Denis Bergamini sarebbe stato strangolato. Riaperte le indagini sulla morte del calciatore

Arcangelo Badolati Gazzetta del Sud CASTROVILLARI – Un “giallo” infinito. È la sera del 18 il novembre 1989, piove a dirotto. La superstrada 106 ionica è sferzata da un vento gelido di tramontana. Il traffico veicolare — siamo in territorio di Roseto Capo Spulico — è impazzito. Mezzi pesanti e autovetture procedono a passo d’uomo. Sulla corsia sud c’è il cadavere di un uomo, inzuppato dalla pioggia. A brevissima distanza un camion. Quella riversa sull’asfalto non è una vittima qualsiasi: si chiama Denis Bergamini, è un calciatore famoso in Calabria e veste la maglia del Cosenza Calcio. Gioca in serie B ed è un idolo delle teenagers. Le ragazze vanno alla stadio per vedere solo lui, lo chiamano il “bello e impossibile” parafrasando il ritornello d’una canzone famosa.

Isabella Internò

Il campione rossoblù è finito sotto le ruote d’un potente Fiat Iveco di colore rosso che sovrasta la salma: è stato un incidente? I carabinieri della stazione più vicina che compiono gli accertamenti, stabiliscono subito che non s’è trattato d’un incidente ma di un suicidio. La fidanzata dell’epoca del calciatore, Isabella Internò di Rende e l’autista del camion, Raffaele Pisano, di Rosarno, riferiscono all’unisono che l’atleta s’è lanciato sotto il mezzo improvvisamente. Per togliersi la vita. La tesi stride tuttavia con le dichiarazioni dei familiari di Bergamini che l’hanno sempre sentito sereno e per nulla incline a gesti di autolesionismo.

Viene istruito un processo contro l’autista rosarnese e la vicenda finisce con l’essere catalogata giudiziariamente come un suicidio. Nel 20091a Procura di Castrovillari riapre le indagini, questa volta per omicidio. Vengono disposti nuovi accertamenti anche sulla base del lavoro svolto dal legale dei congiunti del calciatore. L’inchiesta, però, non approda a nulla e gli stessi magistrati inquirenti chiedono l’archiviazione del caso al gip, Anna Maria Grimaldi che la dispone nel dicembre del 2015. Nel provvedimento il giudice scrive: «Pur restando incomprensibili oscuri aspetti privi di rilevanza giuridica non vi sono dubbi in relazione al fatto che non vi sia stato alcun delitto di omicidio e che la morte del Bergamini non sia ascrivibile alla condotta violenta di terze persone quindi, non ci troviamo di fronte a un quadro probatorio che possa trovare incremento o risoluzione in una successiva fase dibattimentale».

Tutto finito? Nient’affatto. Alla guida della procura della città del Pollino arriva, infatti, Eugenio Facciolla. Un magistrato di grande esperienza (ha lavorato a Catanzaro, Cosenza, Paola e Palmi) che stimolato dalla visita di Donata Bergamini, sorella del centrocampista, decide di riguardare tutte le carte dello spinoso e irrisolto caso giudiziario. E subito qualcosa non lo convince. Il procuratore capo nomina suo consulente il professore Aldo Barbaro, un mastino della medicina legale e delle investigazioni scientifiche. L’esame degli atti, l’analisi dei rilievi necroscopici, gli accertamenti ulteriori compiuti tra 112009 e il 2015, mettono in evidenza delle circostanze significative e meritevoli di ulteriori approfondimenti. Denis Bergamini è morto per lesioni riconducibili ad asfissia e non ad impatto e trascinamento. Quando il Fiat Iveco l’ha travolto era, insomma, probabilmente già deceduto. E stato soffocato o strangolato?

