Corsa contro il tempo sugli elenchi dei massoni

Rosi Bindi

Paolo Pollichieni Corrieredellacalabria.it RIUSCIRÀ LA Commissione parlamentare antimafia a evitare che l’ormai imminente fine della legislatura faccia calare il sipario anche sull’indagine tesa a far luce sui rapporti tra criminalità mafiosa e logge massoniche deviate? L’interrogativo non sembra interessare molto i piani alti della politica, alle prese con un futuro incerto su molti fronti. Questo fa ben sperare quanti, all’interno delle organizzazioni massoniche, sperano di contenere i danni fin qui prodotti non solo dalle audizioni della Commissione Bindi, ma anche quelli, ben più temuti, che accompagnano l’acquisizione degli elenchi dei massoni calabresi e siciliani. Ancora più forti potrebbero essere, infine, i danni collegati all’informativa con la quale la Guardia di finanza, su incarico della Commissione antimafia, stralcia dagli elenchi alcune centinaia di nomi di personaggi direttamente collegabili a cosa nostra e ndrangheta.

Probabilmente l’organismo presieduto da Rosy Bindi ha atteso troppo tempo prima di aprire il filone delle “massomafie”, nonostante questo fosse già presente nei lavori della Commissione nelle precedenti legislature. Sta di fatto che solo il 3 agosto 2016 la questione veniva direttamente affrontata attraverso l’audizione del gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi. Successivamente, il 13 ottobre 2016, venivano ascoltati i magistrati della Procura distrettuale di Reggio Calabria; il 23 novembre toccava a quelli della Dda di Palermo. Solo nel gennaio scorso, invece, venivano sentiti, in qualità di testimoni, i rappresentanti di alcune logge massoniche, alle quali cui sono stati anche richiesti gli elenchi degli iscritti. Subito dopo, la Commissione antimafia convocava il capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, che veniva sentito, in seduta segreta, alla fine del febbraio scorso. Occorrerà attendere il 15 marzo, però, per registrare la decisione della Commissione di avvalersi delle facoltà speciali e disporre l’acquisizione degli elenchi dei massoni affiliati a quelle organizzazioni che ne avevano rifiutato la consegna bonaria. Incarico in tal senso veniva conferito allo Scico della Guardia di finanza, ma restringendo il mandato ai soli elenchi delle logge operanti in Calabria e Sicilia, una decisione che nessuno fin qui ha inteso giustificare e che a molti appare oltremodo limitativa rispetto all’indagine sul fenomeno.

La Guardia di finanza provvedeva rapidamente all’acquisizione degli elenchi e, successivamente, sempre su incarico della Commissione antimafia, provvedeva anche a una prima selezione, enucleando alcune centinaia di massoni raggiunti da indagini o condanne per reati di mafia. Eppure, nel motivare la decisione di mandare la Guardia di finanza presso le maggiori organizzazioni massoniche, la Commissione antimafia aveva evidenziato: «La Commissione ha chiesto formalmente gli elenchi degli iscritti di alcune logge, al fine di verificare – alla luce delle indagini della magistratura – l’esistenza di soggetti legati alle organizzazioni mafiose. Poiché i responsabili delle logge interessate non hanno dato corso tempestivamente a tale richiesta, la Commissione ha deliberato il sequestro di tali elenchi, che saranno assoggettati a regime di segretezza e quindi non divulgati».

La maggiore opposizione rispetto alle richieste della Commissione antimafia, era stata formulata da Stefano Bisi, Gran maestro del Goi (Grande Oriente d’Italia), che, con oltre 23.000 fratelli divisi in 850 logge e due secoli di storia, vanta il ruolo di maggiore organizzazione massonica operante in Italia. Bisi contestava quello che, a suo avviso, era un tentativo di infangare la storia di una associazione che brillava sia per le iniziative pubbliche a difesa della Costituzione che per quelle di natura sociale, sottolineando le regole rigide su coloro che chiedono di aderire all’organizzazione, i controlli effettuati sul rispetto delle regole interne (soprattutto negli anni della sua presidenza) e negando l’esistenza di logge segrete nell’ambito del Grande Oriente d’Italia.

Certezze, quelle esternate da Bisi, alle quali la Commissione antimafia opponeva quanto, invece, era emerso da indagini giudiziarie (ad esempio dall’inchiesta “Mammasantissima”), dichiarazioni di collaboratori di giustizia, intercettazioni telefoniche degli stessi esponenti mafiosi (in particolare ’ndranghetisti), «dalle quali emergerebbe un rapporto organico tra massoneria e mafie». Si aveva, in sostanza, prova dell’esistenza di logge massoniche segrete, deviate, utilizzate dalle associazioni criminali mafiose per infiltrarsi nell’economia e nelle istituzioni, come confermato anche dalle dichiarazioni al riguardo di alcuni ex iscritti al Gran Oriente. In sede di audizione, il gran maestro Bisi se da un lato ribadiva di voler collaborare con la Commissione nella lotta alle mafie, dall’altro non forniva riscontri su specifici provvedimenti assunti dall’organizzazione nei confronti di iscritti sospettati di essere in rapporto con gruppi criminali né sulle ragioni che hanno portato allo scioglimento di alcune logge (come quelle di Locri, Brancaleone e Gerace). Bisi, inoltre, ribadiva di non essere a conoscenza di logge “coperte” all’interno della sua organizzazione. Ammetteva che in passato si era fatto ricorso alla formula dei “Fratelli all’orecchio”, conosciuti solo dai Gran maestri dell’epoca, ma assicurava che tale formula aveva avuto fine già nel 1982. Nessuna spiegazione, invece, veniva dal gran maestro sulla consistenza degli iscritti in Calabria e Sicilia, che appaiono molto più elevati rispetto a quelli di altre regioni.

