Cosa nostra e ndrangheta: patto stragista. Due gli arresti: Giuseppe Graviano e Rocco Filippone

Leopoldo Gargano La Sicilia PALERMO – Cosa nostra e ndrangheta alleate contro lo Stato. Unite in un progetto stragista che doveva cambiare il volto delle istituzioni, mettendole a disposizione delle mafie. Questa l’ipotesi di accusa dell’inchiesta condotta dalla procura di Reggio Calabria, sfociata ieri in due nuove arresti e una raffica di perquisizioni. I provvedimenti di custodia cautelare riguardano due presunti registi di questa operazione, il superboss di Brancaccio Giuseppe Graviano, da 23 anni rinchiuso in carcere e sottoposto al regime duro del 41-bis e il capomafia calabrese Rocco Santo Filippone, 77 anni, detto «zio Rocco», legato alla potente cosca di ndrangheta dei Piromalli di Gioia Tauro. Dietro un simile progetto non ci sarebbero stati certo solo loro, sul conto di altri personaggi si sta ancora indagando, mentre altri sarebbero deceduti.

Graviano e Filippone sono considerati i mandanti di tre attentati contro i carabinieri che gli inquirenti di Reggio ritengono inseriti nella strategia stragista di quel periodo. Nel primo attentato, il 18 gennaio 1994, lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria vennero uccisi a colpi di mitraglietta gli appuntati Antonino Fava e Giuseppe Garofalo; nel secondo, l’1 febbraio 1994, furono feriti l’appuntato Bartolomeo Musicò ed il brigadiere Salvatore Serra mentre il primo dicembre 1994 rimasero miracolosamente illesi il carabiniere Vincenzo Pasqua e l’appuntato Silvio Ricciardo. Tutti e tre gli episodi avvennero in Calabria e per l’accusa facevano parte dello stesso piano di violentissima contrapposizione allo Stato che aveva portato alle stragi di mafia del 1993.

Le indagini sono state eseguite dalla squadra mobile di Reggio e dal servizio centrale antiterrorismo, ma ieri mattina all’alba sono entrati in azione anche i poliziotti della squadra mobile di Palermo che hanno perquisito l’appartamento dell’ex dirigente dei servizi segreti Bruno Contrada e di altri indagati: Cesare Carmelo Lupo, storico favoreggiatore dei fratelli Graviano, pure lui in cella da tempo come Cosimo Lo Nigro, condannato per mafia e omicidi. Il nome di Contrada è entrato nell’inchiesta perché gli investigatori calabresi lo ritengono in contatto con un indagato, un personaggio che compare puntualmente in alcune importanti inchieste di mafia: l’ex poliziotto Giovanni Aiello, detto «faccia di mostro». Legato ai servizi più o meno deviati, secondo la ricostruzione di diverse procure, era l’uomo di collegamento tra gli 007 e Cosa nostra e per questo sarebbe il depositario di tanti segreti. Ora è indagato dalla procura di Reggio Calabria nell’inchiesta sui mandanti degli attentati ai danni dei carabinieri compiuti nel 1994.

«Contrada – scrivono i pm reggini – è risultato essere la persona più strettamente legata ad Aiello nella polizia. Fonte dell’informazionesarebbe«unapersona pienamente attendibile che non si nomina per motivi di sicurezza». Contrada, sempre secondo l’accusa, avrebbe avuto contatti con un altro ex agente di polizia, Guido Paolilli, dopo che questi fu sentito su Aiello. Sia «faccia da mostro» che Paolilli sono stati indagati a Palermo per l’omicidio dell’agente Nino Agostino, ucciso assieme alla moglie nel 1989. Per Paolilli, che rispondeva di favoreggiamento, la procura chiese ed ottenne l’archiviazione. Aiello, accusato di omicidio, è ancora indagato dopo l’avocazione del fascicolo da parte della procura generale. Contrada, sostengono gli investigatori, avrebbe avuto contatti con Paolilli subito dopo che era stato interrogato dai pm reggini su Aiello. Per quanto riguarda la perquisizione in casa di Contrada, a cui la Cassazione dopo una lunghissima vicenda giudiziaria ha revocato la sentenza di condanna a 10 anni per concorso esterno, il suo legale Stefano Giordanohacommentato:«Ci aspettavamo ed era ampiamente prevedibile, una reazione da parte di chi ha perso e non si rassegna a questa inesorabile sconfitta. Contrada è sereno ha aggiunto il legale e spera di non essere più disturbato nel sonno». Durante la perquisizione non è stato sequestrato nulla.

