Da Piazza Garibaldi alla nuova Piazza De Nava fino a Kaulon: la parola alla soprintendente Anna Maria Guiducci

Anna Maria Guiducci

Antonietta Catanese Quellochenonho.it REGGIO CALABRIA – Piazza Garibaldi sventrata e la nuova Piazza De Nava da disegnare. La tutela degli alberi secolari della via Marina che iniziano a cedere e Kaulon, pronta a sfidare le mareggiate. E poi Villa Zerbi diventata un rottame, i lavori sul Corso Garibaldi, i Palazzi storici, i siti archeologici cittadini da riaprire e una più incisiva sorveglianza sulle opere d’arte mobili: la nuova soprintendente unica per Reggio Calabria e Vibo, Anna Maria Guiducci, incontra Quellochenonho e rivela novità e strategie per affrontare l’eterna sfida del nostro patrimonio in attesa, tra tutela e valorizzazione, di legarsi infine a un sospirato turismo di qualità. Un dialogo che prospetta una filosofia inedita, alla luce delle novità portate nella struttura ministeriale dalla riforma Franceschini e che, a queste latitudini, ha visto anche la “grana” della divisione di spazi e uffici tra Museo e diramazioni Mibact.

Arrivata sullo Stretto in una soprintendenza testata da avvicendamenti vertiginosi, Anna Maria Guiducci è vincitrice di concorso, storica dell’arte (figura che in questi uffici periferici mancava da tempo). Direttrice della Pinacoteca nazionale di Siena con responsabilità nella soprintendenza della stessa Siena e di Grosseto, ha una robusta esperienza nel restauro di opere d’arte e nella valorizzazione museale, oltre ad essere autrice di numerose pubblicazioni. Ha voglia di fare, Anna Maria Guiducci, e si dice subito molto felice dell’ambiente trovato e dell’abnegazione dei suoi funzionari: “Abbiamo un rapporto costante e proficuo col segretariato guidato da Salvatore Patamia e le scelte sono condivise – su tutte le attività della soprintendenza – con un senso di un ministero che lavora in compattezza. E questo si rivela fondamentale”.

Soprintendente, se c’è un tema sul quale i cittadini si interrogano con non poca passione è la sorte di Piazza Garibaldi, con i suoi ritrovamenti archeologici a dir poco unici. Quali sono le novità scaturite dalle indagini con il georadar e come si agirà?

“Informalmente possiamo già anticipare che tutto ciò che noi cerchiamo si trova sulla parte alta della Piazza, lato corso Garibaldi. Questo è l’esito dell’indagine fatta col georadar. L’insediamento d’interesse è dunque quello che si trova all’altezza del Podium e che si espande verso l’edicola e l’angolo che segue l’edicola stessa. Dalla statua di Garibaldi verso la stazione non dovrebbe esserci nulla e questo ci aiuterà nella progettazione futura perché non dovremo indagare tutta la piazza”.

Cosa succederà dunque al saggio che si trova sul versante Stazione Centrale, visto che il georadar non ha fornito esiti di interesse archeologico?

“Tutta quella parte dovrebbe essere negativa – attendiamo solo la trascrizione dell’esito secondo quanto anticipatoci dai geologi – e dunque il futuro scavo sarà fatto dal Podium verso il McDonald. Poi capiremo anche come limitare la piazza e lasciare visibili questi resti importanti, anche rispetto al Corso Garibaldi. Quelle saranno scelte future”.

In attesa del progetto del Parco archeologico come si interverrà ora sui resti e sulla Piazza?

“A metà novembre si iniziano a coprire gli scavi, come richiesto al Comune da noi già nel marzo scorso. Adesso l’ente ha sbloccato determinato, deliberato e aggiudicato i lavori. Inizieranno tra pochi giorni. Copriremo i primi due saggi lato Corso Garibaldi con il tessuto non tessuto e la sabbia. Arriveremo a un livello di copertura sottostrada, in modo tale che l’eventuale spazzatura che, diciamo così, dovesse essere trasportata dal vento, almeno vada sulla sabbia e non a contatto con le strutture. Ovviamente prima di coprire sarà tutto definitivamente ripulito. Sul terzo saggio, che è quello che non ha evidenze archeologiche, stiamo valutando se farlo ricoprire subito totalmente, per restituire almeno quello spazio all’area parcheggio (visto che l’idea è quella di non scavare in quell’area). Siamo però ancora fermi sulla progettazione perché potremo avviarla solo quando il Comune ci comunicherà quale disponibilità economica sarà investita. Ma intanto la cosa urgente è mettere sotto tutela l’area”.

