Calabria: dubbi e polemiche sull’intervento dell’esercito. La richiesta del pg di Catanzaro per la mafia

Silvana Mazzocchi La Stampa CATANZARO – La magistratura calabrese fa quadrato intorno a Massimo Bartolomei, Procuratore Generale della Corte d’appello di Catanzaro che ieri, con un telegramma inviato al ministro della Difesa, aveva sollecitato consistenti reparti dell’esercito in Calabria per procedere a continui rastrellamenti e a capillari controlli» nelle case, nelle strade e nelle «località sospette». Tutto ciò al fine di catturare duecento latitanti rifugiati sull’Aspromonte e di reprimere così la criminalità mafiosa nellu regione. «No comment» è la parola d’ordine che ogni Sostituto Procuratore, ogni giudice istruttore dei tribunali calabresi, rispetta sull’argomento.

Il Procuratore Generale rifiuta colloqui e dichiarazioni; abita all’interno del tribunale in un appartamento modesto ma di grande prestigio morale, simbolicamente arroccato nello stesso edificio che, con la sua Corte d’Appello, rappresenta l’orgoglio di questo capoluogo. Bartolomei qui è alle sue ultime battute; all’inizio dell’estate fu trasferito alla Procura Generale dell’Aquila, dove si recherà al più presto. «L’intervento dell’esercito? Mi sembra che la richiesta del Procuratore Generale sia di eccezionale gravità — commenta Consalvo Aragona, presidente del consiglio regionale, socialista — lo è per il suo contenuto antistorico e perché sostanzialmente denuncia l’impotenza delle istituzioni preposte all’ordine pubblico». E in effetti l’appello di Bartolomei ricorda la lotta al brigantaggio di un secolo fa o il ben più recente assedio di Orgosolo, in Sardegna, del 1968. Eppure con questi mezzi il Procuratore Generale — divenuto famoso come «gran censore» di films e riviste pornografiche alla cui analisi dedicò oltre un quinto del suo discorso durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario — affronta oggi il problema della mafia in Calabria, argomento da lui liquidato fino al 1975 come affari correnti «tra famiglie rivali e contrapposte cosche mafiose che si fanno una guerra spietata in una tragica catena di delitti».

L’intervento dell’esercito non è il primo provvedimento che il magistrato chiede contro la mafia: il 18 ottobre dello scorso anno, con un rapporto inviato al Consiglio Superiore della Magistratura, ne denunciava la presenza in Calabria e ne indicava i delitti negli omicidi tra cosche e nei sequestri di persona. Per reprimerla affermò che «essendosi le misure di prevenzione, specie quella del soggiorno obbligato, rivelate inefficienti », era necessario raccogliere i banditi catturati in un’isola deserta, lontano «dalle correnti turistiche» e senza telefono. «Ma ancora più efficace — scrisse — sarebbe l’adozione del fermo di polizia, che però sarà difficilmente attuabile essendo tenacemente avversato da alcuni ambienti politici».

L’interesse di Bartolomei si era spostato dal cinema alla mafia dopo un avvenimento preciso: l’uccisione dell’avvocato generale della Corte d’Appello Francesco Feriamo, avvenuta a Lamezia il 3 luglio 1975. Il Consiglio superiore della Magistratura aveva inviato, subito dopo, tre dei suoi membri «togati» per accertare «i casi di eventuali disfunzioni della giustizia». I tre magistrati fecero un rapporto «dubbioso», colmo di notizie raccolte sulla base di indiscrezioni tanto che, sebbene la stampa ne avesse già da to notizia, l’indagine non fu mai aperta. «Il Consiglio Superiore — sostiene il parlamentare so cialista Salvatore Frasca, che per primo accusò la magistratura calabrese e lo stesso Bartolomei di connivenze con la mafia — in nome dello spirito di casta ha fatto naufragare l’inchiesta. Ora perciò occorre subito una campagna parlamentare». Frasca aveva attaccato pubblicamente Bartolomei durante un convegno su «Mafia, Stato e società» che, per iniziativa del consiglio regionale, si tenne nell’aprile scorso a Reggio Calabria. Al Consiglio Superiore, nell’ottobre 1975, Bartolomei segnalò i successi conseguiti dalla magistratura contro la mafia; nel suo rapporto parlò di «centodieci persone arrestate come presunti responsabili di omicidi e di sequestri dì orìgine mafiosa» e fornì un lungo elenco di dati sulle armi sequestrate ai criminali. Gli rispose il consiglio regionale: la sinistra sbandierò che alla fine del 1974 erano ben 29 mila 739 i procedimenti penali contro ignoti pendenti nel solo distretto della Corte d’Appello. Il dato stava a dimostrare che non solo i reati erano aumentati in Calabria, ma anche i margini di impunità per chi li commetteva.

La situazione nel frattempo si era ulteriormente deteriorata: i sequestri di persona dell’armatore romano Giuseppe D’Amico e le responsabilità nell’uccisione di Cristina Mazzotti, rapita e assassinata in Piemonte, avevano provato che l’«Anonima sequestri» serviva a rifornire le casse della mafia calabrese quanto gli appalti delle autostrade o le sue altre «attività» come la speculazione edilizia, il mercato ittico, il contrabbando di tabacco e di stupefacenti. Era stato questo dilatarsi del fenomeno, forse parallelo al delitto Feriamo e alle successive denunce di collusione tra mafia e magistratura, a convincere Bartolomei a denunciare la presenza mafiosa in Calabria al Consiglio Superiore della Magistratura nel 1975. Oggi, contemporaneamente all’elezione del nuovo organo di autogoverno dei giudici — mutato nella forma e nella sostanza —, il Procuratore Generale rinnova il suo «grido di dolore» contro la mafia e lo indirizza al ministro della Difesa. «E’ una giustificazione tardiva — dice Frasca — e i metodi sono sbagliati. La Calabria non è una colonia da occupare con l’esercito».

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