Chaouqui: “Pubblicato solo il 5 per cento del lavoro della Commissione”. “Non sono una sprovveduta, ho buoni archivi”

Francesca Chaouqui

Libero Quotidiano ROMA – Avevo già pronto il titolo per l' intervista: «Non sono un corvo, ma una passera». Dopo lo scandalo Vatileaks, Francesca Immacolata Chaouqui è stata dipinta come una specie di Mata Hari, grazie anche ai suoi messaggi piuttosto osé a monsignor Lucio Vallejo Balda. Lei invece mi contesta: «Ma anche no. Piuttosto sono diventata una mucca. Ho già una pancia enorme». Al quarto mese di gravidanza, imputata per divulgazione di documenti riservati, la «papessa», come si autodefiniva, dice di attendersi una condanna dal tribunale della Santa Sede che la sta processando. Al telefono, tornata a Roma dopo una pausa nella sua San Sosti, in Calabria, tenta di rimettere ordine alla vicenda.

 

A che punto è il dibattimento?

«Riprenderà ai primi di marzo. Sabato prossimo è previsto il giuramento dei periti. Soltanto io ho nominato il mio di parte, Stefano De Nardis».

 

A quali quesiti dovranno rispondere?

«Dovranno ricostruire la procedura di estrazione dei messaggi scambiati fra me e monsignor Vallejo Balda, stabilire se è stata svolta correttamente e se sono stati riportati integralmente. E infine occorrerà decidere se stralciarli, cioè se hanno a che fare con il processo».

 

È l' anno della Misericordia. «Tutto è possibile ma è prematuro: il processo riprenderà e si svolgerà», ha detto oggi il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, rispetto a una possibile grazia del Pontefice. Lei che cosa si attende?

«Nulla. È lo Stato del Vaticano che mi processa. Se hanno deciso di portarmi a processo senza prove, ho la certezza che mi condanneranno senza prove. Nel fascicolo processuale non ci sono gli estremi per la mia imputazione e il fatto che io sia lì non ha senso».

 

Non teme di aggravare la sua situazione, continuando a parlare con i giornalisti?

«Il reato è consegnare documenti riservati ai giornalisti. Non certo parlarci».

 

Ne ha messi nei guai parecchi, da Nuzzi a Sallusti, a Fittipaldi, passando per l'editore Paolo Berlusconi…

«Li ho messi io nei guai? Hanno fatto dei libri senza alcun mio contributo. Hanno avuto successo. Dei loro guai non ho colpa io. Per quanto riguarda Sallusti, poteva vigilare meglio su quanto accadeva nel suo giornale. Ma anche lo stesso Berlusconi ha spiegato che le mie non erano pressioni».

 

Cosa si rimprovera?

«Guardi, io avrei dovuto forse parlare con qualcuno, magari con il segretario di Stato, ma penso che non sarebbe cambiato nulla»

 

Ma a chi si riferiva quando minacciava monsignor Balda via whatsapp: «Lo dico al mio capo»?

«Al Santo Padre. Ho sempre usato quel termine, anche pubblicamente».

 

E lei poteva dirglielo?

«Eh, direi di sì! In quel caso mi riferivo a tutte le stranezze del monsignore che si toglieva le scarpe e beveva nei locali pubblici. Per questo gli consigliavo di farsi visitare da uno psichiatra».

 

Anche il messaggio: Se continui a fare di testa tua con noi hai chiuso» sembra riferito a un gruppo di persone. Quanti eravate?

«Una serie di persone che davano una mano a Balda».

 

E quando lo invitava ad andare da una sua «cugina morbida»?

«Stavo parlando di una cosa da mangiare».

 

Quanti amici le sono rimasti, ora che è caduta in disgrazia?

«Ma quale disgrazia? No, assolutamente. Questo processo ha cambiato ben poco nella mia vita. I clienti che avevo continuo ad averli. Le persone che frequentavo continuo a frequentarle, sia potenti che no. Non ho mai guadagnato un centesimo dal Vaticano. Nessun prelato mi ha mai presentato una singola persona. Semmai il contrario».