Martedì due maggio il suo corpo verrà riesumato. Sarà sottoposto a Tac, verifiche sul codice genetico e ad analisi svolte con tecniche modernissime. Il Gip Teresa Reggio ha riaperto le indagini. Isabella Internò e Raffaele Pisano tornano ad essere indagati per concorso in omicidio. Se Denis è stato assassinato capiremo finalmente come…

Il mistero dei vestiti spariti il giorno del funerale e i troppi buchi dell’inchiesta

Denis Bergamini

Giovanni Pastore Gazzetta del Sud CASTROVILLARI – Sono scomparsi subito dopo il funerale. Erano in una borsa chiusa che i compagni di squadra quel giorno, per un discorso affettivo, si passavano mentre sull’autobus della società raggiungevano la chiesa per l’ultimo saluto all’amico. «Sul pullman della squadra c’era anche Isabella Internò, la fidanzata di Denis Bergamini», spiega il procuratore Eugenio Facciolla. La borsa sparì e oggi quegli abiti non ci sono più. Forse tra quei vestiti che centrocampista del Cosenza indossava in quella maledettissima sera di novembre sulla Statale 106 c’erano le tracce per arrivare alla verità su uno dei più grandi misteri della storia cosentina. Dopo 28 anni l’inchiesta riparte da quella sera del 18 novembre del 1989 per ordine del gip di Castrovillari, Teresa Reggio. La riapertura di un caso destinato a perdersi negli archivi giudiziari del Tribunale del Pollino era stata chiesta dal capo del pm che aveva raccolto l’accorato appello di Donata Bergamini, la sorella del calciatore, e dell’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha riscritto la storia della morte di Stefano Cucchi. C’erano troppi vuoti nelle indagini, testimoni mai ascoltati e, soprattutto, reperti mai effettivamente cercati. E c’era il giallo dei vestiti di Denis che non hanno mai trovato perchè forse non hanno mai cercato. Tra le possibili causali del delitto riaffiora anche una traccia mafiosa. Una pista nera che il procuratore Facciolla non esclude. Troppi, tanti aspetti rimasti inesplorati sui quali verrà impalcata questa terza indagine. È stato il professor Vittorio Fineschi a spianare la strada a questa terza indagine.

 

È stato il luminare a indicare il sentiero che dovrà essere battuto dagli investigatori per raggiungere l’approdo sperato. Il parere del docente della “Sapienza”, esperto in casi irrisolti, che si è già occupato delle inchieste su Cucchi, Elisa Claps, Melissa Bassi e Pino Daniele, ha pesato tanto sulla riapertura dell’inchiesta. Una decisione auspicata dalla famiglia del calciatore. Donata era stata diverse volte a Castrovillari per sollecitare i nuovi accertamenti.

L’avvocato Anselmo che l’aveva sempre accompagnata, così aveva chiarito l’obiettivo della loro iniziativa: «Queste verifiche scientifiche potranno dirci con certezza quello che noi sospettiamo e cioè che Donato Bergamini fosse già morto quando è stato sovrastato dal camion». In mezzo ai “buchi” e ai reperti introvabili questa nuova inchiesta spera di rimettere ordine in una trama che è rimasta un impasto di passioni e di sospetti in mezzo ai quali due tentativi di indagine sono sfumate, dopo aver inutilmente esplorato scenari da brividi. Percorsi tortuosi che hanno attraversato le dune dei traffici di droga, delle scommesse clandestine, del totonero, delle vendette sentimentali. E sullo sfondo, è apparsa ripetutamente l’ombra sinistra della ndrangheta.

Tutte trame immaginate mai mai effettivamente provate. E così l’unica verità giudiziaria sopravvissuta a 28 anni di ricerche è quella del calciatore “suicidato”. Dal 2 maggio si ripartirà ancora da quella notte sulla Statale 106, Rosato Capo Spulico, e si ricomincerà da una chiave scientifica per provare a spalancare scenari nuovi su questa incredibile storia che rischiava di restare sepolta per sempre. Facciolla ha ripescato il fascicolo per la terza volta. E, davanti alle telecamere del Tg sport di Rai2 ha dimostrato di avere le idee chiare: «Le variabili ipotizzabili possono essere tante. Sembrerebbe una vicenda chiusa in un rapporto tra pochi soggetti che evidentemente hanno goduto di protezione… è stata creata una cortina fumogena per evitare che venisse fuori la verità».

