Denunce e soldi. Storie di ndrine nella valle dei No Tav

Andrea Giambartolomei Il Fatto Quotidiano E' ACCADUTO in Valle di Susa, la terra della battaglia No-Tav. In quel confine tra il Piemonte e la Francia costellato dalle antiche fortificazioni delle guerre tra i Savoia e gli invasori transalpini, ma anche scenario – dalla metà del secolo scorso – della grande immigrazione dal Sud, degli appalti e delle ferite all’ambiente per la costruzione dell’autostrada del Frejus, delle infiltrazioni delle ndrine calabresi e, persino, di alcuni “misteri” del terrorismo rosso delle Brigate Rosse e di Prima Linea. È accaduto ogni mattina, per quattro mesi: dal maggio all’agosto 2013. Prima di andare al cantiere della Tav Torino-Lione a Chiomonte, gli operai del consorzio “Venaus”, guidato dalla coop Cmc di Ravenna, si fermavano ogni volta a fare colazione in un bar di Bardonecchia. Il locale è noto in zona: si chiama “Gritty”. Qui, in questa località sciistica invasa dal cemento negli anni del boom economico, quasi tutti i suoi tremila abitanti sanno a chi appartiene. Gli unici a non saperlo, forse, erano proprio i responsabili del consorzio e i suoi operai: non immaginavano, in quell’estate di due anni fa, di fare colazione in un posto che fa tornare alla mente proprio una delle “storie sbagliate”della Valle di Susa.

Il “Gritty”, infatti, è il bar gestito da Rosa Lo Presti e dai suoi figli Giuseppe e Luciano Ursino. Sono la sorella e i nipoti di Rocco Lo Presti, boss calabrese di Gioiosa Ionica confinato sulle Alpi nel 1975 e morto il 23 gennaio 2009, poco dopo la sua condanna definitiva per associazione mafiosa. “Zio Rocco”, però, è stato soprattutto il creatore di un impero attivo nell’edilizia e nell’usura che portò allo scioglimento per mafia del Comune di Bardonecchia nel 1995 (fu la prima volta per un’amministrazione del naus, ha dovuto segnalare tutti i suoi subappalti. “Per noi la cifra non è importante perché il protocollo di legalità ci obbliga a chiedere queste informazioni per qualsiasi contratto, anche per servizi da 60 euro, come ci è capitato in passato”, spiega Maurizio Bufalini, direttore generale della Ltf, ora diventata Telt. Per questa ragione la Dia e il Gruppo interforze Tav (Gitav) hanno verificato quasi cinquecento imprese, anche individuali, e da questi accertamenti sono nate quattro informative interdittive antimafia. Provvedimenti che – per evitare le infiltrazioni della criminalità organizzata – impediscono alle società “dubbie” di ottenere appalti e subappalti pubblici. Oltre al bar degli Ursino, sono state bloccate altre tre aziende. Dal consorzio Venaus aveva ottenuto un subappalto la Pato Perforazioni: una ditta di Rovigo i cui titolari erano indagati per false fatturazioni emesse con un fiancheggiatore del clan camorristico dei Casalesi. Dopo i controlli, la società è stata allontanata e, sebbene la giustizia amministrativa avesse annullato il provvedimento, la Pato non ha più potuto tornare nel cantiere. Aveva ottenuto un contratto dal consorzio pure la bolognese Romea, società che avrebbe dovuto rifornire il cantiere Tav di carburante.

Tuttavia, fino al 2007, in questa azienda aveva lavorato come operaio Francesco Vincenzo Leggio, nipote di Totò Riina, che poi aveva mantenuto rapporti societari stretti con la Romea al punto che, nel settembre 2013, la prefettura di Bologna aveva emesso un’interdittiva antimafia. Nell’aprile successivo la prefettura ha cambiato idea e ha emesso invece una “liberatoria “, ma il contratto per la Tav ormai era stato annullato. È rimasta valida, invece, l’interdittiva antimafia alla Torino Trasporti che avrebbe dovuto smaltire i rifiuti del cantiere. È stata bloccata dalla prefettura sabauda il 18 giugno 2013 perché il legale rappresentante, Pasquale Colazzo, è zio di Urbano Zucco, ndranghetista condannato in via definitiva nel processo “Minotauro”, la grande inchiesta che ha smascherato le infiltrazioni delle ndrine negli appalti ne nella politica del Torinese. Sebbene Zucco non avesse né quote né ruoli nella “Torino Trasporti” e i proprietari dell’azienda non siano stati indagati, i due parenti facevano affari immobiliari insieme. Così Tar e Consiglio di Stato hanno ritenuto fosse giusto Vefermare il loro subappalto per il “pericolo di infiltrazione o di possibile condizionamento nella società Torino Trasporti” e perché il settore “della raccolta, trasporto, recupero, trattamento e smaltimento di rifiuti” risulta essere “particolarmente permeabile a infiltrazioni della criminalità”. Qualcuno però sfugge ai controlli. Chi ha potuto portare a termine un lavoro nel cantiere della Tav prima di finire in carcere è Giovanni Toro, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa nell’indagine “San Michele” della Dda di Torino, che in questi giorni ne chiede il rinvio a giudizio. Toro, in rapporti con la cosca Greco di San Mauro Marchesato insediata in Piemonte, è ritenuto dai magistrati la “testa di ponte” tra criminalità, imprenditoria e politica. Era alla guida della Toro srl, che si occupa di asfaltature, e confidava molto nella grande opera del Tav: “Ce la mangiamo io e te la torta dell’alta velocità”, garantisce al telefono a un altro indagato. L’imprenditore ci aveva già provato nell’estate 2011: grazie ai suoi rapporti con l’imprenditore Ferdinando Lazzaro di Susa (titolare della Italcoge, ora Italcostruzioni, indagato per smaltimento illecito di rifiuti e turbativa d’asta), ha potuto asfaltare le vie interne del cantiere di Chiomonte, un lavoro cheparadossalmenteera stato chiesto a Ltf dalle forze dell’ordine. E le verifiche antimafia?

In quel periodo Toro era pulito, non era ancora incappato nelle maglie della giustizia e, inoltre, il protocollo di legalità non esisteva: così il suo subappalto, per un valore sotto la soglia dei 150mila euro, non è stato controllato. Non è tutto, però. In Valle di Susa, Toro aveva messo le mani su un asset strategico. Coi suoi metodi, aveva preso controllo di una cava che poteva essere una miniera d’oro: “Noi dobbiamo stare lì perché è lì dentro che nei prossimi dieci anni arrivano 200 milioni di euro di lavoro”, dice al telefono. Poteva fare parecchi soldi, frantumando gli scarti dei lavori per ottenere nuovo materiale, “un business che non finisce più”. E se arrivano i No Tav? “Se arrivano i No Tav, con l’escavatore ci giriamo e ne becchiamo qualcuno – commenta –. E che cazzo! Stiamo lavorando, spostatevi che dobbiamo lavorare. E col rullo gli vado addosso, cioè salgo io sul rullo e accelero. Se non ti togli ti schiaccio. Che dobbiamo fare, la guerra!”.

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