Decisamente più collaborativo era Fabio Venzi, al vertice della Gran Loggia Regolare d’Italia, nata nel 1993 per iniziativa dell’ex gran maestro Di Bernardo e di 300 membri fratelli provenienti principalmente al Grande Oriente d’Italia. Venzi tra le motivazioni della scissione collocava anche la impossibilità di contrastare le infiltrazioni nel Grande Oriente d’Italia da parte della criminalità mafiosa. La nuova loggia, dedita soprattutto agli studi su simbologia, storia, filosofia della libera muratoria, aveva deciso di caratterizzarsi proprio per la trasparenza delle adesioni: le liste degli iscritti sono state consegnate, sin dalle origini, al ministero dell’Interno e alle altre autorità pubbliche presenti sul territorio. Sottolineava Venzi: «Questa prassi rappresenta un fortissimo deterrente nei confronti di chi si volesse iscrivere alla loggia per fini diversi da quelli statutari». Infine, Venzi forniva informazioni dettagliate sulla consistenza e composizione sociale della Gran Loggia Regolare d’Italia (attualmente ci sono 2.400 iscritti, tra cui militari, dipendenti pubblici, giornalisti, preti, professionisti) e delle cautele adottate per impedire infiltrazioni della criminalità, in particolare in Calabria (si è opposto ad esempio alla istituzione di nuove logge nel versante jonico) e in Sicilia.

A Massimo Criscuoli Tortora, era toccato di illustrare le caratteristiche della Serenissima Gran Loggia d’Italia-Ordine Generale degli Antichi Liberi Accettati Muratori, di cui è gran maestro dal 2006: si tratta di una loggia di limitate dimensioni (attualmente solo 197 iscritti rispetto ai 400 di alcuni anni fa), caratterizzata da un estremo rigore nell’esame delle richieste di adesione. Accanto alla valutazione dei certificati penali, sia generale che dei carichi pendenti e dei certificati antimafia e di non fallimento, viene effettuata una attenta verifica delle qualità morali di chi chiede l’adesione. Vi è da questo punto di vista un forte impegno di evitare qualsiasi compromissione con gruppi criminali, testimoniato anche da alcune iniziative culturali promosse dalla Gran loggia (ad esempio a Locri). Nel corso della sua audizione, viene posta particolare attenzione al fenomeno delle logge irregolari, che sono numerosissime, soprattutto nel Centro-sud, ai rapporti esistenti tra le poche logge regolari e alle diverse forme di affiliazione internazionale.

Infine Antonio Binni, gran maestro della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, fornisce un quadro dettagliato della sua associazione, nata nel 1805 da una scissione dal Grande Oriente d’Italia dovuta all’elevata politicizzazione di quest’ultima e alle sue posizioni critiche nei confronti della Chiesa; attualmente conta oltre 8.000 iscritti (il 40% donne, escluse invece da altre logge massoniche), con logge presenti non solo in tutte le regioni italiane ma anche all’estero (ad esempio Gran Bretagna, Canada, Libano). Binni ha sottolineato l’estremo rigore nella valutazione delle richieste di iscrizione, per le quali viene comunque richiesto il certificato penale e quello dei carichi pendenti: non sono mai state accertati casi di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.

Sentito, in Commissione antimafia, anche Giuliano Di Bernardo, già gran maestro del Grande Oriente d’Italia-Palazzo Giustiniani tra il 1990 e il 1993. La sua sarà una audizione largamente secretata, soprattutto nella parte nella quale racconta le conseguenze subìte per avere deciso di assicurare piena collaborazione all’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova in quella che resta la prima indagine organica sulle “Massomafie”. Di Bernardo riferisce alla Commissione Bindi, in particolare, le ragioni della sua scelta di consegnare immediatamente gli elenchi degli affiliati calabresi (per tutti gli altri ci fu un veto dell’organo di governo del Grande Oriente e furono poi sequestrati). Proprio gli elementi di prova raccolti da Cordova sulla compromissione del Grande Oriente d’Italia con la ’ndrangheta lo hanno indotto ad abbandonare il Goi per fondare la Gran Loggia Regolare d’Italia ed è in questo contesto che il professor Di Bernardo ha fornito elementi sulla loggia P2 governata da Licio Gelli. Il resto è cronaca di questi giorni.

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