo Renzi. In passato è stato anche indagato come prestanome della ndrina che domina quella zona della regione. L'agente dei calciatori questa volta però è finito in mezzo allo scandalo delle scommesse perché su richiesta del boss di Lamezia avrebbe mosso alcune pedine in modo tale da metterlo in contatto con un dirigente dell'Hinterreggio, seconda squadra di Reggio Calabria che milita in serie D. L'Hinterreggio è ai più sconosciuta. Nei faldoni della procura di Catanzaro se ne parla per una partita con il Neapolis che doveva finire in un certo modo. È uno dei match truccati. Ma dalla piccola squadra di periferia sono passati altri nomi che ricollegano il calcio alla ndrangheta. Allenatori e dirigenti che negli anni si sono succeduti e che poi sono finiti nelle istruttorie dell'antimafia reggina. Alcuni anni fa l'allenatore e dirigente dell'Hinterreggio era Eugenio Borghetto, coinvolto nell'indagine “Alta Tensione” e indicato da più pentiti come appartenente alla cosca Libri-Zindato. Non è il solo. Un altro allenatore del passato, Natale Iannì, è ritenuto dagli investigatori personaggio vicino ai Libri e ai De Stefano, veri padroni della città. Mister Iannì è stato un buon allenatore. Nella stagione 2010 ha allenato la Valle Grecanica, sempre in serie D, formazione nata dalla fusione di due piccole realtà della fascia jonica. Prima di finire in manette aveva portato i suoi a due punti dalla vetta senza mai perdere una match. Tra i suoi superiori c'era un'altro Borghetto, Cosimo, anche lui indagato dalla procura antimafia di Reggio Calabria per contiguità con la cosca Libri. Le accuse dei pm andavano da estorsione fino all'associazione mafiosa, la passione per il pallone si mescola all'arroganza delle pistole.

C'è un esempio, proprio in una delle indagini che riguardano uomini vicini ai Borghetto, da cui si intuisce cosa vuol dire controllare il territorio e i campi da calcio delle categorie minori. Il 17 agosto 2011 uno degli ndranghetisti contatta un nomade della città di Reggio, gli chiede conto di un furto avvenuto nel parcheggio della struttura dove gioca l'Hinterreggio. Ovviamente scattano le minacce: «Vanno a rubare là, gli devi dire di no, chiamateli, e gli devo far montare la telecamera, così poi li pizzichiamo e li mandiamo in ospedale?». Calcio e pistole insomma. Come a Rosarno, tra agrumeti e ulivi, dove Francesco e Marcello Pesce oltre che giocatori e allenatori avevano investito parecchi quattrini nelle società dilettantistiche. Il clan Pesce, feroce e ricchissimo, possedeva, fino al sequestro, tre squadre. Era riuscito persino a comprarne una fuori regione, il Sapri, provincia di Salerno. Il pallone utilizzato come arma di consenso sociale. Tassello di una più ampia strategia studiata a tavolino dalla cosca. Avevano infatti il controllo di una radio locale e uno dei membri faceva parte degli scout. La mafia sociale, che si diverte e fa divertire. Non solo in Calabria, non solo al Sud.

C'è un episodio che avviene tra la Romagna e l'Emilia, tra Bologna e Riccione, confluito in un'istruttoria sul narcotrafficante Francesco Ventrici, di stanza a Bologna e, secondo gli investigatori, legato al clan Mancuso della ndrangheta. Un paragrafo dell'informativa finale della squadra Mobile di Bologna segnala l'interesse nel 2010 del boss per una squadra locale. Si trattava del Riccione calcio. Ventrici voleva «allargare i confini di investimento finanche al mondo del calcio dilettantistico». L'occasione si presenta il 5 luglio di cinque anni fa, prima che venisse arrestato dalla procura antimafia. A proporgli l'investimento è un finanziere, non indagato, Vincenzo Lepore, appasionato di calcio e nel tempo libero allenatore. Il narcotrafficante era molto interessato a investire nel progetto: Lepore da lì a poco sarebbe diventato allenatore della formazione romagola e alla società, come risulta dal rapporto della polizia, avrebbe proposto un investimento di 50 mila euro da parte dell'imprenditore calabrese, senza specificare se a titolo di sponsor o per acquisire quote societarie. Il progetto fallisce e Ventrici prima scompare e poi finisce in carcere. Si divertiva molto per esempio Rocco Aquino di Gioiosa Jonica. Per gli inquirenti è a capo di una famiglia tra le più potenti nella galassia ndranghetista, per i compaesani è semplicemente il Presidente. Già, in virtù della carica di presidente della squadra che per molto tempo ha ricoperto, fino alla sua latitanza blindata nella villa bunker. I suoi due figli giocano in prima squadra.

