Corruzione. L’inchiesta de l'Espresso. La mafia avanza a colpi di mazzette

Lirio Aba­te L'Espresso I PICCIOLI SONO più effi­ca­ci del­la lupa­ra, per­ché non fan­no rumo­re e apro­no tan­te porte.Tutte le mafie moder­ne lo han­no capi­to, met­ten­do da par­te i kala­sh­ni­kov per armar­si di maz­zet­te o del­la for­za inti­mi­da­to­ria per cor­rom­pe­re. E non è una buo­na noti­zia, anzi: que­sta meta­mor­fo­si ha già segna­to un’evoluzione mici­dia­le, capa­ce di strin­ge­re in una mor­sa leta­le eco­no­mia e isti­tu­zio­ni ita­lia­ne. Gli omi­ci­di dei clan con­ti­nua­no a cala­re e han­no un pro­fi­lo sem­pre più bas­so: nel 1991 era­no 718, men­tre nel 2013 sono sta­ti sol­tan­to 52, tan­te ven­det­te nell’ombra sen­za aggua­ti spet­ta­co­la­ri. Basti pen­sa­re che lo scor­so anno a Paler­mo c’è sta­ta una sola ese­cu­zio­ne ricon­du­ci­bi­le a Cosa nostra.Allo stes­so tem­po però cre­sce la pene­tra­zio­ne finan­zia­ria del­le cosche, che inve­sto­no e muo­vo­no capi­ta­li infi­ni­ti. Tan­to che l’ultima rela­zio­ne del­la Dire­zio­ne nazio­na­le anti­ma­fia ha mes­so la nuo­va minac­cia al pri­mo posto, con un’analisi fir­ma­ta dal pro­cu­ra­to­re Fran­co Rober­ti: la cor­ru­zio­ne ades­so è «fat­to­re stra­te­gi­co e stru­men­ta­le dell’espansione mafio­sa». L’allarme ros­so nasce da tan­te inchie­ste in giro per il Pae­se che fan­no vede­re come la mafia è cam­bia­ta rispet­to a vent’anni fa, soprat­tut­to sul­la pene­tra­zio­ne negli affa­ri dell’Italia cen­tro-set­ten­trio­na­le: dai can­tie­ri del­la rico­stru­zio­ne dell’Abruzzo e dell’Emilia a quel­li dell’Expo mila­ne­se. Ed è frut­to di un cal­co­lo sem­pli­ce: men­tre i vec­chi meto­di vio­len­ti pro­vo­ca­no allar­me e con­dan­ne pesan­ti, con le tan­gen­ti si rischia pochis­si­mo. I dati che “l’Espresso” pub­bli­ca in esclu­si­va rive­la­no che a fine feb­bra­io su qua­si 60 mila per­so­ne dete­nu­te in Ita­lia, solo 522 era­no sta­te arre­sta­te per cor­ru­zio­ne. E solo la metà sta scon­tan­do sen­ten­ze defi­ni­ti­ve: gli altri han­no spe­ran­ze con­cre­te di evi­ta­re il ver­det­to gra­zie alla pre­scri­zio­ne che divo­ra i pro­ces­si. Lo ha sot­to­li­nea­to lo stes­so Rober­ti: «Negli ulti­mi vent’anni si è fat­to mol­to con­tro la cri­mi­na­li­tà mafio­sa, sia pure in chia­ve emer­gen­zia­le e per rea­gi­re all’esplosione di vio­len­za stra­gi­sta del 1992–93, il con­tra­sto alla cor­ru­zio­ne e alla cri­mi­na­li­tà eco­no­mi­ca non è mai entra­to nel­le stra­te­gie e negli obiet­ti­vi di alcun gover­no». Le aule dei tri­bu­na­li ci rac­con­ta­no con­ti­nui malaf­fa­ri che met­to­no insie­me mafio­si e cor­rot­ti. Non è un caso se nel­le ulti­me inda­gi­ni sul­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta i boss sia­no sem­pre più spes­so in com­pa­gnia di diri­gen­ti e impie­ga­ti del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne, poli­ti­ci, magi­stra­ti, appar­te­nen­ti alle for­ze dell’ordine, accu­sa­ti di esser­si pie­ga­ti a col­pi di maz­zet­te e di ave­re in que­sto modo avvan­tag­gia­to i clan. E quan­do la “stec­ca” non basta ecco arri­va­re la vio­len­za mafio­sa a “con­vin­ce­re” i cor­rot­ti. I sol­di cemen­ta­no com­pli­ci­tà silen­zio­se, men­tre atten­ta­ti ed ese­cu­zio­ni mobi­li­ta­no i mass media e la rea­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni: le pene in que­sti casi sono dure e la pre­scri­zio­ne scat­ta solo dopo decen­ni. Con le maz­zet­te, poi, si pos­so­no costrui­re cate­ne di col­lu­sio­ne, ina­nel­lan­do nuo­ve pedi­ne sul­la scac­chie­ra di pote­re del­le cosche: un ingra­nag­gio che len­ta­men­te può con­ta­mi­na­re inte­ri set­to­ri del Pae­se. E oggi i boss sono quel­li che han­no a dispo­si­zio­ne più dena­ro liqui­do da spen­de­re. I clan si tra­sfor­ma­no in cor­da­te, con impren­di­to­ri, poli­ti­ci, fun­zio­na­ri di rife­ri­men­to che ven­go­no poco alla vol­ta inglo­ba­ti nel­la mac­chi­na cri­mi­na­le: fini­sco­no a libro paga e si ritro­va­no ad esse­re par­te atti­va del­la con­gre­ga­zio­ne. Nei pri­mi anni Ottan­ta, quan­do i boss deci­de­va­no la spar­ti­zio­ne degli appal­ti, in Cam­pa­nia e Sici­lia ven­ne crea­to il “tavo­li­no” attor­no al qua­le si sede­va­no mafio­si, impren­di­to­ri e uomi­ni di par­ti­to che si spar­ti­va­no gli affa­ri. Era­no sog­get­ti distin­ti, ades­so inve­ce stan­no diven­ta­no un’unica enti­tà. «In real­tà cor­ru­zio­ne, cri­mi­na­li­tà eco­no­mi­ca e cri­mi­na­li­tà mafio­sa sono tre fac­ce di un’unica real­tà. La cri­mi­na­li­tà mafio­sa trae costan­te ali­men­to dal­le pri­me due», scri­vo­no i magi­stra­ti.

