Falcomatà, il sindaco di Reggio Calabria senza neanche un euro

Gian­fran­ce­sco Tura­no l'Espresso REGGIO CALABRIA – Giu­sep­pe Fal­co­ma­tà, sin­da­co di Reg­gio Cala­bria dal 26 otto­bre, è zen. A 31 anni e con un mare di debi­ti in ere­di­tà, non è così scon­ta­to. «Qua­si ogni mat­ti­na apro un cas­set­to e tro­vo qual­che paga­men­to impre­vi­sto», rac­con­ta. L’ultima sco­per­ta è un cre­di­to di 1,5 milio­ni di euro ver­so la Fon­da­zio­ne Baam (bien­na­le dell’architettura e del­le arti del Medi­ter­ra­neo). Costi­tui­ta nel 2008 e con­trol­la­ta dall’Università loca­le, la Baam oggi è in liqui­da­zio­ne ma dove­va ador­na­re il lun­go­ma­re del­la cit­tà di ven­ti ope­re d’arte ispi­ra­te al ter­re­mo­to-mare­mo­to del 1908 e pro­tet­te da teche di sei metri per due. Di ope­re pro­dot­te, man­co una. Quin­di il con­to non sarà paga­to. In ogni caso, sareb­be una goc­cia nel­lo tsu­na­mi con­ta­bi­le da 200 milio­ni e pas­sa che minac­cia di rade­re al suo­lo la cit­tà del­lo Stret­to. Fal­co­ma­tà, sin­da­co di sini­stra come il padre Ita­lo in una cit­tà che di sini­stra non è mai sta­ta, si tro­va in mano una del­le aree metro­po­li­ta­ne d’Italia sen­za ave­re un euro in cas­sa.

A palaz­zo San Gior­gio, sede del Comu­ne, arri­va­no sol­tan­to casel­le esat­to­ria­li per Irpef e Irap non paga­te, decre­ti di pigno­ra­men­to spe­di­ti da impre­se che non han­no mai fini­to i lavo­ri appal­ta­ti e grup­pi di lavo­ra­to­ri appie­da­ti dai crac del­le muni­ci­pa­liz­za­te o dai man­ca­ti paga­men­ti dei for­ni­to­ri. Il sin­da­co zen gua­da­gna 2 mila euro al mese. I nove asses­so­ri ne pren­do­no 1500. L’intero staff, dal por­ta­vo­ce all’ufficio stam­pa al capo di gabi­net­to, fa volon­ta­ria­to per­ché il Comu­ne è in pre­dis­se­sto gra­zie alle ammi­ni­stra­zio­ni pre­ce­den­ti, quan­do lo staff del sin­da­co costa­va oltre 600 mila euro all’anno. A palaz­zo San Gior­gio le assun­zio­ni sono vie­ta­te e si pos­so­no solo pren­de­re in pre­sti­to dipen­den­ti in orga­ni­co ad altre ammi­ni­stra­zio­ni. Così nei pros­si­mi gior­ni arri­ve­ran­no il nuo­vo segre­ta­rio comu­na­le, la taran­ti­na Gio­van­na Acqua­vi­va, e il nuo­vo coman­dan­te dei vigi­li, il vice­que­sto­re Roc­co Romeo. In que­sto modo, a cir­ca cen­to gior­ni di distan­za dal pri­mo con­si­glio comu­na­le di fine novem­bre, la squa­dra sarà al com­ple­to. A dispet­to del­la situa­zio­ne, l’atmosfera negli uffi­ci del Comu­ne è coe­ren­te con l’indirizzo emo­ti­vo del sin­da­co.