Chi deve decidere quando e come realizzare il Parco archeologico di Piazza Garibaldi?

“E’ il Comune, perché l’area è comunale. Una volta coperti gli scavi, come da noi prescritto, noi non potremo far altro che aspettare il via dall’ente. Se il comune ha interesse a fare il parco archeologico noi ci siamo, ma deve scavare il Comune perché l’area è di sua competenza. A nostra parere sarebbe un peccato non farlo: noi la crediamo una occasione importante essendo un parco archeologico all’aperto, con un ritrovamento a dir poco unico e vicino a uno scalo centrale della città. Quando il Comune deciderà quanto investire per realizzarlo noi potremo procedere, per quanto di nostra competenza e per quanto richiestoci, ad una progettazione che deve allinearsi al budget che il Comune prevederà”.

Siti archeologici cittadini: è stato firmato questo accordo con il Comune. Le aree archeologiche sono chiuse da tempo e vengono aperte solo in casi eccezionali. Adesso cosa succederà?

“Noi riteniamo che con questa convenzione – che affida a noi tutta la verifica sulla manutenzione e che noi gestiamo anche con fondi nostri – riusciremo a mantenerli nel maggior decoro possibile, salvo poi le necessità di esplorare meglio alcuni luoghi della città su cui bisogna anche sviluppare progetti. Sull’esistente mi pare che siamo sulla buona strada”.

Dell’apertura dei siti al pubblico chi si occuperà e quali sono i tempi?

“Noi non abbiamo competenza specifica ma daremo una mano: abbiamo già avuto il bando – per produrre un nostro parere – che il Comune vuole lanciare per la manifestazione di interesse rivolta alle associazioni proprio per la gestione dei siti, ma questa volta le associazioni potranno anche avanzare idee e si stabiliranno dei criteri di punteggio per portare migliorìe: sulla qualità di idee e progetti noi ci esprimeremo. L’idea è quella, con l’architetto Neri e l’assessore Calabrò, di portare tutti i siti a un livello “zero”, cioè di renderli tutti perfettamente puliti e fruibili per poi consegnarli – all’esito del bando – alle associazioni che lo vinceranno e che andranno a gestirlo. Nella convenzione si chiarisce che passano sotto la nostra supervisione tutte le attività che il Comune, o chi per il Comune, farà nei siti, in un’ottica di collaborazione: in occasione di eventi, mostre, concerti, noi tuteliamo e garantiamo che ci sia un utilizzo consono del sito, ma sempre in un’ottica non sanzionatoria, bensì per concordare (prima) le forme migliori di utilizzo. SI tratta anche qui di inaugurare un nuovo approccio: per vari passaggi storici delle funzioni delle soprintendenze, noi siamo spesso stati percepiti come lo Stato che impone la propria normativa. Bisogna adesso ricucire il rapporto col territorio, perché si capisca che le nostre sono proposte per evitare problematiche successive e che quindi noi siamo al servizio della comunità. I nostri funzionari hanno anche di recente fatto un sopralluogo nel sito di Piazza Italia, per fare un esempio, in vista di una mostra che dovrebbe tenersi a breve ed in piena collaborazione: c’è stato un confronto per rendere possibile questa iniziativa al meglio ma ovviamente nel pieno rispetto del sito”.

Corso Garibaldi? Tempi?

“I lavori adesso stanno procedendo e se ne vede la fine. A mio parere c’è stata una buona mediazione tra le varie problematiche sorte negli anni passati. Percorrendolo, la parte col basolato originale e con quello nuovo non provoca contrasti forti”.

Piazza De Nava si prepara a rifarsi il “look”: come si procederà e qual è l’idea, dopo la bocciatura della precedente progettazione?

“In tempi rapidi si istituirà un comitato che lavorerà sulla valutazione dei progetti. Poi verrà bandito un concorso internazionale di idee. Di ufficiale non abbiamo ancora nulla, ma sarà un bel banco di prova per far dialogare la piazza col Museo, per allargare la fruibilità di questo luogo senza questa cesura con questa strada di passaggio. E credo sia importante dotare di verde questo luogo. Ora si pensa a una grande piazza che mantenga lo stesso livello con l’ingresso del Museo. Ma ripeto, sono solo le idee iniziali. Sarà di certo un progetto rispettoso della identità storica di questo luogo, per restituirlo alla collettività. Oggi la piazza non è curata. Un recupero a verde, a spazio di gioco, da vivere, è l’obiettivo e l’abilità dei progettisti dovrà andare in questa direzione. Il tema del verde all’interno delle città (vedi Boeri e il giardino verticale) va ripreso e ha costi anche contenuti. Dovrà essere una rivisitazione che non alteri la percezione storicizzata del luogo. Credo che, per la popolazione, vedere una cosa completamente trasformata crei disagio e non ce n’è bisogno. Una riqualificazione attenta a volte sembra minimale ma non è così. E l’arredo urbano nelle scelte è fondamentale”.