LA MACCHINA DEGLI APPALTI Le cor­da­te san­no ben sfrut­ta­re le gare d’appalto con il mec­ca­ni­smo del mas­si­mo ribas­so. Crea­no pool di dit­te, che pre­sen­ta­no offer­te con per­cen­tua­li di scon­to mol­to simi­li tra di loro, varian­do solo le cifre deci­ma­li. Que­sta ope­ra­zio­ne con­sen­te di spo­sta­re la media del­le offer­te in modo che alla fine vin­ce sem­pre una impre­sa del grup­po, men­tre le altre rien­tra­no nel­la par­ti­ta con subap­pal­ti o altri con­trat­ti. La pro­cu­ra dell’Aquila ha sco­per­to che per la rico­stru­zio­ne del­le case crol­la­te nel ter­re­mo­to del 2009 – sov­ven­zio­na­ta con dena­ro pub­bli­co – era sta­to for­mu­la­to un pat­to tra impre­se loca­li, che otte­ne­va­no i lavo­ri, e clan dei casa­le­si che for­ni­va­no mano­do­pe­ra, spes­so obbli­ga­ta a ver­sa­re par­te del­lo sti­pen­dio ai boss. È un’altra del­le tra­sfor­ma­zio­ni mana­ge­ria­li del­la cri­mi­na­li­tà, che offre ser­vi­zi alle azien­de: mano­va­lan­za, sicu­rez­za, pre­sti­ti a bas­so tas­so, ma anche – nel­le regio­ni meri­dio­na­li – la pos­si­bi­li­tà di inter­ve­ni­re negli uffi­ci di comu­ni, regio­ni e orga­ni­smi di con­trol­lo per garan­ti­re l’approvazione del­le pra­ti­che.