Lo spi­ri­to del­la nuo­va giun­ta è con­den­sa­to nel­le paro­le copia­te a mano su un post-it attac­ca­to a un arma­dio nel­la stan­za del por­ta­vo­ce, Fran­co Arci­dia­co. La fra­se del sin­da­co dice: “Il diri­gen­te che sot­to­po­ne pro­ble­mi e non solu­zio­ni fa par­te del pro­ble­ma”. Eppu­re nell’ultima set­ti­ma­na di feb­bra­io, l’agenda è pro­ble­ma­ti­ca e cao­ti­ca. Di pri­ma mat­ti­na arri­va­no i sin­da­ca­li­sti del­la Mul­ti­ser­vi­zi, in arre­tra­to di 4,5 milio­ni dopo il crac dell’azienda mista fra il Comu­ne e alcu­ni espo­nen­ti del clan Tega­no. Fal­co­ma­tà, insie­me ai suoi asses­so­ri e coe­ta­nei Arman­do Neri (bilan­cio) e Gio­van­ni Mura­ca (sicu­rez­za) repli­ca a un sin­da­ca­li­sta mol­to ele­gan­te e for­bi­to che par­la di «cau­sa cau­san­di» e «vati­ci­ni più com­ples­si». Con cor­te­sia ma con fer­mez­za Fal­co­ma­tà spie­ga che farà il pos­si­bi­le per rias­su­me­re tut­ti in una nuo­va socie­tà in hou­se ma che non inten­de esse­re vit­ti­ma di impe­gni pre­si da altri. Subi­to dopo si pre­sen­ta l’amministratore dele­ga­to di Micro­soft Ita­lia, Car­lo Puras­san­ta, che pro­po­ne varie ini­zia­ti­ve sen­za sco­po di lucro e par­la di smart city con l’assessore alla Mobi­li­tà Aga­ta Quat­tro­ne. Il mana­ger sfog­gia otti­mi­smo quan­do affer­ma che «ogni vostra pic­co­la azien­da può diven­ta­re nume­ro uno al mon­do» e decan­ta, for­se a sco­po di lucro, la bel­lez­za del “cloud” alle­sti­to dal gigan­te infor­ma­ti­co sta­tu­ni­ten­se per sop­pian­ta­re i ser­ver.

L’assessore Neri for­mu­la un’offerta semi­se­ria d’acquisto al prez­zo di 1000 euro. È il mas­si­mo che può spen­de­re una cit­tà che ha pro­ble­mi di manu­ten­zio­ne stra­da­le straor­di­na­ria, di rac­col­ta del­la spaz­za­tu­ra con un paio di momen­ti cri­ti­ci in novem­bre e a gen­na­io, di ope­re bloc­ca­te da un quar­to di seco­lo, quan­do il pri­mo decre­to Reg­gio mise a dispo­si­zio­ne del­la cit­tà 600 miliar­di di lire del tem­po, poi diven­ta­ti 537 milio­ni di euro, con l’ultimo aggior­na­men­to prez­zi del 2003. Mol­ti di quei fon­di sono sta­ti spe­si, o sper­pe­ra­ti, in costi cor­ren­ti e van­no rico­sti­tui­ti. In quan­to alle azien­de loca­li, le offi­ci­ne Ome­ca pas­sa­te in ras­se­gna da Mat­teo Ren­zi alla fine di novem­bre sono sta­te appe­na cedu­te da Fin­mec­ca­ni­ca ai giap­po­ne­si di Hita­chi insie­me con tut­to il grup­po Ansal­do. A Roma han­no assi­cu­ra­to che i nuo­vi pro­prie­ta­ri le man­ter­ran­no ma non è chia­ro per quan­to. Il por­to di Gio­ia Tau­ro, che rien­tre­rà nel­la nuo­va cit­tà metro­po­li­ta­na con lo scio­gli­men­to del­la pro­vin­cia nel 2016, rima­ne una curio­sa real­tà impren­di­to­ria­le a caval­lo fra la pagi­na dell’economia e la cro­na­ca giu­di­zia­ria tan­to che un gior­na­le loca­le tito­la in pri­ma: «Por­to fre­na­to dai con­trol­li. Le neces­sa­rie veri­fi­che sui con­tai­ner alla ricer­ca del­la cocai­na ral­len­ta­no le ope­ra­zio­ni». Sul pia­no dei tra­spor­ti, la muni­ci­pa­liz­za­ta Atam non paga sti­pen­di da due mesi ed è fini­ta sot­to inchie­sta del­la Pro­cu­ra.