Il problema del verde in questa città esiste, peraltro. E il verde più prezioso che abbiamo è l’orto botanico della Via Marina palesemente in pericolo, a quanto pare, visti i crolli ripetuti di alberi anche molto antichi. La soprintendenza ha un ruolo nella sorveglianza?

“Per il paesaggio certamente. Noi dobbiamo stare attenti che gli alberi secolari non vengano abbattuti né maneggiati in maniera impropria. Qualunque intervento non deve alterare l’identità del paesaggio. Si tratta di una quinta vegetale che media anche quel traffico intenso che si muove sulla strada accanto al lungomare. Questo patrimonio va tutelato, è una delle cose più belle della città, e noi sorveglieremo in tal senso”.

Soprintendenza e risorse umane: non c’è uno storico dell’arte (oltre lei) e più volte è stato sollevato il problema della scarsa dotazione di figure specializzate a fronte di un patrimonio sterminato. Abbiamo novità in merito?

“Qui si sente il bisogno di personale per tutto il funzionariato, soprattutto di storici dell’arte, ma anche di archeologi: questo territorio enorme non può essere gestito da due esperti soltanto, in questo settore. Una novità comunque c’è: gli archeologi stanno per arrivare, perchè il decreto è stato fatto pochi giorni fa”.

Quanti archeologi arriveranno?

“Tre archeologi al Museo, due alla soprintendenza per Reggio e Vibo, uno al segretariato , uno al Polo Museale e due a Cosenza. Per storia dell’arte ancora non è uscito nulla ma in pianta organica regionale ce ne sono tre (posti da coprire), su Reggio ne è previsto uno solo, ma io spero che ci ripensino perché c’è davvero tanto lavoro da fare. Devo aggiungere che i funzionari sono pochi, ma sono stati un presidio preziosissimo sul territorio. La voglia di collaborare, di non tirarsi indietro, in una parola l’abnegazione sicuramente c’è. Certo, noi siamo oberati anche dalle pratiche burocratiche, che investono problematiche come i controlli su terreni su cui si vuole costruire, per la situazione archeologica. Insomma, è un lavoro articolato che merita attenzione. I nuovi archeologi in arrivo ci servono moltissimo”.

Beni mobili: si avvia un lavoro sul territorio che prima della riforma era demandato a una soprintendenza ad hoc con sede a Cosenza. Cosa cambia e quale situazione avete trovato rispetto alle opere d’arte?

“C’è in questo campo un bisogno di una ripresa del contatto con la realtà della stretta sorveglianza, dei restauri, ma anche della valorizzazione, pur se questa non è di nostra diretta competenza. Sui beni mobili non statali, tuttavia, abbiamo competenza, perché i Comuni o le diocesi, ad esempio, possano prendere coscienza di questo immenso patrimonio che hanno e riescano a proporlo, oltre che a salvaguardarlo. In questo diamo loro una mano e abbiamo trovato disponibilità e grande collaborazione. Non ci sono persistenze storiche lontanissime nel tempo, perché sappiamo che la Calabria è terra di terremoti, ma c’è un tessuto molto ampio di materiali che testimoniano anche una religiosità, una ritualità e un modo di concepire, ad esempio, tutti gli arredi liturgici che rappresenta nel suo insieme un patrimonio unico. Ci sono davvero pezzi preziosissimi a Locri, a Gerace, ma anche alla Certosa di Serra San Bruno, uscendo fuori dal nostro territorio. E ci sono luoghi che già – in parte – si tenta di far emergere a livello locale ma che devono entrare a far parte di una visione di insieme. Visione mancata fin qui forse perché un po’ oscurata dalle preminenti evidenze archeologiche di questa parte di Calabria, in emergenza costante, ma anche dall’articolazione delle soprintendenze preriforma che ad esempio non aveva sul territorio chi si occupasse di opere d’arte. Adesso, questa nuova creazione del ministero e della soprintendenza unica assume una forte valenza metodologica in questo senso, perché mette insieme le competenze e questo è fondamentale se si vuol fare una politica integrata del territorio. Certo, comporta per noi (abituati alla vecchia tradizione da ufficio in cui ognuno seguiva solo il proprio settore) lo sforzo, necessario, di gestire e armonizzare le varie anime della tutela. È un bel compito comunque, non voglio dire se sia facile o difficile, ma ognuno di noi deve spogliarsi in parte delle proprie vesti di provenienza e dialogare con archeologi, architetti, antropologi e così via”.

