Dalla droga ai riti della ndrangheta: Ecco chi è Rocco Schirripa

Eli­sa Sola Corriere.it STAVA MEDITANDO di dar­si alla lati­tan­za Roc­co Schir­ri­pa, det­to Bar­ca, dopo aver intui­to che gli inqui­ren­ti sospet­ta­va­no del suo pre­sun­to coin­vol­gi­men­to nell’omicidio Cac­cia. Dopo aver rice­vu­to una let­te­ra ano­ni­ma con un arti­co­lo de La Stam­pa rela­ti­vo allo sto­ri­co delit­to e il suo nome scrit­to die­tro, il panet­tie­re plu­ri­pre­giu­di­ca­to in una con­ver­sa­zio­ne inter­cet­ta­ta si era lascia­to scap­pa­re: «Mi sto cer­can­do una siste­ma­zio­ne». Nel Tori­ne­se avreb­be lascia­to la moglie e due figlie. Poche set­ti­ma­ne dopo, per lui sono scat­ta­te le manet­te. Una con­ver­sa­zio­ne, in par­ti­co­la­re, ha inca­stra­to Schir­ri­pa. In un pra­to. Un luo­go in cui non pote­va sape­re di esse­re inter­cet­ta­to. Lo scor­so autun­no, pochi gior­ni dopo l’arrivo del­la let­te­ra, si era incon­tra­to nel giar­di­no di casa di Dome­ni­co Bel­fio­re, a Chi­vas­so. Con lui e con il cogna­to Pla­ci­do Bar­re­si, ave­va mostra­to pre­oc­cu­pa­zio­ne. In quel­lo spa­zio ester­no a una caset­ta in cam­pa­gna, alla peri­fe­ria di Tori­no, si era­no det­ti: “Com­pa­re Roc­co…”, “come è usci­to il suo nome…”…“tu l’hai det­to?”.

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Era­no sta­ti gli uomi­ni del­la mobi­le di Tori­no ad ave­re spe­di­to le let­te­re. Un’esca per fare par­la­re i sospet­ta­ti. Una trap­po­la da usa­re quan­do era­no tut­ti libe­ri, dopo che Bel­fio­re era usci­to di pri­gio­ne. Il nome di Roc­co Schir­ri­pa non è nuo­vo. E’ noto da anni, anzi da decen­ni, agli inqui­ren­ti del­la mobi­le di Tori­no, ai cara­bi­nie­ri, ovvia­men­te agli uomi­ni del­la Dda. E da altret­tan­to tem­po a Tori­no si sospet­ta­va di lui anche in rife­ri­men­to all’omicidio del pro­cu­ra­to­re capo. Per­ché, C’è una vec­chia inda­gi­ne da cui era par­ti­ta l’inchiesta del­la mobi­le in cui il nome di “Roc­co” sal­ta fuo­ri dopo alcu­ne dichia­ra­zio­ni di uno ndran­ghe­ti­sta poi pen­ti­to pro­prio rife­ri­to a Cac­cia. Schir­ri­pa, ori­gi­na­rio di Gioi­sa Joni­ca ha nume­ro­si pre­ce­den­ti. E’ cono­sciu­to dal­le auto­ri­tà giu­di­zia­rie del­la Locri­de fin dagli anni Set­tan­ta, quan­do ven­ne denun­cia­to per gio­co d’azzardo, fur­to e ris­sa e inda­ga­to per un ten­ta­to omi­ci­dio. Quan­do si tra­sfe­ri­sce nel Tori­ne­se, resta lega­to e inse­ri­to nel clan del­la fami­glia Ursi­ni, a sua vol­ta lega­ta ai Bel­fio­re. Negli anni Novan­ta la squa­dra mobi­le di Tori­no lo inda­ga per traf­fi­co inter­na­zio­na­le di stu­pe­fa­cen­ti. Vie­ne arre­sta­to e scon­ta alcu­ni anni di gale­ra. In que­sti ulti­mi anni, oltre a esse­re inda­ga­to per l’omicidio Cac­cia, il nome di Schir­ri­pa tor­na a com­pa­ri­re in una secon­da gros­sa inda­gi­ne del­la mobi­le su un’associazione a delin­que­re fina­liz­za­ta al traf­fi­co di cocai­na e alle rapi­ne. Schir­ri­pa in que­sta ope­ra­zio­ne era inda­ga­to a pie­de libe­ro. Secon­do gli inqui­ren­ti, rac­co­glie­va som­me di dena­ro dal traf­fi­co inter­na­zio­na­le di stu­pe­fa­cen­ti per poi soste­ne­re i car­ce­ra­ti del­la ‘ndran­ghe­ta e le loro fami­glie. Secon­do l’antidroga, Schir­ri­pa non era un per­so­nag­gio di minor enti­tà nel giro degli affa­ri del­la coca, ma un inter­me­dia­rio influen­te a livel­lo inter­na­zio­na­le. Sareb­be sta­to con­tat­ta­to da boss di note­vo­le spes­so­re cri­mi­na­le e, in ger­go, avreb­be potu­to “ave­re entra­tu­re impor­tan­ti”.

