Caso Scajola-Matacena, cittadina libanese denuncia i magistrati reggini

Matacena, Scajola e Chiara Rizzo

Giacomo Amadori La Verità via Dagospia.com SEMBRA UN CAPITOLO della saga di James Bond, con affascinanti Mata Hari, eleganti cocktail e intrighi internazionali. Ma è, invece, un processo italiano. Infatti la vicenda della fuga dell’ ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, latitante a Dubai, si complica ulteriormente e ha al centro, ancora una volta, una bella donna. Nel 2014 venne coinvolta la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, accusata di aver trescato con l’ex ministro Claudio Scajola per mettere in salvo il consorte. Ora tocca alla consorte di un altro imputato di quel processo, Joumana Raymond Rizk, agitare le acque. La donna, cittadina libanese, è sposata con l’ imprenditore calabrese Vincenzo Speziali, che a gennaio, dopo quattro anni di processo da contumace, ha patteggiato una pena di un anno davanti al tribunale di Reggio Calabria per l’ accusa di procurata inosservanza della pena da parte di Matacena. Tutto finito? Tutt’altro. La Rizk ha deciso di passare al contrattacco e ha denunciato i magistrati che hanno fatto incriminare il marito.

La querela fa riferimento alla violazione della legge 140 del 1999 su intercettazioni illegali e spionaggio dello Stato mediorientale ed è stata presentata ad aprile. A maggio il tribunale di Beirut, dopo una breve istruttoria, ha deciso di procedere, come risulta dai documenti mostrati dall’avvocato libanese della coppia, George Ragheb Haddad, convocando in Libano per il prossimo 25 giugno il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e Francesco Curcio, ex sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e attuale procuratore di Potenza. Sarebbero sospettati di aver intercettato le due utenze libanesi in uso a Speziali (intestate alla consorte) senza autorizzazione. La donna sostiene che dalle carte giudiziarie risulti che le sue linee telefoniche siano state messe sotto controllo con il sistema Integra, direttamente dall’ Italia, «in violazione delle disposizioni di leggi, accordi e convenzioni internazionali, e senza riferirsi alla competente autorità giudiziaria libanese a cui spetta decidere e autorizzare l’ intercettazione».

«Non sono io che ho deciso di fare la denuncia, ma qui sono tutti molto arrabbiati. Consideri che il sistema Integra è stato inventato da un Paese ostile a questo», ha detto Speziali alla Verità. Di che Paese parla? «Quello confinante (Israele, ndr). Ai libanesi come glielo vai a spiegare che non c’ è attività di spionaggio illegale? Ma la cosa più grave è stata la violazione del trattato bilaterale di assistenza e reciprocità giudiziaria tra l’Italia e il Libano». La signora Rizk sembra decisa: «Non ho animosità nei confronti di nessuno: cerco solo giustizia, verità e rispetto per me, per i miei figli, per mio marito e per il mio Paese». La donna, che è la figlia «del bey Raymond el Rizk, primo cugino acquisito dei presidenti Amin e Bachir Gemayel», continua: «Il dottor Lombardo non ha mai interrogato mio marito durante la fase istruttoria e quando lui era indagato, sebbene i suoi avvocati dell’ epoca lo avessero espressamente richiesto». La donna non ha mandato giù gli anni di indagini e il processo. «Si sono persino inventati un suo ruolo nella vicenda di Marcello Dell’Utri coinvolgendo il capo dei servizi segreti libanesi e il tutto è stato smentito ufficialmente dal diretto interessato e dalla nostra Procura generale della Cassazione sin dal settembre 2015», si accalora la Rizk.

E va all’attacco delle toghe italiane: «Mio marito è stato costretto a un lungo, triste e ingiusto esilio. Per riabbracciare i suoi cari in Italia ha dovuto patteggiare da innocente, però, come tale e da uomo libero farà tutti i passi necessari e a norma di procedura legale, per ottenere la revisione del processo nel suo Paese». Parole che preannunciano battaglia. Se il procedimento libanese dovesse accertare l’irregolarità delle intercettazioni ordinate dalla Procura di Reggio Calabria, gli Speziali proveranno a ottenere un nuovo processo. Vincenzo Speziali a gennaio aveva annunciato: «Adesso, da uomo libero, continuerò a battermi, per affermare verità e ricercare giustizia». Tre mesi dopo la moglie, in nome del «diritto alla segretezza delle comunicazioni telefoniche» previsto dalle leggi libanesi ha chiesto che i due magistrati italiani vengano «processati e puniti» e che gli vengano addebitati «il risarcimento dei danni e gli interessi con tutte le rispettive tasse e spese». Ieri non siamo riusciti a raggiungere i magistrati italiani per raccogliere un commento, mentre il legale italiano di Speziali, Giancarlo Pittelli, ci ha comunicato di non condividere la decisione del suo vecchio assistito: «Probabilmente ha deciso di mettersi contro il mondo, io non ne so niente»

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