L’AFFARE DEL TERREMOTO Il model­lo è Mas­si­mo Car­mi­na­ti, il “Ceca­to” che ha visto lon­ta­no, quan­do par­la del­la “ter­ra di mez­zo”, la zona gri­gia tra i “vivi” e i “mor­ti”, tra i col­let­ti bian­chi e i cri­mi­na­li di stra­da, dove «tut­ti si incon­tra­no». Per­ché i re di dena­ri resta­no comun­que capa­ci di agi­re con la vio­len­za, per impor­re il rispet­to dei pat­ti e risol­ve­re le con­tro­ver­sie. Car­mi­na­ti – stan­do ai giu­di­ci del Tri­bu­na­le del­la Liber­tà – offre una scor­cia­to­ia «neces­sa­ria all’imprenditore diso­ne­sto per risol­ve­re i pro­ble­mi che non può affi­da­re al pro­prio lega­le; sta par­lan­do dell’attività delin­quen­zia­le neces­sa­ria per infil­trar­si nei mec­ca­ni­smi del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne ed inqui­na­re il rego­la­re svol­gi­men­to del­le gare, attra­ver­so sia la cor­ru­zio­ne dei pub­bli­ci uffi­cia­li che la inti­mi­da­zio­ne di quel­li meno dispo­ni­bi­li ed incli­ni a sot­to­sta­re alle loro pre­te­se e degli impren­di­to­ri con­cor­ren­ti, riu­scen­do ad otte­ne­re, così, l’acquisizione di appal­ti da par­te di com­pa­gi­ni ricon­du­ci­bi­li all’associazione cri­mi­na­le». Chi ne paga le con­se­guen­ze sono i cit­ta­di­ni che rice­vo­no ser­vi­zi sca­den­ti, men­tre si spre­ca tan­to dena­ro pub­bli­co. La rico­stru­zio­ne dell’Abruzzo è sta­ta un’occasione d’oro per le joint ven­tu­re del­le cosche. La pre­fet­tu­ra dell’Aquila ha bloc­ca­to 37 ope­ra­to­ri eco­no­mi­ci, inter­det­ti per­ché rite­nu­ti col­lu­si o ogget­to di inge­ren­ze mafio­se: 28 era­no impe­gna­ti in ope­re pub­bli­che e nove negli inter­ven­ti affi­da­ti dai pri­va­ti con l’impiego di con­tri­bu­ti sta­ta­li. Tra le dit­te inter­det­te undi­ci han­no sede nel Nord, 19 nel Cen­tro (di cui 12 a L’Aquila) e set­te nel Sud: una map­pa che fa capi­re come capi­ta­li e inte­res­si mafio­si si sia­no infi­la­ti nel­la pan­cia di azien­de loca­li, diven­ta­te i caval­li di tro­ia dell’espansione. Lo stes­so feno­me­no si è regi­stra­to con l’Expo: del­le 46 inter­dit­ti­ve per sospet­te infil­tra­zio­ni cri­mi­na­li, con con­trat­ti per un valo­re vici­no ai cen­to milio­ni di euro, solo undi­ci han­no riguar­da­to dit­te meri­dio­na­li. Per la super­pro­cu­ra, «il rischio che si crei un siste­ma di con­nes­sio­ni per­ver­se tra socie­tà civi­le e “socie­tà mafio­sa” che si autoa­li­men­ti è serio e rea­le per­ché la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta ha un’elevata capa­ci­tà di infil­trar­si nel tes­su­to eco­no­mi­co e socia­le, rie­sce a instau­ra­re rela­zio­ni con la socie­tà civi­le e si ali­men­ta con la col­lu­sio­ne e la cor­ru­zio­ne che pos­so­no esse­re scon­fit­te solo con scel­te poli­ti­che for­ti e corag­gio­se e pene seve­ris­si­me ed effet­ti­ve per chi atten­ta alla nostra demo­cra­zia col­pen­do l’economia e lo svi­lup­po». Le inter­dit­ti­ve dei pre­fet­ti fan­no meno pau­ra degli ordi­ni di arre­sto. Sono misu­re ammi­ni­stra­ti­ve, non si rischia il car­ce­re: l’imprenditore può fare ricor­so al Tar, che spes­so acco­glie gli appel­li. E al limi­te, basta cede­re la socie­tà a un altro pre­sta­no­me per rico­min­cia­re il busi­ness. Così que­sto can­cro si è dif­fu­so in silen­zio. L’attenzione è rima­sta foca­liz­za­ta sui fat­ti di san­gue, sul­la com­po­nen­te mili­ta­re dei clan che, in Sici­lia come in Cam­pa­nia, è fer­ma da anni: l’ultima onda­ta di piom­bo è quel­la sca­te­na­ta dal kil­ler casa­le­se Giu­sep­pe Seto­la, anche lui det­to “o Ceca­to”, alla fine del 2008. Una par­te dell’apparato inve­sti­ga­ti­vo ha con­ti­nua­to a con­cen­trar­si sul­la minac­cia dei boss a mano arma­ta, «tra­scu­ran­do, inve­ce, quel­la più sub­do­la e coin­vol­gen­te del­la cor­ru­zio­ne e per­ché, anche lad­do­ve si è par­la­to di vicen­de di cor­ru­zio­ne con­nes­se alla cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, più che sul­la tec­ni­ca del coin­vol­gi­men­to cor­rut­ti­vo, ci si è for­se super­fi­cial­men­te sof­fer­ma­ti solo sull’aspetto scan­da­li­sti­co lega­to al nome o agli inca­ri­chi dei pub­bli­ci fun­zio­na­ri coin­vol­ti». Pun­ta­re con­tro la mafia mili­ta­re met­te tut­ti d’accordo, è il con­tra­sto alla cor­ru­zio­ne che inve­ce crea spac­ca­tu­re e malu­mo­ri, spe­cie fra i poli­ti­ci.