Si atten­de con un cer­to otti­mi­smo che ven­ga sal­va­ta dal fal­li­men­to nel­la pros­si­ma udien­za fis­sa­ta a mag­gio. C’è poi l’aeroporto del­lo Stret­to che gesti­sce un mas­si­mo di set­te par­ten­ze al gior­no e che la nuo­va Ali­ta­lia tar­ga­ta Eti­had minac­cia di abban­do­na­re, quin­di di chiu­de­re. Lo sca­lo è gesti­to da una socie­tà mista (Sogas) che non paga sti­pen­di da sei mesi e ha seri pro­ble­mi a chiu­de­re il bilan­cio, soprat­tut­to dopo le dimis­sio­ni dell’amministratore dele­ga­to, accu­sa­to di ave­re gon­fia­to l’organico a 55 dipen­den­ti di cui 12 sono in esu­be­ro. Nien­te esu­be­ri per i 179 vigi­li gesti­ti dall’assessore Mura­ca, che arri­va dal­la poli­zia. L’età media è mol­to alta, il ter­ri­to­rio da pre­si­dia­re fra i più este­si d’Italia e l’inabilità al ser­vi­zio ester­no supe­ra il 30 per cen­to dell’organico. I con­trol­li sono qua­si impos­si­bi­li. «All’alba di saba­to 28 qual­cu­no ha sca­ri­ca­to i mobi­li di un’intera casa, e con un cer­to ordi­ne, came­ra per came­ra, nel­la stra­da di un quar­tie­re peri­fe­ri­co», pren­de atto Fal­co­ma­tà. Il sin­da­co-scrit­to­re – ha appe­na pub­bli­ca­to il suo secon­do roman­zo – ha un uni­co van­tag­gio di par­ten­za. Non potrà fare peg­gio dei pre­de­ces­so­ri. Il pri­mo è l’ex sin­da­co e poi gover­na­to­re Giu­sep­pe Sco­pel­li­ti (2002–2010), finia­no-ber­lu­sco­nia­no-alfa­nia­no inven­to­re del “Model­lo Reg­gio” e auto­re di una fra­se memo­ra­bi­le («non leg­ge­vo tut­ti gli atti che fir­ma­vo») che gli è costa­ta sei anni di con­dan­na in pri­mo gra­do per abu­so d’ufficio e fal­so. Il suc­ces­so­re di Sco­pel­li­ti, Deme­trio Are­na (2011–2012), è sta­to riman­da­to a casa dopo un anno e mez­zo per­ché il Comu­ne era infil­tra­to dal­la ndran­ghe­ta. Infi­ne sono arri­va­ti i com­mis­sa­ri pre­fet­ti­zi (2012–2014) che han­no evi­ta­to un dis­se­sto finan­zia­rio sug­ge­ri­to dal­la Cor­te dei con­ti, oltre che dai fat­ti. In que­sto modo, è sta­to rispar­mia­to un pro­ble­ma d’immagine ad Ange­li­no Alfa­no a ridos­so del­le ele­zio­ni euro­pee del 2014, dove l’Ncd ha supe­ra­to lo sbar­ra­men­to per il rot­to del­la cuf­fia anche gra­zie al buon risul­ta­to nel­la cir­co­scri­zio­ne meri­dio­na­le. In giun­ta e in cit­tà sono mol­ti a cre­de­re che il dis­se­sto avreb­be lascia­to più respi­ro all’amministrazione.

