Caso chiuso: nessun inchino al boss. San Procopio, archiviato Lamberti

Foto Gazzetta del sud

Piero Gaeta Gazzetta del Sud REGGIO CALABRIA — Tanto rumore per nulla. A San Procopio, piccolo paesino aspromontano del Reggino, non ci fu alcun inchino del Santo Patrono al boss Nicola Alvaro. Ci sono voluti tre anni e mezzo ma, alla fine, la verità è stata “certificata” dal gip del Tribunale di Reggio Calabria Domenico Santoro, il quale ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm antimafia Luca Miceli, che non ha riscontrato elementi penalmente rilevanti dai fatti che erano stati contestati a quattro indagati. E i “fatti” che sono al centro di questa storia si sono svolti nel luglio 2014 a San Procopio durante la processione e riguardavano proprio il presunto inchino del Santo patrono davanti al boss del paese Nicola Alvaro. Secondo le indagini svolte dalla Dda, non ci fu alcun inchino o omaggio del Santo Patrono di fronte alla casa del boss e dunque né il sindaco di San Procopio Eduardo Lamberti Castronuovo (all’epoca anche assessore provinciale alla Legalità), né il vicesindaco Antonio Cutrl, né il parroco Domenico Zurzolo, né tantomeno il maresciallo dei Carabinieri Massimo Salsano hanno commesso il reato di calunnia aggravata da modalità mafiose.

Il caso non è penalmente rilevante e dunque va archiviato, anche perché è emerso dalle indagini eseguite dalla Squadra Mobile della Polizia che quando il 10 luglio 2014 si svolse quella processione incriminata nella casa del boss Nicola Alvaro viveva solo la moglie Grazia Violi — il boss arriverà poi il 17 luglio in regime di detenzione domiciliare — e da una telecamera posta di fronte a quella abitazione si poteva vedere bene che la statua del Santo Patrono si fermava per soli 20 secondi e che Grazia Violi si avvicinava per renderle omaggio. «Da ciò — evidenzia il pm nella sua richiesta di archiviazione — deriva la difficoltà di smentire gli indagati che hanno dichiarato dichiarato all’unisono di non avere posto particolare attenzione all’una piuttosto che all’altra abitazione in prossimità della quale sia era fermata la statua a richiesta del fedele di turno, come avviene da secoli, proprio perché tale prassi non era da loro intesa come “inchino o maggio” delle Statua a qualcuno, evento che anche lo
ro avevano cercato di evitare, ma, al contrario, come mero ossequio del fedele al Santo Patrono».

Quanto accertato dagli investigatori della Polizia collima perfettamente con la relazione di servizio fatta dal maresciallo Salsano (che fu accusato di avere scritto il falso e oggi è stato archiviato), per il quale non c’era stata alcuna anomalia «se per essa si intende — scrive ancora il pm—un omaggio che la processione stessa riserva a qualcuno in quanto ‘ndranghetista e non invece una fermata, tra le tante, preceduta dall’offerta votiva al Santo Patrona». Dunque, nemmeno il maresciallo dei Carabinieri ha dolosamente omesso di riportare nella sua relazione la sosta davanti alla casa del boss per nascondere l’evento. Aveva annotato il comandante la Stazione dei Carabinieri che la processione aveva seguito l’itinerario che sempre ha seguito e che «come usanza, ovunque le persone porgessero l’offerta la statua effettuava una brevissima sosta, meno di un minuto, per consentire ai fedeli di baciare il Santo. Ovviamente a San Procopio, come del resto ovunque, vi sono alcuni pregiudicati i quali, alla stregua dergli altri ossequiavano la statua del Patrono (e non viceversa)».

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