Il libro che riscrive la tragica notte di Roseto e i “non so” del padrino pentito

Fabio Mella Gazzetta del Sud CASTROVILLARI – C’è un titolo che spicca nelle librerie di molti cosentini. Un testo pubblicato nel 2001 dalla Kaos, casa editrice capace di dare alle stampe testi particolarmente pungenti, di denuncia su piccoli e grandi casi di cronaca magari dimenticati o mai risolti. Tra questi c’è appunto “Il calciatore suicidato”, un’approfondita controinchiesta condotta da Carlo Petrini sul caso Bergamini. Un appassionato racconto quello firmato dall’ex atleta scomparso nel 2012 a causa d’un glaucoma forse dovuto alle sostanze dopanti che lo stesso Petrini ha denunciato di aver assunto durante la sua carriera che riscrive da cima a fondo l’intera vicenda dell’idolo rossoblu ritrovato senza vita sull’asfalto della Statale jonica all’altezza di Roseto Capo Spulico. Un libro dai risvolti inquietanti, nel quale si parla apertamente d’un possibile omicidio orchestrato dalla criminalità organizzata bruzia. Tra i motivi alla base dell’ipotizzato delitto viene indicata la scoperta da parte del calciatore di un pericoloso giro di droga, traffico di stupefacenti orchestrato dai clan cosentini sfruttando la complicità più o meno consapevole dei ragazzi che indossavano la maglia dei Lupi. A chi del resto verrebbe in mente, men che meno negli anni Ottanta, di controllare le decine di borsoni al seguito d’una squadra di Serie B che ogni settimana gira in lungo e in largo l’Italia?

Un ruolo d’assoluto protagonista in questa ricostruzione viene così assegnato a un compagno di Bergamini che, dopo l’esperienza calabrese, di strada nel caldo ne ha fatta tanta arrivando addirittura alla corte della Juventus. Salvo poi, appesi gli scarpini al chiodo, finire risucchiato in una brutta faccenda giudiziaria con la pesante accusa di narcotraffico cristallizzata infine in una condanna. Michele Padovano con Bergamini infatti non condivideva solo la casacca e la passione per il caldo: i due erano amici fraterni, vivevano quasi in simbiosi. E nulla ha mai tolto dalla testa dei familiari di Denis che Michele avesse qualcosa a che fare con quella morte così strana, cosi inspiegabile. O che almeno fosse a conoscenza di importanti particolari mai resi noti. Anche “Il calciatore suicidato”, con le sue clamorose testimonianze, rientra allora tra quegli indizi avanzati per scardinare la tesi per molti inverosimile del suicidio.

Michele Padovano

La versione di Petrini, tuttavia, si scontra coi “non so” di chi nelle file della ndrangheta bruzia ha militato proprio in quegli anni, passando successivamente dalla parte dello Stato. Cosenza è del resto il territorio che annovera il numero più alto di pentiti, una sorta di record perla mafia calabrese nota anche e soprattutto perla sua impenetrabilità. Tra questa pletora di collaboratori di giustizia emerge però la figura di Franco Pino, il boss con gli occhi di ghiaccio, l’uomo che diede una nuova forma alla criminalità organizzata cosentina. Un padrino furbo e spietato, rispettato finanche dagli storici clan del reggino che lo ritenevano un interlocutore di tutto rilievo col quale sedersi allo stesso tavolo. Ebbene, alle domande sulla morte di Bergamini, Franco Pino ha sempre risposto di non saperne nulla. Anzi, da mammasantissima che proprio in quell’epoca “governava” non solo sulla città, il pentito ha aggiunto di aver attivato il suo efficiente “sistema informativo” per chiarire un episodio di così grande rilevanza. Senza però cavare un ragno dal buco. Se dunque di omicidio si tratta così come ipotizza la Procura di Castrovillari allora non può che essere maturato in un contesto ristretto. Talmente impermeabile da non permettere nemmeno a sanguinari boss di entrarci dentro.

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