L’OSPEDALE IN MANO AL CLAN La sani­tà è uno dei pri­mi cam­pi dove i mafio­si han­no sosti­tui­to la pisto­la con la maz­zet­ta, sfrut­tan­do in pie­no la capa­ci­tà di inse­ri­men­to negli uffi­ci del­le Asl. Si è visto nel­la Locri­de, dove in alcu­ni cen­tri cli­ni­ci medi­ci e capi­clan ven­go­no dal­le stes­se fami­glie. E c’è una vicen­da cla­mo­ro­sa, por­ta­ta alla luce a fine gen­na­io da un’operazione del­la Dia, coor­di­na­ta dai pm di Napo­li: dal 2006 nell’ospedale di Caser­ta tut­te le deci­sio­ni chia­ve sono sta­te arbi­tra­te da Fran­ce­sco Zaga­ria, cogna­to del padri­no casa­le­se Miche­le Zaga­ria. L’uomo ave­va addi­rit­tu­ra un uffi­cio all’interno del noso­co­mio, dove deci­de­va le nomi­ne dei diri­gen­ti, gli appal­ti, i con­trat­ti del­le for­ni­tu­re e crea­va cor­sie pre­fe­ren­zia­li per le visi­te e gli esa­mi dei pazien­ti cari alle fami­glie. Ovvia­men­te que­sto ple­ni­po­ten­zia­rio agi­va anche per con­to del­la poli­ti­ca: all’inizio era soste­nu­to dall’allora segre­ta­rio regio­na­le dell’Udeur, Nico­la Fer­ra­ro, che con il suo appog­gio riu­scì a far nomi­na­re un suo uomo di fidu­cia come diri­gen­te gene­ra­le dell’ospedale. Nel 2008 con la cadu­ta del gover­no Pro­di si pas­sa alla “coper­tu­ra poli­ti­ca” del Pdl cam­pa­no, all’epoca con­trol­la­to da Nico­la Cosen­ti­no, che per gli inqui­ren­ti è rima­sto il refe­ren­te poli­ti­co del “siste­ma cri­mi­na­le” che con­trol­la­va l’ospedale caser­ta­no fino al momen­to del suo arre­sto, avve­nu­to nel mar­zo 2013. Un siste­ma col­lau­da­to e pro­tet­to anche dal­la poli­ti­ca, attra­ver­so la nomi­na di diri­gen­ti com­pia­cen­ti, che garan­ti­va, a sua vol­ta, un pie­no appog­gio elet­to­ra­le al par­ti­to che lo soste­ne­va. I magi­stra­ti non han­no dub­bi: «La cor­ru­zio­ne è un feno­me­no asso­lu­ta­men­te dila­gan­te per­ché è sta­to per trop­po tem­po tol­le­ra­to, in qual­che modo giu­sti­fi­ca­to e quin­di non effi­ca­ce­men­te con­tra­sta­to né a livel­lo giu­di­zia­rio né a livel­lo di pre­ven­zio­ne». Non solo: «Vi è sta­to un deci­so arre­tra­men­to su que­sto fron­te, quan­do sono sta­te assi­cu­ra­te ampie pro­spet­ti­ve di impu­ni­tà per il fal­so in bilan­cio, che è la pre­mes­sa di ogni accu­mu­la­zio­ne di dena­ro nero fina­liz­za­to al paga­men­to di tan­gen­ti a poli­ti­ci e mafio­si e, quin­di, rinun­cian­do a uno stru­men­to indi­spen­sa­bi­le per il con­trol­lo sul­la tra­spa­ren­za in cam­po eco­no­mi­co e impren­di­to­ria­le». La solu­zio­ne per scon­fig­ge­re que­sta nuo­va mafia? La più radi­ca­le. Come scri­ve la Dna, «la rifor­ma del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne è neces­sa­ria per sem­pli­fi­ca­re e ren­de­re più tra­spa­ren­te la mac­chi­na buro­cra­ti­ca. Sem­pli­ci­tà e tra­spa­ren­za gio­va­no alla lot­ta con­tro le mafie, per­ché gio­va­no al con­tra­sto alla cor­ru­zio­ne e favo­ri­sco­no i con­trol­li sugli atti del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne. Ma non basta­no. Per­ché mol­to spes­so, soprat­tut­to per i gran­di appal­ti, gli accor­di ille­ci­ti si fan­no “a mon­te” sal­tan­do tut­ti i con­trol­li». Intan­to il sospi­ra­to emen­da­men­to del gover­no sul rea­to di fal­so in bilan­cio è sta­to pre­sen­ta­to in Com­mis­sio­ne Giu­sti­zia del Sena­to, dove è in discus­sio­ne il dise­gno di leg­ge anti­cor­ru­zio­ne. Il pre­si­den­te dell’Aula Pie­tro Gras­so, che due anni fa è sta­to pri­mo pro­mo­to­re di que­ste nor­me, ha accol­to la noti­zia con que­ste paro­le, par­ti­co­lar­men­te emble­ma­ti­che del­la vicen­da del prov­ve­di­men­to: «C’è una buo­na noti­zia. Alle­luia, alle­luia! Il famo­so emen­da­men­to sul fal­so in bilan­cio è arri­va­to e que­sta è una novi­tà impor­tan­te». Un pri­mo pas­so, per col­pi­re alme­no il teso­ro in nero che ren­de poten­ti i col­let­ti bian­chi del­le fami­glie.