 

Chi le è ostile?

«Da dieci giorni dopo la nomina, quella parte della Segreteria di Stato che non è stata coinvolta nella nomina da parte del Santo Padre ha deciso che andavo disintegrata».

 

Intende anche il cardinale Tarcisio Bertone?

«No. Lui era già fuori dai giochi. Chi deve capire, in Vaticano, capirà».

 

Ma c'era la P4…

«Sicuramente gli appalti erano un affare. Ma ora le cose nel governatorato sono cambiate. Inevitabilmente, nella macchina burocratica dei dicasteri, che è lì da decenni, vi sono persone che hanno i loro amici da portare avanti. La Cosea doveva proprio verificare la possibilità di una managerizzazione dei lavoratori della Santa Sede».

 

I vostri consigli sono stati accolti?

«In parte sì, in parte no. La riforma è ancora abbastanza indietro. La Cosea doveva sparire dopo aver dato il proprio contributo. Mons. Balda sosteneva che chi aveva fatto parte della commissione doveva cessare da ogni incarico. Invece si sono riciclati tutti. Diffondere le carte doveva essere l'ultimo scrollone alla Curia».

 

A che è servito?

«A nulla. La segreteria dell' Economia non è riuscita a svolgere il proprio compito. Il cardinale George Pell non è riuscito per i suoi errori e per il suo coinvolgimento nello scandalo della pedofilia in Australia. Questo lo ha indebolito e marginalizzato. Ma che non sia cambiato molto è dimostrato dal fatto che il numero due laico della segreteria, Danny Casey, guadagna 14mila euro al mese. Domenico Giani (il capo della Gendarmeria del Vaticano, ndr) ne guadagna 4mila ed è responsabile della sicurezza del Papa».

 

E il Papa che può fare?

«Mi hanno detto in questi giorni che è piuttosto seccato per la vicenda. La persona che ha voluto gli arresti gli ha detto dapprima di non essere sicuro che fossi incinta. Poi che effettivamente lo ero, ma costituivo un pericolo per lo Stato. E comunque che il processo sarebbe finito nel giro di una settimana. E so che ora il Papa ha chiesto spiegazioni sui tempi».

 

Lei adesso se ne sta tranquilla in maternità. Poi che ha intenzione di fare?

«Io vado avanti fino in fondo, fino al carcere. Ma sono certa che quello stesso tribunale dovrà processare anche chi ha rubato in Vaticano. Se mi sottraessi, significherebbe che l'intero sistema giudiziario della Santa Sede è una buffonata. Io non solo andrò, ma mi difenderò come un leone in questo grado di giudizio, anche se non so esattamente da cosa. Se sarò condannata, andrò in galera. E mi auguro che abbiano il coraggio di rinchiudermici. Io intanto ho diviso l' attività dei miei clienti fra i miei colleghi. In cella scriverò un libro sulla vicenda, perché sono convinta di dover andare avanti».

 

Quanti altri documenti non sono stati resi pubblici?

«Non è uscito neanche un quarto, anzi nemmeno il 5% del lavoro della Cosea, che è proseguito per nove mesi. Sebbene tutto sia stato portato a conoscenza del Promotore di giustizia, si è deciso di non processare per esempio i postulatori delle cause dei Santi che avevano commesso gravissime irregolarità. Non sono stati nemmeno bloccati i loro conti correnti allo Ior, che riguardavano almeno cento cause. Sebbene questo tocchi l' infallibilità del Papa nel nominare i Santi».

 

Lei non ha più carte?

«Non sono una sprovveduta. Andreotti diceva che bisogna avere non solo grandi amici, ma anche grandi archivi». E il Vaticano quanti segreti nasconde ancora? «Credo che non sia stato nascosto nulla a Cosea. La mappatura ormai è completa». E da allora in poi? «Dopo l' arrivo di Parolin alla segreteria di Stato direi che si è voltata definitivamente pagina».

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