Ecco “i reati” d’accoglienza. Li commettono anche i prefetti

Simona Musco Il Dubbio ROMA – Troppe strutture straordinarie, posti Sprar finanziati ma non richiesti e, soprattutto, ampio ricorso agli affidamenti diretti, soprattutto in Calabria. È questa la fotografia scattata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui migranti, che ha raccontato lo stato dell’accoglienza nel Paese. Smentendo, intanto, qualora ce ne fosse bisogno, il falso mito dei migranti in hotel, una percentuale inferiore ai nove punti. Perché, prevalentemente, rimangono ammassati in strutture di prima emergenza, piccole e teoricamente temporanee, ma solo sulla carta. Lì rimangono ben oltre le procedure di identificazione, con tutte le conseguenze in fatto di servizi e integrazione.
Ma il dato che più fa riflettere, alla luce delle contestazioni mosse al sindaco dell’accoglienza, Domenico Lucano, primo cittadino di Riace, accusato di aver fatto ampio ricorso all’affidamento diretto dei servizi, è che proprio in Calabria la metà degli affidamenti avviene in maniera diretta. E proprio ad opera di chi ha mosso le accuse a Lucano: le prefetture. «Il maggior ricorso all’affidamento diretto si legge nella relazione coincide con i casi di maggiore concentrazione della presenza di migranti in poche strutture, come nel caso della Calabria».

Le anomalie. La relazione evidenzia altre anomalie che mostrano in paese zoppicante nella gestione dell’accoglienza: strutture piccole e di derivazione para alberghiera, con ricorso agli affitti anziché alle strutture del demanio e, quindi, gratuite; centri con funzioni poco chiare e non specializzate, dove «tutti fanno tutto, con risultati poco incoraggianti». Tempi lunghi e spazi stretti, dunque, associati al protrarsi delle procedure di esame delle domande di protezione internazionale, che aggrava il sistema. Problemi che hanno spinto la commissione a proporre una Agenzia nazionale dell’accoglienza in grado di fronteggiare con maggiore efficacia il fenomeno. «Ci sono 150 mila presenze circa nel sistema di accoglienza che vivono delle lungaggini dei tempi di esame delle loro domande si legge nel dossier -. Manca una spiegazione dello scarto tra sbarchi e domande di protezione internazionale. Ci sono 250 mila persone sbarcate che non si sa che fine abbiano fatto, ma di certo si sa che non sono state espulse».

Ma l’inefficienza del sistema sta anche nell’inerzia dei Comuni, ancora restii ad aderire al sistema di protezione Sprar. Sono solo 661 su 8mila, infatti, gli enti che hanno aderito, probabilmente, ipotizza la commissione, perché «i sindaci non vogliono strutture che poi non saranno mai più reversibili».

Il flusso migratorio Dal 2014 il flusso di migranti si è decuplicato rispetto al primo decennio degli anni duemila. Dal picco del 2011, in concomitanza con l’emergenza Nord Africa (37.350), nel 2014 gli arrivi sono stati 170.100 e nel 2016 sono arrivati a 181.146, mentre nel primo semestre 2017 c’è stato un aumento del 19,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un totale di 83.752 migranti. Il secondo semestre, invece, ha subito una contrazione tanto che, alla data del 22 novembre 2017, il numero dei migranti sbarcati è pari a 114.662, inferiore del 30,05 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016. Un’inversione dovuta all’accordo tra il governo italiano e il governo di Riconciliazione nazionale libico.

La nuova pianificazione strutturale voluta dal ministro dell’Interno Marco Minniti prevede un’accoglienza diffusa gestita dalle prefetture con il coinvolgimento dei territori, che trova il suo perno centrale nello Sprar. «La Commissione ha spesso constatato che i servizi offerti alla persona dall’insegnamento della lingua italiana, all’orientamento al territorio, dalla mediazione linguistica e culturale all’istruzione scolastica, sociale e di orientamento al lavoro – sono apparsi nel complesso inadeguati ed insufficienti si legge nel dossier -. Mancano dati sistematici sul sistema dell’integrazione (sociali, lavorativi, scolastici) dei richiedenti protezione internazionale.

La Commissione ha ottenuto alcuni dati sulle posizioni lavorative aperte in favore dei richiedenti asilo presso gli istituti previdenziali. Tali dati testimoniano che il tema del lavoro rimane essenzialmente legato al “sommerso”». «Patologico ricordo ai Cas» L’analisi dei dati sulle presenze dei migranti nel sistema di accoglienza restituisce «un’impietosa fotografia dello stato attuale del sistema di accoglienza», in particolare a causa del «massiccio e patologico ricorso alle strutture temporanee (Cas). È evidente che, a fronte di un modesto incremento della capienza delle strutture di seconda accoglienza (Sprar) e di una contrazione dei posti nelle strutture di prima accoglienza, sia stato necessario ricorrere maggiormente a strutture temporanee attivate in via straordinaria, al punto che il numero dei migranti ospitati in queste ultime è cresciuto più che proporzionalmente (10,22%) rispetto all’incremento complessivo delle presenze (6%) ».

L’eccessivo ricorso ai Cas, nati come soluzione straordinaria e diventati, invece, realtà ordinaria e preponderante dell’accoglienza, «è inevitabile conseguenza, oltre che di una complessiva insufficienza di posti nelle strutture», anche «di una scarsa propensione degli enti locali al modello Sprar di accoglienza diffusa e di qualità». A fronte, infatti, di ben 31.270 posti finanziati, sono stati presentati progetti per un totale di 24.972 posti. Non sono stati, quindi, attivati, nonostante i finanziamenti stanziati, 6.302 posti. Così, il 91,04 per cento dei migranti 158.207 persone sono ospitati presso i Cas, centri pensato per sopperire all carenza di posti, ma che nel funzionamento pratico «sono molte volte apparsi deficitari sotto l’aspetto della qualità dei servizi erogati».

La loro filosofia di gestione è infatti «criticabile», ribadisce la relazione, a causa del «frequente ricorso ad affidamenti diretti, troppo spesso giustificati per fronteggiare situazioni emergenziali, nonché per il frequente verificarsi di situazioni di monopolio, favorite dalla coincidenza fra l’ente gestore e la figura del proprietario della struttura». Il dato più alto degli affidamenti diretti sul totale delle procedure svolte dalle prefetture che poi commissariano i Cas inadempienti o infiltrati dalle mafie è «quello della regione Calabria, che ha fatto ricorso agli affidamenti diretti nel 49,34% dei casi». La stessa regione che, con le sue prefetture, ha criticato, facendolo finire sotto indagine, l’unico modello riconosciuto come vincente in tutto il mondo: quello di Riace.

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