Il Presidente crede molto nei suoi rampolli. E quando durante la partita contro il Reggio-Sud, vengono espulsi (scintilla che fa scattare il finimondo con invasione di campo annessa da parte dei focosi tifosi giallorossi), lui infuritato invia col telefonino di un sodale un messaggio in diretta durante una trasmissione televisiva locale contestando quei cartellini rossi. Un errore da principiante. I Carabinieri intercettano il segnale e capiscono che il latitante-presidente si trova nella regia blindata di cinque piani. Così tradito dalla passione per il football ha portato gli inquirenti direttamente a casa sua. Sono due giocatori, i fratelli Aquino, che in campo non lesinano energie. Era il gennaio di tre anni fa, il Marina di Gioiosa giocava fuori casa, in uno di quei campi da calcio in terra e con le tribune in ferro della piana di Gioia Tauro. Vincezo Aquino viene colpito al volto con una gomitata. Il fratellino e compagno di squadra si affrettò per vendicarlo e colpì l'avversario «con ripetuti pugni e calci proferendogli, inoltre, parole offensive e minacciose», si legge nel provvedimento di squalifica. La famiglia va difesa con i denti. La presenza di parenti e amici dei mafiosi nelle formazioni dilettantische calabresi è diffusa. Così come i segni di rispetto per i padrini morti.

Famoso l'incontro, disputato a pochi giorni di distanza dalla morte del patriarca Antonio Pelle, detto “Gambazza”, in cui la squadra del San Luca scese in campo con la fascia nera al braccio in sengo di lutto. Indignazione. E scuse immediate dei giocatori: «Siamo gente normale e non siamo mafiosi o altro. Giochiamo per divertirci. Se la nostra squadra venisse squalificata per quanto è accaduto sarebbe la fine del calcio a San Luca. Un fatto grave perché il calcio per i ragazzi del paese è determinante per sentirsi impegnati e non finire in mezzo alla strada», spiegò Domenico Carbone, nipote di Antonio Pelle e giocatore del San Luca. «La ‘ndrangheta comanda l’esito delle partite di calcio in tutta la Calabria». Luigi Bonaventura, per anni reggente della cosca crotonese dei Vrenna-Bonaventura e ora collaboratore di giustizia, lo disse ai pm. «Il Crotone è sotto l’influenza delle cosche mafiose» spiegò Bonaventura, che ha raccontato alcuni episodi :«L’incontro del 2006 tra i rossoblù e la Juventus. Io ero stato nominato capo della sicurezza e distribuivo i biglietti per le ndrine. Allo stadio c’era il clou della malavita organizzata. Nessuno degli inquirenti si accorse di nulla. O forse, come immagino io, fecero tutti finta di niente. Il calcio è un business importantissimo per le famiglie mafiose. Perché permette – oltre a riciclare quantità incredibili di danaro – di ottenere il consenso popolare».

Rampolli che sono anche tifosi sfegatati e che a volte si trasformano in ultras violenti: il figlio, classe '96, del boss defunto Cosimo Cordì di Locri ha ricevuto un Daspo(il divieto di accedere alle manifestazioni sportive) perché, pochi mesi fa, durante la partita del Locri contro la Serreseha ha lanciato fumogeni in campo e contro i carabinieri, oltre ad aver offendeso le forze dell'ordine. Piccoli Irriducibili crescono.

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