Arrivando in Calabria, e rispetto a tutti e tre i campi che la soprintendenza si trova a coprire, quali sono le cose che l’hanno colpita positivamente di questo territorio e quali le emergenze?

“Inizio dai beni storico-artistici, rispetto ai quali manca una capacità di mettere in rete le varie realtà, di conoscere l’importanza del patrimonio che ogni singola comunità custodisce e anche di integrare la manutenzione programmata, più che gli interventi di restauro vero e proprio. Per riuscirci bisogna ragionare su una costante sorveglianza, su interventi per una buona conservazione delle opere, che spesso mancano, per non trovarci di fronte poi alle spese ingenti che richiederebbe un restauro. La manutenzione si può fare davvero con poco e con attenzione. Ho qui scoperto che ci sono ditte di restauro di grande competenza e che hanno una visione allargata sulle metodologie più attuali, capaci di interloquire con le altre realtà italiane e ben formate, con stretti rapporti con istituzioni come l’Istituto centrale per il Restauro. Ecco, manca un po’ la tradizione d’ufficio in questo settore, cioè quella che permette di mettere insieme tutte queste competenze. Sui beni etnoantropologici è tutto nuovo per tutti: qui hanno una valenza fortissima, perché le ritualità, le feste, le attività artigianali sono un patrimonio vero e proprio su cui puntare. Mi viene in mente la tessitura della ginestra, che è bellissima e varrebbe davvero un progetto di livello europeo; qualcosa che metta in rete, penso, le realtà residue in ambito europeo che coltivino questa tradizione. Un tema, insomma, che in Calabria sarebbe molto forte. Ma anche le seterie, le filande: su questi versanti bisogna ragionare per far sì che non si disperdano le memorie e le competenze. Mi è capitato di seguire alcune attività sull’area grecanica, che conta il museo Rohlfs, ma anche il Museo del Parco nazionale dell’Aspromonte, che ha proposto questa valorizzazione dei temi connessi alle ritualità in grado di riaccendere i riflettori su realtà poco conosciute. Mi vengono in mente anche le belle dissertazioni di Vito Teti sul tema dell’abbandono dei paesi. Insomma, qui c’è tutto per poter lavorare bene e sento anche un bel fermento”.

Avete trovato una soluzione per i locali della Soprintendenza, dopo i problemi sorti per la divisione dal Museo e più volte denunciati dai sindacati?

“Questa separazione anche fisica tra le soprintendenze non ha aiutato nel passato ed anche oggi non aiuta. Per esempio un tema caldissimo è per noi riuscire a trovare un ambiente che ci possa unificare. Fin quando noi, anche fisicamente (con alcuni uffici a Palazzo Piacentini e altri in via Cimino) non riusciremo anche a convivere nella quotidianità, per quanti sforzi si possano fare diventa tutto più complicato. Ci siamo mossi: abbiamo avuto incontri al Comune, abbiamo chiesto anche all’Agenzia per i beni confiscati, al demanio. Vedremo cosa adesso riusciremo a recuperare. Noi stiamo agendo a 360 gradi. Che poi c’è un tema forte, che non è solo l’esigenza di lavorare tutti nello stesso luogo, ma piuttosto quello dell’archiviazione, perché noi ci troviamo a dover recuperare materiali d’archivio che dovrebbero confluire tutti insieme, rispetto alle tre specializzazioni (architettura, archeologia, belle arti) in un unicum che deve essere a disposizione non solo del personale interno che ne ha un bisogno quotidiano (perché non si manda avanti nessuna pratica se non si risale allo storico) ma anche del pubblico, degli studenti, degli studiosi. Pur se non appariscente, questa per me è tra le priorità assolute”.

Paesaggio e abusivismo: quali sono le soluzioni per prevenire e regolarizzare?

