24 maggio 1994: Totò Riina imputato a Reggio Calabria nel processo Scopelliti

Anna Foti Strill.it REGGIO CALABRIA – Aveva fatto notizia quel suo attacco, riportato dai giornali (in foto articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud in data 26 maggio 1994, emeroteca Archivio di Stato Reggio Calabria), contro il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, il presidente della commissione Antimafia Luciano Violante e il sociologo Pino Arlacchi, contro i pentiti tutti bugiardi e contro “la combriccola comunista che avvelena l’Italia”. Lo aveva sferrato da dietro le sbarre Totò (Salvatore) Riina, il capo non solo dei corleonesi ma di Cosa Nostra, deceduto lo scorso 17 novembre, il giorno dopo avere compiuto 87 anni, nel reparto detenuti dell’ospedale Maggiore di Parma dopo due interventi nelle ultime settimane e cinque giorni di coma, dopo quasi 25 anni detenzione in regime di 41 bis, con lunghi periodi di isolamento, durante i quali non si è mai pentito.

Era il 24 maggio 1994 e a Reggio Calabria si stava svolgendo il processo contro la “cupola” di Cosa Nostra per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto lungo la strada provinciale tra Piale di Villa San Giovanni e Campo Calabro, il 9 agosto del 1991; nel processo era imputato anche Riina come mandante unitamente agli altri capi mandamento e componenti della “commissione” di Cosa Nostra.

Invocando l’abolizione della legge sui pentiti e sugli sconti di pena e accusando gli stessi collaboratori di giustizia di essere bugiardi, si era speso anche quando in aula era tornato dopo avere chiesto di potersi difendere, il 26 aprile dell’anno successivo, del 1995, sempre a Reggio Calabria. Infami e menzogneri dunque coloro che svelando l’organizzazione di Cosa Nostra, ne favorirono l’inizio della fine. A cominciare era stato Leonardo Vitale seguito da Tommaso Buscetta la cui famiglia fu sterminata dagli stessi corleonesi, guidati appunto dal capo dei capi.

Quando Riina presenziò al processo svoltosi a Reggio era trascorso poco più di un anno dal suo arresto avvenuto il 15 gennaio 1993 ed eseguito dal Crimor (Criminalità Organizzata), squadra speciale del Ros, sotto la guida del capitano Ultimo Sergio De Caprio, dopo ventitre anni di latitanza; si trovava a Palermo nella villa dove da un pò di tempo viveva con la moglie Antonietta Bagarella e i quattro figli, nati tutti durante la latitanza, la più grande Maria Concetta, la più giovane Lucia e tra loro Giovanni Francesco condannato all’ergastolo per quattro omicidi risalenti al 1995, e Giuseppe Salvatore Jr condannato per associazione mafiosa e, dopo alcuni anni di reclusione, sottoposto a sorveglianza speciale; ciò fino a qualche ora fa dal momento che il tribunale di Padova ha revocato la misura e disposto un anno di lavoro di colonia per acquisto reiterato di cocaina e uscite notturne, in violazione delle disposizioni del giudice.

Quel processo di primo grado al quale si riferiscono i fatti richiamati in apertura dell’articolo terminò con la sentenza di condanna, datata 11 giugno 1996, con la quale dieci dei quattordici imputati erano stati condannati all’ergastolo. Seguì nel 1998 anche un secondo procedimento di primo grado a carico di Bernardo Provenzano detto Binnu (latitante dal 10 settembre 1965 fino all’11 aprile del 2006 e deceduto nel luglio dello scorso anno) e altri sei boss tra cui Nitto Santapaola. Anche loro erano stati condannati. Nel 1998 e nel 2000, tuttavia, furono tutti assolti in appello perchè le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia su cui si fondavano le accuse si rivelarono discordanti. Nel frattempo si era anche pentito il boss Giovanni Brusca. Un capovolgimento della verità giudiziaria che ad oggi ha lasciato il delitto Scopelliti senza alcuna giustizia.

Giudice estensore di quella sentenza di primo grado era stato Vincenzo Giglio, con presidente della Corte Paolo Bruno. Con Totò Riina, detto “u curtu” per la statura e “la belva” per la brutalità e la spietatezza con cui dichiarando guerra allo Stato, come ebbe modo di dire il giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni, trasformò Cosa nostra in Cosa sua, erano stati condannati anche Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giacomo Giuseppe Gambino, Giuseppe Lucchese, Pietro Aglieri (all’epoca unico imputato latitante), Salvatore Montalto e Antonino Geraci. Condannato nel processo di primo grado celebrato a Reggio Calabria anche il collaboratore di giustizia Bernardo Brusca, dopo condannato all’ergastolo anche per aver fatto esplodere a distanza il tritolo che fece esplodere il tunnel scavato sotto l’autostrada A29 all’altezza dello svincolo di Capaci e, con Leoluca Bagarella e Gaspare Spatuzza, per il feroce omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, ucciso con strangolamento e scioglimento nell’acido l’11 gennaio 1996. Tutte le condanne furono ribaltate in assoluzione nel processo di appello.