L’inchiesta calabrese ha preso spunto dalle dichiarazioni di due assassini rei confessi dei carabinieri, Giuseppe Calabrò e Consolato Villani, ma soprattutto dalla ricostruzione di Gaspare Spatuzza, ex killer scelto dei Graviano, diventato poi uno dei collaboratori di giustizia ritenuti più affidabili. Ha svelato il contesto nel quale erano stati decisi gli attentati contro i militari, inserendoli in un quadro ben preciso. I calabresi si sarebbero occupati sul loro territorio degli agguati contro i carabinieri, mentre i mafiosi siciliani, agli ordini dei Graviano, misero a punto l’attentato, per fortuna fallito, del 31 ottobre 1993 allo stadio Olimpico di Roma. Doveva essere una strage mai vista in Italia e causare la morte di un centinaio di carabinieri che erano in servizio per la partita Lazio-Udinese. Fu proprio Spatuzza a premere più volte il pulsante del telecomando dell’esplosivo nascosto dentro una Lancia Thema rubata a Palermo dai picciotti del clan di Brancaccio, ma l’innesco non entrò mai in funzione.

Giuseppe Calabrò e Consolato Villani – quest’ultimo minorenne all’epoca dei fatti – furono arrestati poco dopo l’agguato mortale contro gli appuntati Fava e Garofalo, e poi sono divenuti collaboratori di giustizia. Hanno ammesso di essere stati gli autori degli attentati, ma non hanno mai indicato quello che, per inquirenti ed investigatori reggini, è stato il vero movente, ovvero un attacco stragista allo Stato coordinato con Cosa Nostra. Il 27 maggio 2016, Villani, deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia a Palermo ha riferito che aveva chiesto il perchè degli agguati ai carabinieri a Calabrò e che questo gli aveva riposto che «stavamo facendo come la banda della Uno bianca: attaccavamo lo Stato». Villani ha anche riferito di essere stato lui, su disposizione di Calabrò, a fare una telefonata in cui si rivendicava l’attentato costato la vita a Fava e Garofalo in cui disse «questo è solo l’inizio». Proprio in questo torbido periodo della Repubblica comparve per la prima volta la sigla della «Falange Armata», che rivendicò gli agguati contro i carabinieri e l’assassinio dell’educatore carcerario Umberto Mormile. Una sigla dietro la quale c’era la cosa nostra stragista di Riina che «voleva rompere le corna allo Stato» e alcuni personaggi legati ai servizi rimasti ancora senza nome. Su di loro si concentrano adesso le indagini.

Antonio Fava e Vincenzo Garofalo

«Un disegno terroristico-mafioso per poter sostituire la classe politica»