“Sul Paesaggio c’è un lavoro tutto particolare che la soprintendenza svolge: io esamino le pratiche che mi vengono sottoposte – e devo dire che sono tutte molto precise anche nella tipologia di prescrizioni – ma adesso vogliamo andare oltre: bisogna porsi il problema, una volta date le prescrizioni, di organizzare una efficiente verifica dell’attuazione. È impensabile che noi, con i pochi funzionari che abbiamo, andiamo anche alla verifica. Si tratta di un enorme lavoro. Vogliamo che la soprintendenza sia vista come un ufficio aperto alla collaborazione totale: noi vogliamo evitare qualche errore che in passato è stato fatto con permessi che non rendevano giustizia al territorio e far sì che il confronto sia preventivo, per evitare poi sanzioni che pesano”.

Dalla città alla provincia. Arriva la stagione delle mareggiate: come siamo messi su Kaulon?

“A Monasterace marina si sta realizzando una barriera frangiflutti che dovrebbe mettere in salvaguardia l’area. L’opera è in corso. Questo sarà il test determinante. L’intervento ha due finanziamenti: uno del ministero sotto il Tempio e uno della Regione per il pennello frangiflutti a mare. Noi abbiamo l’onere dell’alta sorveglianza sul sito, ma abbiamo anche fatto un primo tamponamento per evitare le problematiche più grosse”.

Rispetto agli interventi di restauro sulle opere la soprintendenza ha qualche gestione diretta?

“Abbiamo Rosarno, mentre sui musei diocesani o comunali, ad esempio, abbiamo il dovere dell’alta sorveglianza. Cioè dobbiamo essere certi che la conservazione e gli eventuali interventi vengano operati a regola d’arte. Con gli enti proprietari suggeriamo quelli più urgenti, concordiamo le modalità, sia per una più attenta salvaguardia ma anche per una sottolineatura della loro importanza. Il restauro che si sta concludendo a Bagaladi sull’Annunciazione del Gagini è stato importante perché poi ha funzionato da volano per far conoscere le altre realtà scultoree coeve o vicine per stile, che sono molte nel Parco dell’Aspromonte. Il cantiere aperto a Gerace sul patrimonio ecclesiastico è un progetto che ha coinvolto i giovani per far loro prendere dimestichezza con la difficile attività del restauratore. Tutte queste realtà iniziano a creare forme autoctone di gestione del patrimonio”.

Villa del Naniglio a Gioiosa e Casignana: anche lì bisogna mettere ordine e riaprtire. C’è stata una interlocuzione con le amministrazioni?

“Sulla Jonica reggina dobbiamo riprendere in mano queste grosse emergenze archeologiche. Abbiamo già contattato le amministrazioni locali per partire con progetti che diano un impulso turistico, migliorando qualche anomalia fatta nel passato e riconvertendo per dare quel segno di turismo di qualità che questi luoghi meritano. Lì ci sono fondi regionali per gli interventi, che andranno ai comuni e noi dovremo collaborare, individuare linee di condotta già in fase progettuale. Casignana per una parte è nostra. Su questi luoghi di grande fascino bisogna puntare molto”.

Edifici di pregio e centro storico reggino: ci sono situazioni di degrado oramai oltre il livello di guardia. Come intendete agire?

“Vanno valorizzati gli edifici storici del centro della città: le costruzioni post-terremoto sono bellissime e vanno studiate per metterle nella giusta luce. Anche Villa Zerbi. Noi ci impegniamo a verificare lo stato dell’arte per interloquire e far sì che anche queste costruzioni abbiano la tutela necessaria”.

Su Vibo Valentia, territorio di vostra competenza, quali sono gli interventi più importanti in atto e le prospettive?

“A Vibo stiamo ultimando una tranche del Parco archeologico urbano. Un’altra attende lo sblocco dei fondi dalla Regione e speriamo che succeda entro sei mesi. A Vibo dovrebbe riproporsi quello che abbiamo fatto qua. Il comune deve fare una manifestazione di interesse per dare in gestione i siti”.

Mille fronti e ancora il miraggio di veder decollare tanta ricchezza. Soprintendente, su cosa bisogna insistere perché il tema della tutela si intrecci con questa benedetta valorizzazione in chiave turistica?

“Fare squadra e crederci. Avere la voglia di arrivare fino in fondo”. Di default la Calabria deve diventare autonoma. Il nostro ministero ha la delega al turismo ed oggi quando si fa una azione di recupero di un bene o di un luogo bisogna porsi il tema della gestione e per quali flussi turistici si agisce. La Calabria deve privilegiare un turismo alternativo a quello importante delle coste e deve imparare a viaggiare nelle zone interne, ricchissime, alla scoperta delle eccellenze che questo territorio ha. E sono tante. Il tema grosso resta la viabilità. Questo sì. E non si può pensare di riuscire nell’intento se i collegamenti non funzionano. Noi faremo la nostra parte, questo è certo”.