Tangenti rubate? Ci pensa la ndrangheta 

FAR ARRIVARE A DESTINAZIONE le maz­zet­te è sem­pre sta­to un pro­ble­ma. Chiun­que può ruba­re una vali­get­ta pie­na di ban­co­no­te o fin­ge­re di non aver­la rice­vu­ta. Per que­sto a Roma nel 2006 un impren­di­to­re del­le cli­ni­che affi­da­va le con­se­gne del­le busta­rel­le a un uffi­cia­le dei cara­bi­nie­ri. E stan­do alle inter­cet­ta­zio­ni per far reca­pi­ta­re i fon­di neri di Fin­mec­ca­ni­ca ai par­ti­ti ci si rivol­ge­va a Mas­si­mo Car­mi­na­ti. L’ultima sto­ria di tan­gen­ti a per­de­re emer­sa riguar­da un milio­ne sva­ni­to nel nul­la. È una par­te dei sol­di gira­ti da Mir­co Sal­si, ex vice­pre­si­den­te del­la Con­far­ti­gia­na­to di Reg­gio Emi­lia, a Maria Rosa Gel­mi per inse­rir­si negli appal­ti per le men­se del­le car­ce­ri e di altri enti. I quat­tri­ni dove­va­no ser­vi­re per cor­rom­pe­re due ex asses­so­ri di Bre­scia e il diret­to­re del peni­ten­zia­rio di Ber­ga­mo, Anto­nio Por­ci­no. Quest’ultimo, secon­do il rac­con­to del­la don­na ai pm, avreb­be «rice­vu­to in tota­le cir­ca 300 mila euro pro­ve­nien­ti da Sal­si». L’imprenditore però, non ha riscon­tri sul ver­sa­men­to del resto del mal­lop­po. E non poten­do rivol­ger­si alla magi­stra­tu­ra, ha chie­sto aiu­to all’ufficio di riscos­sio­ne del­la ndran­ghe­ta emi­lia­na. Un ser­vi­zio rapi­do ed effi­cien­te, che in poco tem­po ha recu­pe­ra­to la metà del­la tan­gen­te, trat­te­nen­do­ne una par­te per il distur­bo. Il recu­pe­ro cre­di­ti, con minac­ce rivol­te alla media­tri­ce inaf­fi­da­bi­le, è con­te­sta­to in un capo di impu­ta­zio­ne dell’inchiesta Aemi­lia dell’Antimafia di Bolo­gna. Il filo­ne cor­ru­zio­ne, al con­tra­rio, non ha anco­ra avu­to un segui­to.

SIMILE LA VICENDA di due impren­di­to­ri man­to­va­ni. Tra­mi­te un pro­ca­cia­to­re d’affari, era­no fini­ti nel­le mani di Giu­sep­pe Mei: un avvo­ca­to bare­se che gira l’Italia mil­lan­tan­do ami­ci­zie al mini­ste­ro del­la Giu­sti­zia. I due incau­ti lom­bar­di gli han­no mes­so in mano una maz­zet­ta di 500 mila euro, chie­sta per far­gli vin­ce­re un appal­to da 10 milio­ni. Dopo aver inta­sca­to i sol­di, però, l’avvocato scom­pa­re. E a que­sto pun­to ven­go­no di nuo­vo ingag­gia­ti i pic­ciot­ti di Equi-ndran­ghe­ta per met­te­re ordi­ne nel sot­to­bo­sco truf­fal­di­no del­le busta­rel­le per­du­te. (Gio­van­ni Tizian) 

L'Espresso n. 12/2015

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*