Per Totò Riina era già l’ottavo ergastolo al quale ne seguirono altri undici. Il primo era stato comminato in contumacia nel 1992 per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile (ucciso a Monreale il 3 maggio del 1980); nel 1995 arrivarono le condanne per gli omicidi del capo della squadra mobile Beppe Montana e del vice Ninni Cassarà (uccisi nel palermitano rispettivamente il 6 agosto e il 28 luglio 1985), del governatore della Regione Siciliana Piersanti Mattarella (ucciso il 6 gennaio 1980 a Palermo), del segretario regionale del PCI Pio La Torre (ucciso a Palermo il 30 aprile 1982) e del segretario provinciale della Dc a Palermo Michele Reina (fu il primo politico ucciso in Sicilia e fu assassinato il 9 marzo 1979), del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (prefetto di ferro di Palermo ucciso a Palermo il 3 settembre 1982), del capo della squadra mobile Boris Giuliano (ucciso a Palermo il 21 luglio 1979) e del medico Paolo Giaccone (ucciso a Palermo l’11 agosto 1979); altri furono comminati per le stragi di Pizzolungo nel trapanese nel 1985, di Capaci e di via D’Amelio a Palermo nel 1992, di viale Lazio a Palermo nel 1969, di via Georgofili a Firenze nel 1993, per gli agguati mortali a diversi giudici tra cui il padre del pool antimafia Rocco Chinnici (ucciso a Palermo il 29 luglio 1983) e Cesare Terranova (ucciso a Palermo il 25 settembre 1979).

Riina fu assolto per incompletezza della prova nel processo per la morte del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro avvenuto a Palermo il 26 settembre 1970, e assolto per mancanza di prove per la strage del Rapido 904 avvenuta il 23 dicembre 1984 sulla linea ferroviaria Bologna-Firenze.

Il 24 luglio 2012 Riina era stato anche rinviato a giudizio dinnanzi alla corte d’Assise di Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, nell’ambito del processo per la trattativa Stato-Mafia, unitamente agli altri boss Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà (accusato anche di calunnia) e Bernardo Provenzano, al collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino, ai politici Calogero Mannino, Marcello Dell’Utri, agli ufficiali Mario Mori, Giuseppe De Donno e all’ex ministro Nicola Mancino accusato solo di falsa testimonianza.

Il processo per il delitto Scopelliti era in svolgimento presso la Corte di Assise di Reggio Calabria, nel palazzo dello storico tribunale di Reggio Calabria, in piazza Castello, con la pubblica accusa rappresentata dal pm reggino Salvatore Boemi, e si stava celebrando in un clima abbastanza incandescente. Nell’aprile del 1995 fu necessario a Reggio Calabria l’intervento del capo della procura Antimafia Bruno Siclari per via di un sovraccarico di lavoro a fronte di risorse umane scarse. Erano i tempi del maxi processo contro la ndrangheta e 500 erano state le richieste di misure cautelari formulate dalla procura distrettuale e ferme da mesi.

Salvatore Boemi, magistrato che per decenni ha contrastato la criminalità organizzata, ha sempre ricordato che “negli anni ‘93 e 94 tre erano i processi che impegnavano la DDA di Reggio Calabria: processo Olimpia, sulla seconda guerra di mafia reggina; il processo per la morte di Lodovico Ligato; il processo per l’assassinio di Antonino Scopelliti”. Nell’ambito di quest’ultimo venne accertato l’asse ndrangheta – cosa nostra. Una tesi, questa della committenza siciliana del delitto e dell’esecuzione del tutto irrituale dei calabresi, supportata dalle dichiarazioni rese da altri pentiti calabresi come Pippo Barreca e Giacomo Ubaldo Lauro negli anni Novanta, ma poi miseramente smantellate in appello.

Un accordo, dunque, tra le più spietate mafie del Sud Italia – nei decenni successivi divenute holding internazionali del crimine – per fermare nell’unico modo possibile, l’azione coraggiosa ed imperturbabile di un giudice onesto, integro e incorruttibile, quale Antonino Scopelliti è stato.

Dopo lo stravolgimento degli esiti processuali della fine degli anni Novanta, dopo due decenni di silenzio e depistaggi, nel luglio del 2012 le indagini sono state riaperte. Ad alimentarle sono le dichiarazioni del pentito Antonino Fiume che nell’ambito dell’inchiesta Meta condotta dal sostituto procuratore della DDA reggina Giuseppe Lombardo attribuisce l’agguato ad un commando di affiliati alla ndrina reggina dei De Stefano; commando incaricato, da Totò Riina e dai corleonesi minacciati dal processo ormai alle porte, di eseguire il delitto in cambio dell’intervento pacificatore dei siciliani tra i due cartelli reggini De Stefano – Tegano – Libri e Condello – Rosmini – Serraino – Imerti che insanguinarono le strade di Reggio con 700 morti durante la seconda guerra di mafia alla fine degli anni Ottanta.

Adesso Totò Riina non c’è più e la sensazione che con lui sia svanita anche la possibilità, per quanto remota data la sua ostinata e ferma irredimibilità, di conoscere segreti e fatti e circostanze di un periodo buio per lo Stato italiano si fa sempre più intensa, allontanando quel senso di Giustizia al quale le vittime, i familiari e i cittadini perbene avrebbero avuto diritto.

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