«Un disegno terroristico e mafioso servente rispetto ad una finalità più alta, che prevedeva la sostituzione di una vecchia classe politica con una nuova, diretta espressione degli interessi mafiosi». Così il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha commentato l’operazione «Ndrangheta stragista». «Dopo il tramonto della Prima Repubblica e la lunga scia di sangue che ne ha segnato il trapasso – ha aggiunto Roberti – ndrangheta e Cosa nostra volevano mantenere il controllo assoluto sulla classe politica, proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si andava delineando. In questo quadro rientrava anche la decisione delle mafie di fare un attentato dinamitardo con un’autobomba nella terza decade del mese di gennaio del 1994 allo stadio Olimpico contro i carabinieri che avrebbe provocato, secondo chi lo aveva organizzato, almeno cento morti tra gli uomini dell’Arma, con effetti destabilizzanti per la democrazia. L’inchiesta ha avuto la spinta iniziale con l’arrivo alla Dna di Piero Grasso, presidente del Senato, convinto della necessità di diradare le troppe nebbie che gravavano sulla morte di Falcone e Borsellino e sulla stagione delle stragi. L’operazione ha concluso conferma il carattere mafioso e terroristico dell’azione condotta dalla mafia e dalla Ndrangheta contro i carabinieri, una sorta di “terrorismo conservativo” finalizzato a bloccare il sistema e certuni equilibri».

Gaetano Paci, procuratore aggiunto a Reggio Calabria: «La strategia della tensione era utile anche in Calabria»

Tra mafia e ndrangheta sinergie, interessi comuni e forme di collaborazione non sono recenti, ricorda Gaetano Paci, che già nel 2000 indagò, a Palermo, su traffici di stupefacenti in joint venture fra le due organizzazioni criminali. Spiega oggi, Paci, da procuratore aggiunto di Reggio Calabria,che i calabresi sono cauti, attenti, diffidenti e hanno sempre o quasi preferito non attaccare lo Stato. E questo è uno dei motivi, afferma il magistrato originario di Canicattì e per anni in servizio alla Dda di Palermo, per cui la mafia di oltrestretto è oggi di gran lunga la più potente. In Italia e non solo. Per un breve periodo, tra fine ‘93 e inizio ‘94, ci fu però la classica eccezione che conferma la regola e che ieri ha portato all’ordine di custodia per il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, del clan Piromalli di Gioia Tauro.

Perché la ndrangheta accettò di partecipare a iniziative mafiose ed eversive sponsorizzate e volute da Cosa nostra?
«Diciamo intanto perché non le accettava e non le accetta: perché tutte le famiglie, tutti i clan hanno sempre coltivato rapporti con il mondo delle istituzioni e pure con l’apparato repressivo dello Stato. Hanno cioè l’interesse da una parte a non suscitare reazioni, dall’altra a perseguire le proprie finalità attraverso la mediazione e la contrattazione, direttamente dentro le istituzioni».

Un sistema diverso da quello praticato dai corleonesi in Sicilia, con l’attacco frontale allo Stato, spezzato dalla reazione seguita alle stragi del ‘92-‘93.
«C’è un processo in corso a Reggio, denominato Gotha, in cui a giudizio ci sono avvocati, commercialisti, imprenditori, quel livello occulto che garantisce protezioni e vantaggi all’organizzazione. È una collusione che assicura corsie preferenziali. E se qualcuno prova a cercare di spezzare questi equilibri viene travolto».

A cosa si riferisce?
«A uno dei fatti storici e criminali che testimoniano i fortissimi legami tra le due associazioni: l’omicidio, avvenuto a Torino nel 1983, dell’allora procuratore Bruno Caccia. Catanesi e calabresi dirigono il traffico di eroina, si muovono grazie a persone disponibili nelle istituzioni e nello stesso apparato giudiziario: Caccia si mette in mezzo e viene ucciso».

Come spiegare, allora, gli episodi di cui ora la sua Procura si occupa, gli omicidi, tentati e consumati, ai danni dei carabinieri?
«Bisogna guardare al contesto preso in esame dalla vituperata inchiesta Sistemi criminali, che a Palermo mise in luce come Cosa nostra, nel passaggio tra gli anni ‘80 e ‘90, per intenderci fra la caduta del muro di Berlino, tangentopoli e l’esordio di una nuova classe politica, intercettò il desiderio di cambiamento espresso da tante formazioni politiche, le leghe meridionali. Alcune erano ispirate da legittimi interessi politici, altre da Gelli, gruppi massonici deviati e uomini di Cosa nostra. In un contesto del genere la strategia della tensione perché di questo si trattò era più che utile. Anche in Calabria. Ecco perché l’attacco ai carabinieri».