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Dal 2006, il pre­sun­to boss è coin­vol­to come inda­ga­to in una maxi inchie­sta con­dot­ta dai cara­bi­nie­ri di Tori­no sul­le infil­tra­zio­ni del­la ndran­ghe­ta in Pie­mon­te che por­ta nel giu­gno del 2011 a 150 arre­sti. Tra i fer­ma­ti, c’era anche lui, “o Bar­ca”, rite­nu­to uno degli espo­nen­ti di spic­co del­la loca­le di Mon­ca­lie­ri. Schir­ri­pa pat­teg­gia a un anno e otto mesi. Nell’ordinanza di custo­dia cau­te­la­re vie­ne descrit­to come “espo­nen­te del loca­le, par­te­ci­pe del­la socie­tà mag­gio­re con la dote di tre­quar­ti­no, affi­lia­to alla ndran­ghe­ta quan­to­me­no dall’anno 2008”. In deci­ne di inter­cet­ta­zio­ni e docu­men­ti redat­ti dopo i ser­vi­zi di osser­va­zio­ne dei cara­bi­nie­ri, Schir­ri­pa com­pa­re. Par­te­ci­pa a ceri­mo­nie, riti, riu­nio­ni tra boss, tra cui quel­la, scri­ve il gip, del “pri­mo otto­bre 2009 …dell’onorata socie­tà a Chi­vas­so, dove pren­do­no par­te tut­te le più alte cari­che del­la ‘ndran­ghe­ta pro­ve­nien­ti da tut­ti i loca­li del­la pro­vin­cia di Tori­no”. E’ un incon­tro, que­sto, che ser­ve a defi­ni­re l’apertura di una nuo­va loca­le nel Tori­ne­se, vici­no a Chi­vas­so, che è pro­prio la zona di Schir­ri­pa. Ma per lui il boss di tut­to il Tori­ne­se Bru­no Iaria sta­bi­li­sce una cari­ca di medio livel­lo, quel­la di “tre quar­ti­no”. Schir­ri­pa si sareb­be meri­ta­to quel­la supe­rio­re di “quar­ti­no”, ma sic­co­me avreb­be vio­la­to alcu­ne rego­le d’onore non pre­sen­tan­do­si ade­gua­ta­men­te a una riu­nio­ne, non ave­va rice­vu­to la bene­di­zio­ne di tut­ti gli altri capi. Schir­ri­pa, alla fine, pat­teg­gia un anno e otto mesi ed esce di sce­na dal pro­ces­so Mino­tau­ro.

Pochi mesi dopo vie­ne arre­sta­to di nuo­vo per aver favo­ri­to la lati­tan­za di Gior­gio Dema­si, det­to U Mun­gia­ni­si, boss di Gioi­sa Joni­ca ricer­ca­to dopo l’operazione Cri­mi­ne. Pat­teg­gia una secon­da vol­ta. Nel miri­no del’autorità giu­di­zia­ria fini­sce anche la sua vil­la a Tor­raz­za Pie­mon­te, dove risie­de con la fami­glia. La casa vie­ne con­fi­sca­ta ma il pro­prie­ta­rio fa ricor­so, inne­scan­do un pro­ce­di­men­to lun­go e com­ples­so. Schir­ri­pa con­ti­nua a vive­re lì e ogni mat­ti­na all’alba pren­de l’auto per anda­re a Tori­no. Pri­ma del­le otto deve apri­re la sua panet­te­ria di piaz­za Cam­pa­nel­la, quar­tie­re popo­la­re in peri­fe­ria Sud del­la cit­tà. E pro­prio qui gli uomi­ni del­la mobi­le lo fer­ma­no, alle set­te, poco pri­ma che stes­se per apri­re il nego­zio.