È morto Mimmo Candito, grande inviato di guerra, il giornalista che non conosceva l’invidia

Antonio Ferrari Corriere.it SE N’È ANDATO senza far rumore, con il suo carattere aperto e affettuoso e con il suo stile Old England. Che uomo e collega straordinario, Mimmo Candito, inviato della Stampa che sabato ci ha lasciato: vedova la splendida moglie Marinella, orfani noi, e orfani i suoi lettori, ammaliati da quella prosa asciutta e coinvolgente da cronista di razza, che sapeva coniugare quel che aveva visto con l’analisi.

Che talento, che passione professionale, e quanta ironia. Quando ci confidò molti anni fa che la “brutta bestia” lo aveva morso a un polmone, assieme al collega del Mattino Vittorio Dell’Uva reagimmo con una calda risata. Come se quel briccone di Mimmo, che per gli amici si sarebbe buttato nel fuoco, ci avesse voluto giocare un simpatico tiro. Ridevamo come matti perché mentre noi fumavamo l’impossibile e bevevamo oltre le normali proporzioni (dicono che siano le tipiche malattie professionali: lo diceva Hemingway e non soltanto lui), Mimmo si alzava all’alba, faceva cinquanta vasche in piscina, un extra di palestra, e poi a tavola era un autentico spasso: tre arance, due mele, un piatto di pasta una volta alla settimana, mezzo bicchiere di rosso al mese, ma solo per farci piacere.

L’immagine della salute e della disciplina. «Ragazzi, non voglio condizionarci, ma voi fumate troppo». Oltre a questo, Candito sprizzava il valore aggiunto di quella dote rarissima che si chiama umiltà, o forse misura. Non sapeva neppure che cosa fosse l’invidia. L’ho sempre paragonato ad una straordinaria collega del Corriere della Sera, Elisabetta Rosaspina, dalla quale non ho mai ascoltato le tipiche cattiverie del nostro mondo. A Mimmo mi legano molte cose. Abbiamo cominciato a fare i giornalisti assieme, a Genova, lui al Lavoro, io al Secolo XIX. Lui sognava i grandi reportage internazionali, e fu subito notato dalla Stampa, a caccia dei migliori. Quando ho cominciato a fare l’inviato al Corriere della Sera, Mimmo era già un mito. Guerre, rivolte, rivoluzioni erano il suo pane. Quando arrivai a Beirut, nel 1983, tutti i colleghi parlavano dell’inviato della Stampa che aveva litigato con il Direttore e, fatti i bagagli, dopo le stragi di cui furono vittime i palestinesi, rientro’ a Torino, pronto a pagarne le conseguenze. Che coraggio! Che fegato! Che dignità! Roba da stropicciarsi gli occhi oggi, nel mare aperto della più assoluta e genuflessa mediocrità professionale.

Pochi mesi fa, nell’anniversario della morte dell’inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli, uccisa in Afghanistan, invitai Mimmo al Corriere TV per la mia rubrica “Voci dal vicino oriente”. Era già sofferente, ma davanti alla telecamera racconto’ con grinta e precisione alcuni dettagli di straordinaria umanità. Come quando andò dalla nostra collega per chiederle di partire con il folto gruppo di inviati. «Siamo tanti. Sarai più sicura». Lei purtroppo rifiutò. Abbiamo continuato a sentirci, quasi ogni settimana. Mimmo, ormai ferito da quasi 20 anni, mi raccontava con la sua voce stentorea quanto accadeva, le cure sperimentali, le speranze.

La moglie, Marinella Venegoni, bravissima collega degli spettacoli della “Stampa”, sperava di portarlo a Sanremo per il festival. Lui mi disse: “Antonio, andrò se staro’ meglio. Non mi va di camminare con le stampelle”. Ho provato a chiamarlo l’altro ieri, poi ieri. Sapevo che era tornato in ospedale, che era sedato. Ma quando sei davanti a un prode, sai che quello non si ferma mai. Marinella mi ha spiegato che la terapia del dolore, a suo avviso, non funzionava. Aveva sognato che Mimmo, con la tuta di Superman o per noi italiani di Nembo Kid, lasciava il letto per volare verso il cielo. Dove forse si trova, cara Marinella, e magari sorride delle nostre lacrime, prima di mettersi al computer, controllare se il collegamento internet funziona, e poi mandarci un nuovo indimenticabile reportage. Ciao leone, non ti dimenticare degli amici. Lo so, lo so, che non potresti mai.

 

Mimmo Càndito su Wikipedia

Mimmo Càndito (Reggio Calabria, 15 gennaio 1941 – Torino, 3 marzo 2018) è stato un giornalista e scrittore italiano.

Biografia

Trasferitosi a Genova negli anni sessanta, viene assunto al comune del capoluogo ligure e inizia a collaborare con Il Lavoro scrivendo articoli di cinema e cultura. Nel 1970 è assunto dal quotidiano torinese La Stampa, per il quale diventa inviato speciale e commentatore di politica internazionale.

Corrispondente di guerra dai principali teatri di conflitto in Medio Oriente, Asia, Africa e Sud America, ha seguito tra l’altro le invasioni sovietica e americana dell’Afghanistan, i bombardamenti NATO in Kosovo, le tre guerre del Golfo e la guerra delle Falkland.

È inoltre dal 1999 presidente italiano di Reporter Senza Frontiere e dal 2001 direttore della rivista culturale L’indice dei libri del mese. Ha collaborato con la Rai conducendo «Prima Pagina» su RadioTre.

È stato docente di Linguaggio giornalistico presso l’Università degli Studi di Torino.

Premi

Ha vinto alcuni premi giornalistici, tra cui il Max David e il Luigi Barzini come migliore inviato italiano.

Opere

M. Càndito, L’apocalisse Saddam. La vera storia della guerra di Bush, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2002
A. Papuzzi, Professione giornalista, Roma, Donzelli, 2003
C. Sorrentino, Il giornalismo in Italia. Aspetti, processi produttivi, tendenze, Roma, Carocci, 2003
La guerra in televisione. I conflitti moderni tra cronaca e storia, a cura di L. Cigognetti, L. Servetti, P. Sorlin, Venezia, Marsilio, 2003
Informazione di guerra, informazione in guerra, a cura di N. Labanca, Siena, Protagon, 2004
G. Farinelli, Storia del giornalismo italiano, Torino, UTET, 2004
Il braccio legato dietro la schiena. Storie dei giornalisti in guerra, a cura di M. Càndito, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004
F. Contorbia, Giornalismo italiano, vol. 2, Milano, Mondadori, 2007
M. Càndito, Introduzione a Dispacci dal fronte, a cura di Reporters sans frontières, Torino, EGA Editore, 2007
M. Càndito, I reporter di guerra. Storia di un giornalismo pericoloso da Hemingway a Internet, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2009
M. Càndito, Postfazione a J. Pulitzer, “Sul giornalismo”, Torino, Bollati Boringhieri, 2009
M. Càndito, 55 vasche. Le guerre, il cancro e quella forza dentro, Milano, Rizzoli 2016
M. Càndito, C’erano i reporter di guerra. Storie di un giornalismo in crisi da Hemingway ai social network, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2016
Note

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