Cutro, luce sugli anni di piombo. Il pentito Liperoti svela i collegamenti tra i delitti Arabia, Iazzolino, Trapasso e Scerbo

Antonio Anastasi Quotidiano del Sud CUTRO – «Prendi questa moto e portala a Cutro». C’è tutta una serie di collegamenti tra gli omicidi commessi negli anni di piombo, che hanno lasciato una lunga scia di sangue nel territorio a cavallo tra le province di Crotone e Catanzaro, in questa frase. A contribuire a fare luce potrebbe essere il pentito Giuseppe Liperoti, ex cassiere della super cosca Grande Aracri; tra le nuove rivelazioni versate nel processo Kyterion, di cui stiamo riferendo in questi giorni, ci sono anche i retroscena dell’omicidio del boss Antonio Dragone, compiuto nel maggio 2004 e maturato nell’ambito di una guerra di mafia a cui il collaboratore di giustizia prese parte. Durante i meticolosi preparativi per l’agguato ordinato dal boss Nicolino Grande Aracri, Liperoti sarebbe stato convocato da Sergio Iazzolino, ex boss di Sersale poi ammazzato nel marzo 2004, e Pino Grano, esponente di spicco della cosca Ferrazzo di Mesoraca, storici alleati dei cutresi, a Steccato di Cutro, dove tra i cespugli del vilaggio Eucaliptus gli consegnarono una moto da utilizzare per l’attentato. «Quella moto era servita quando è stata fatta l’azione di Salvatore Arabia… erano stati proprio Iazzolino e Grano».

Il riferimento è al delitto commesso nell’agosto 2003 davanti al ristorante “La giada”, sulla statale 106, dove Arabia, fedelissimo del boss Dragone (e scampato a un altro agguato tre anni prima), venne assassinato da due killer a bordo di una moto, guarda caso. Liperoti vedeva spesso Grano e Iazzolino a casa Grande Aracri, che frequentava essendo nipote del boss. Iazzolino, in particolare, «si era unito ai Grande Aracri perché temeva Giovanni Trapasso che aveva ucciso a sua volta il fratello». Erano proprio gli anni di piombo quelli in cui venivano uccisi Gaetano Trapasso, il boss di Cropani Marina freddato sotto casa il 4 marzo 2003, Sergio Iazzolino, il presunto boss di Sersale ammazzato un anno dopo a Steccato , i cognati Felice Onofrio e Maurizio Ferraro, massacrati il 18 agosto 2005 a Marcedusa, a loro volta cognati di Iazzolino. Anche Onofrio e Ferraro avrebbero fatto parte del gruppo di fuoco per il delitto Dragone. E quando Iazzolino viene assassinato ci fu un vero e proprio summit, presieduto dal boss di Mesoraca Mario Ferazzo e a cui Liperoti partecipò, perché Nicolino Grande Aracri e il fratello Ernesto avrebbero deciso di “accelerare” l’iter per l’agguato a Dragone. A quell’incontro i fratelli Grande Aracri erano assenti perché detenuti, ma quando venne scarcerato Ernesto assunse lui le redini. La sua gestione, però, scontentò Liperoti, che non lucrava nulla dopo mesi di preparativi e decise di andarsene a Reggio Emilia. Uno degli storici componenti del gruppo di fuoco, Vito Martino, avrebbe tentato di dissuaderlo per coinvolgerlo in un altro omicidio.

«Vito cercò di convincermi a rimanere…mi propose di fare un favore ai marcedusani, cioè dovevamo uccidere un tale che stava alla sbarra del villaggio Serenè, Franco Scerbo, ritenuto uno degli autori dell’omicidio Iazzolino. Mi rifiutai di fare l’azione perché avrei preferito che a dirmi queste cose fosse mio zio Ernesto, tant’è che partii senza aiutare Martino che eseguì l’omicidio insieme ad Alfonso Martino e Maurizio Ferraro». Insomma, dalle rivelazioni di Liperoti potrebbero venir fuori elementi utili anche per risalire ai killer di Scerbo, impiegato al villaggio turistico caduto sotto una pioggia di piombo in una calda domenica dell’agosto 2004, mentre il residence era pieno di bagnanti. Quindi, riepilogando il Liperoti-pensiero, Iazzolino, boss di Sersale, uccide Gaetano Trapasso, boss di Cropani Marina, si allea con i Grande Aracri di Cutro e partecipa all’omicidio Arabia, ma viene ucciso durante i preparativi per l’agguato a Dragone e la “risposta” a questo delitto è l’omicidio Scerbo. Erano gli anni di piombo.

