Cronista alla sbarra: ha “rubato” le notizie. È il reato contestato ad Agostino Pantano. Rischia fino a 8 anni

Tribunale di Palmi

Manuela Iatì Il Fatto Quotidiano QUEL CHE ancora mancava ai giornalisti italiani arriva dalla lontanissima Calabria, dove tutto può succedere. Anche di finire sotto processo per ricettazione. E solo per aver fatto il proprio lavoro.

Taurianova, aprile 2009. Il governo scioglie il consiglio comunale per mafia. Sul quotidiano Calabria Ora Agostino Pantano si occupa del caso. Dopo una lunga attività d’inchiesta riesce a leggere la relazione d’accesso agli atti del Comune. Scopre che le infiltrazioni mafiose, che causano lo scioglimento, interessavano anche la precedente giunta. Lo scrive sul suo giornale, ma la cosa a qualcuno non va giù: a settembre 2010, l’ex sindaco lo querela per diffamazione. Si apre il processo a Cosenza, ma il Gip archivia subito su richiesta del pm. Riconosce che Pantano ha correttamente esercitato “il diritto di cronaca e criica politica”, ovvero che ha fatto bene il suo lavoro.

Questione chiusa? No, perché i suoi articoli sono stati redatti in base a un atto, la relazione d’accesso, “pacificamente sottoposto al segreto d’ufficio”. C’è stata cioè una violazione, che va perseguita. Il magistrato, così, trasmette gli atti alla procura competente – Palmi, nel reggino – e formula una nuova accusa per il giornalista. Ed ecco il colpo di scena. Agostino Pantano si ritrova di nuovo indagato, non per concorso in rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, come ci si aspetterebbe, ma per una fattispecie ben più grave: la ricettazione.

L’assunto è il seguente: le informazioni sono state procurate da ignoti attraverso un delitto (la violazione del segreto) e usate poi da lui “per un suo fine di profitto, ossia la realizzazione degli articoli costituenti la sua attività professionale”. Come a dire che la notizia sarebbe una merce ricettata e lui l’avrebbe usata per guadagnarsi lo stipendio, che finisce così con l’essere il compenso per la vendita di quella merce acquisita illegalmente.

Un teorema bizzarro e pericoloso. D’ora in poi i Tribunali potrebbero trovarsi affollati da una pletora di giornalisti non con taccuino e penna in mano, ma alla sbarra, quali “ricettatori”. Soprattutto nei casi in cui sia più facile far passare l’idea di una provenienza illecita della notizia: cioè quando le fonti siano riservate o atti segreti. Addirittura, potrebbe essere citato in giudizio non solo chi sia retribuito, ma an- che chi lavorasse gratis, visto che il “profitto”, che la norma indica come presupposto per la ricettazione, è da intendersi in senso lato, come “qualsiasi” vantaggio, anche non economico: ad esempio, la notorietà o l’aver accresciuto il numero dei lettori, per sé e il giornale.

Intanto Agostino Pantano sotto processo ci è finito. Ieri si è tenuta la seconda udienza. Rischia fino a otto anni di prigione. Poco meno del promotore di una cellula terroristica. Poco più di un foreign fighter che abbia organizzato il viaggio in Siria o di un piccolo spacciatore di droga. Ed esattamente quanto Nuzzi e Fittipaldi, i giornalisti del Vatileaks2, accusati di una sorta di furto di notizie. Con l’aggravante però di essere processato da un Paese – l’Italia – in cui la libertà di stampa, a differenza del Vaticano, è garantita dalla Costituzione.

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