Che per altro avviene in tre riprese, con due tentativi non riusciti e uno in cui cadono due militari. E siamo nel periodo del progetto di attentato, poi fallito, allo stadio Olimpico.
«Sono vicende intimamente connesse fra di loro, in cui il lavoro della Procura reggina si basa anche sulle risultanze di quello dei colleghi di Palermo, legato alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza».

Ancora una volta ecco i nomi di Bruno Contrada e dell’ex poliziotto Giovanni Aiello, cosiddetto faccia da mostro.
«Al di là delle responsabilità dei singoli, che dovranno essere certificate dai processi, emerge la necessità di non considerare le mafie solo come espressione di una criminalità di tipo militare. Occorre risalire ai collegamenti istituzionali. Per gli attentati di cui parliamo, l’attuale collaboratore Consolato Villani e Fortunato Calabrò furono condannati. Ma loro stessi ignoravano il movente di ciò che gli avevano fatto commettere».

La ndrangheta è ormai la “prima” tra le mafie?
«Sì, e questo purtroppo per via dei troppi ritardi che ci sono stati nel contrastarla. Ignorata, sottovalutata per troppo tempo: la sua unitarietà, riconosciuta a Cosa nostra già col maxiprocesso, è stata ammessa solo 20 anni dopo, col processo Crimine. Ha saputo intercettare i mercati del Centro Europa, degli Usa e del Canada, dove non si ragiona sul fatto che la criminalità è diventata nel tempo economica e imprenditoriale»

 

Relazione della Dia: «C’è una cupola anomala con alla guida Totò Riina»

Sotto il profilo della leadership, l’ormai ottantaseienne boss corleonese continuerebbe ad essere alla guida di Cosa nostra a conferma dello stato di crisi di un’organizzazione incapace di esprimere una nuova figura, mentre la Commissione provinciale, atteso lo stato di detenzione di quasi tutti i suoi componenti, risulta impossibilitata a riunirsi». È l’analisi sulla leadership di Cosa nostra da parte di Totò Riina contenuta nella relazione semestrale della Dia.

«La Cupola palermitana spendeva la sua influente autorevolezza nell’intero comprensorio della Sicilia Occidentale e, in genere, costituiva punto di riferimento anche per le decisioni strategiche attinenti alla rimanente parte dell’Isola. spiega la relazione In mancanza di un organismo decisionale, idoneo a dare risposte urgenti in una fase di emergenza, Cosa nostra avrebbe riconosciuto legittimità ad agire ad un organismo collegiale provvisorio, costituito dai più influenti capi mandamento della città. Questo organismo assolverebbe a funzioni di consultazione e raccordo strategico fra i mandamenti palermitani prosegue la relazione -. Si tratterebbe di una cupola anomala, che non coinvolge l’intera organizzazione e alla quale prenderebbero parte reggenti scarcerati per fine pena o figli d’arte, che non sempre godono di unanime riconoscimento».

«L’organizzazione mafiosa conclude si troverebbe ormai da tempo ad attraversare una fase di transizione. Le famiglie che hanno affidato il controllo del territorio ad elementi impulsivi e talvolta spregiudicati, incapaci di calcolare le conseguenze delle loro decisioni, lontani dallo stereotipo di Cosa nostra, devono ora fare ricorso ai consigli di anziani e uomini d’onore chiamati a sopperire, con il loro carisma, a giovani reggenti inadeguati. Una volta scarcerati, i boss riprenderebbero, infatti, esattamente il loro posto, dedicandosi alla riqualificazione e riorganizzazione delle loro famiglie, decimate da arresti e pesanti condanne».

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