 

«Intreccio massonico tra avvocati e giudici per aggiustare processi»

CUTRO – Processi aggiustati tramite avvocati che avevano «amicizie in Cassazione» e «conoscenze nella massoneria». E questo «si verifica anche in Aemilia». «Ci sono nell’avvocatura… che si prestano a fare strategie per stimolare interventi politici a favore della consorteria eggiana». Aggiunge carne al fuoco sulla posizione di Benedetto Stranieri, ex carabiniere divenuto avvocato dopo aver conseguito una laurea in giurisprudenza in Spagna e imputato di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo Kyterion, ma va anche oltre, il pentito Antonio Valerio, che, dopo aver dilagato nel processo Aemilia, nel settembre scorso è stato sentito dal pm della Dda di Catanzaro Domenico Guarascio. In particolare, «erano Domenico Grande Aracri e Alfonso Mannolo che avevano ‘ste conoscenze nelle alte sfere, nella massoneria». E’ appena il caso di rilevare che l’avvocato Domenico Grande Aracri, fratello del boss Nicolino, è stato prosciolto dall’accusa di associazione mafiosa mentre Mannolo, presunto boss della frazione San Leonardo di Cutro, sia pure indagato non è stato poi attinto da misura cautelare ed è estraneo al processo. Valerio proprio durante un «incontro-scontro » a casa di Mannolo avrebbe appreso «tutti questi meccanismi».

Il «cerchio» si sarebbe chiuso su Stranieri ma «poi ‘ste conoscenze qua lui le sfrutta o meglio fa uno studio associato, tra virgolette, con un compagno d’infanzia». E di dov’è questo, chiede il pm? «Di Cutro barra Petilia», risponde il pentito che nel tracciare l’identikit aggiunge che fa parte del collegio difensivo del processo Aemilia. Insomma, «proprio in virtù della Cassazione adesso non gliene frega più niente del primo grado, secondo grado… assa che è facile, poi quando arriviamo in Cassazione sistemiamo tutto». Del resto, quando scattò l’operazione Aemilia a Valerio fu consigliato proprio l’avvocato Stranieri e al collaboratore di giustizia «viene da ridere», ammette davanti al pm Guarascio, perché «nello stesso giorno era arrestato nell’operazione Kyterion». Valerio quindi si sofferma su un avvocato il cui nome è omissato nel verbale depositato, ma si tratta comunque del difensore dei suoi cugini Luigi e Antonio Muto nel processo Aemilia. Il pentito racconta anche un avvocato gli si sarebbe avvicinato durante un’udienza, mentre lui era in gabbia. «Si mise a dire che i contatti in Cassazione di Stranieri in realtà erano i suoi e che era stato lui a consigliare a Nicolino Grande Aracri di utilizzare Stranieri quale figura di comodo».

L’avvocato avrebbe proseguito dicendo che nei giudizi di merito sarebbero stati certamente condannati ma «grazie alle sue conoscenze, le stesse di Stranieri, avrebbe aggiustato il processo in Cassazione». «A detta dei miei cugini, anche questo avvocato è capace di favorire e condizionare l’esito dei processi, sempre in accordo con la figura dell’avvocato… così come i miei cugini mi hanno parlato di un intreccio massonico che riferisce anche alla figura di Domenico Grande Aracri e Alfonso Mannolo per quanto vi ho specificato nel corso di altri interrogatori». Un punto su cui Valerio non sa esser «più specifico» ma, a quanto pare, questo tema è stato oggetto di ulteriori interrogatori. Nello stesso verbale Valerio accenna al fatto che su questi aspetti è stato sentito dalla Dda di Bologna. Con ogni probabilità gli inquirenti ritengono che gli spunti offerti dal collaboratore di giustizia siano meritevoli di approfondimenti.

 

Dragone, i soldi dall’Emilia

a.a. CUTRO – Pioggia di finanziamenti dalla “filiale” emiliana della supercosca di Cutro per uccidere il boss Antonio Dragone nel maggio 2004. Lo racconta il pentito Antonio Valerio, imputato del processo Aemilia, molto vicino a Gaetano Blasco, il cui fratello Salvatore era stato ucciso nel marzo di quell’annus horribilis. Ma anche Nicolino Sarcone, reggente emiliano del clan, aveva un «interesse diretto» avendo preso parte all’uccisione del figlio di Dragone, Raffaele. Valerio fa i nomi dei finanziatori del delitto e di quanti «scesero da Reggio Emilia» in supporto ai killer.

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