L’eredità dei com­mis­sa­ri è con­tro­ver­sa anche per altre ragio­ni. Il pre­sti­to otte­nu­to nel 2013 dal­la Cdp, ossia dal­lo Sta­to, per 187,5 milio­ni di euro da resti­tui­re in 30 anni era cer­ta­men­te indi­spen­sa­bi­le ma com­por­ta un tas­so d’interesse fis­so del 3,3 per cen­to. I comu­ni che han­no avu­to anti­ci­pa­zio­ni un anno dopo, nel 2014, paga­no il dena­ro all’1,3 per cen­to. Lo spread di due pun­ti com­por­ta per Reg­gio one­ri aggre­ga­ti di 106 milio­ni di euro e di 67 milio­ni in più alla fine del pre­sti­to. Con un disa­van­zo di 110 milio­ni di euro, una tas­sa­zio­ne por­ta­ta in poco tem­po dai mini­mi ai mas­si­mi e un tes­su­to eco­no­mi­co tut­to da rico­strui­re, la cit­tà da sola non può far­ce­la. E la ‘ndran­ghe­ta, dai moti del 1970–1971 in poi, ha sem­pre dimo­stra­to gran­de abi­li­tà nel­lo sfrut­ta­re il disa­gio socia­le. La par­ti­ta del­la soprav­vi­ven­za si gio­ca dun­que in buo­na par­te sul­la cle­men­za con­ta­bi­le di Roma che pure, a sua vol­ta, non ha gran­di mar­gi­ni di mano­vra rispet­to ai dik­tat euro­pei. «Anche se non sono respon­sa­bi­le del debi­to, non chie­do un con­do­no come è sta­to fat­to a Cata­nia», dice Fal­co­ma­tà. «Chie­do solo di ade­gua­re gli one­ri pas­si­vi e di rimo­du­la­re le sca­den­ze del pia­no di rie­qui­li­brio». In real­tà, l’elenco del­le richie­ste è un po’ più lun­go e com­ples­so. Fal­co­ma­tà lo ha rias­sun­to in un docu­men­to di dodi­ci pagi­ne e lo ha pre­sen­ta­to al sot­to­se­gre­ta­rio alla pre­si­den­za del Con­si­glio Gra­zia­no Del­rio il 24 feb­bra­io, insie­me a una serie di solu­zio­ni per non smen­ti­re la sua fra­se appic­ci­ca­ta all’armadio del­la stan­za del por­ta­vo­ce. Il sin­da­co ricor­da che la lista di comu­ni in dif­fi­col­tà finan­zia­rie estre­me è lun­ga e cita Taran­to, Napo­li, Roma, Ales­san­dria, Cam­pio­ne d’Italia. Il suo rap­por­to con Del­rio lascia qual­che spe­ran­za e, per quan­to gio­va­ne, Fal­co­ma­tà sa che il sot­to­se­gre­ta­rio può ave­re biso­gno di lui qua­si quan­to lui ha biso­gno del sot­to­se­gre­ta­rio. Nel­la par­ti­ta del pote­re demo­crat il sin­da­co zen è, a oggi, l’unica figu­ra di pro­spet­ti­va in una clas­se poli­ti­ca meri­dio­na­le che, da Rosa­rio Cro­cet­ta a Vin­cen­zo De Luca, è vec­chia e disa­stra­ta.

Un gio­ca­to­re pro­met­ten­te deve evi­ta­re di bru­ciar­si. E le occa­sio­ni per fini­re nel fuo­co non man­ca­no. L’ultima comu­ni­ca­zio­ne del­la Cor­te dei con­ti del­la Cala­bria, risa­len­te a pochi gior­ni fa, non è ras­si­cu­ran­te. La magi­stra­tu­ra con­ta­bi­le dà tem­po alla giun­ta fino al 20 mar­zo per for­ni­re una lun­ga lista di chia­ri­men­ti. Di pas­sag­gio la Cor­te dà l’allarme per il livel­lo del­le entra­te cor­ren­ti (232 milio­ni di euro pre­vi­sti nel 2013 e 104 milio­ni di euro riscos­si) o dei resi­dui atti­vi, cioè quei cre­di­ti in gran par­te ipo­te­ti­ci che ave­va­no mes­so Reg­gio al livel­lo di Roma e Firen­ze e che anco­ra nel 2013 sfio­ra­va­no i 600 milio­ni. Entro fine apri­le tut­ti i Comu­ni ita­lia­ni dovran­no revi­sio­na­re que­sti cre­di­ti e fare puli­zia in vista del­la nuo­va con­ta­bi­li­tà pre­scrit­ta dal gover­no cen­tra­le. La con­se­guen­za più plau­si­bi­le è un peg­gio­ra­men­to del bilan­cio. La gab­bia dei con­ti lascia poco spa­zio ai sogni, come quel­lo di crea­re una gran­de area del­lo Stret­to con il sin­da­co di Mes­si­na Rena­to Acco­rin­ti, asser­to­re con­vin­to di un pon­te eco­no­mi­co e cul­tu­ra­le fra spon­da sici­lia­na e cala­bre­se. A sor­pre­sa, Acco­rin­ti si pre­sen­ta a Reg­gio la mat­ti­na di vener­dì 27 feb­bra­io con magliet­ta Green­pea­ce e sciar­pa arco­ba­le­no di ordi­nan­za. Men­tre con­ver­sa a lun­go con il col­le­ga, un paio di asses­so­ri suda­no fred­do die­tro la por­ta di Fal­co­ma­tà per­ché stan­no sca­den­do gli ulti­mi ter­mi­ni del ricor­so con­tro un accer­ta­men­to da 3,2 milio­ni di euro all’Agenzia del­le entra­te. Sono tas­se non paga­te nel 2009 ma pesa­no come maci­gni sul­la nuo­va pri­ma­ve­ra di Reg­gio.

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