Fascia presilana: «La fusione non può restare monca». Massimo Covello ne spiega i benefici

Massimo Clausi Quotidiano del Sud COSENZA – La fusione dei comuni della fascia presilana è stato il banco di prova. Altri ne verranno a partire dalla fusione di Corigliano e Rossano e i comuni del Reventino. Il referendum in Presila ha lasciato sul campo molti dubbi, visto l’esito delle urne. Non per Massimo Covello, presilano doc e segretario regionale della Fiom che parla di «una data storica per le comunità di alcuni Casali della Presila cosentina».

Il risultato però…

« Il risultato è stato straordinario per partecipazione e orientamento. La gente ha capito che Casali del Manco sarà l’ottavo comune della Calabria capace di interloquire con una certa forza anche con la città capoluogo e giocare un ruolo importante nella valorizzazione della parte sud di Cosenza»

Qualcuno dice che in Presila si sia corso troppo….

«Chi lo dice non conosce la storia di questo territorio. Ricordo che nel 1914 candidandosi al collegio provinciale di Spezzano Sila, Fausto Gullo presentava un programma incentrato sulla necessità di una visione d’insieme per i Casali del Manco. Negli anni ‘60 e ‘70 a Pedace ci fu una vibrante discussione sui servizi da mettere insieme e il Consorzio degli acquedotti dei Casali fu una di quelle prime esperienze. Quando vennero istituite le Comunità montane, quella della Presila fu la prima in Calabria a dotarsi di una pianificazione territoriale unitaria. Non vorrei farla molto lunga, ma stiamo parlando di un processo che nel tempo ha anche visto diverse esperienze di servizi messi a comune, poi falliti per vari motivi. In ultimo il referendum non è calato dal cielo all’improvviso, ma è seguito da almeno due anni di dibattiti. Che senso ha avere cinque campi sportivi in un comprensorio così ristretto? Che senso ha avere una frazione che sul lato sinistro è in un comune su quello destro in un altro. Che senso ha avere una villa comunale che in alcuni punti insiste in altri comuni».

Ma si è verificato il problema del no di Spezzano Piccolo. E ora come facciamo?

«Ora la decisione finale è tutta nelle mani del Consiglio Regionale chiamato, per portare a compimento l’iter procedurale finora realizzato, ad assumere la decisione definitiva sulla legge di fusione ed ad istituire il nuovo Comune attraverso l’attività del commissario incaricato alla definizione degli atti propedeutici alla indizione dell’elezione per il nuovo Municipio. Sarebbe un delitto imperdonabile se giochi strumentali, opportunismi elettoralistici, ragioni di piccolo cabotaggio, o leguleismo ipocrita, inficiassero questa opportunità».

Il problema è che sono le norme che rischiano di inficiarlo. Possibile che non si sia pensato prima all’ipotesi che uno solo dei comuni potesse decidere il no alla fusione?

«Certo sarebbe stato meglio se il tutto fosse stato realizzato dentro un quadro chiaro e generale di reingegnerizzazione del sistema istituzionale e delle autonomie locali. Certo, a monte avrebbero potuto e dovuto esserci studi, ricerche, orientamenti definiti. Ci sono responsabilità gravi del governo nazionale e anche della Regione su questi ritardi visto che ci si è mossi più per spirito amministrativo e finanziario che per visione e restituzione di centralità al governo pubblico del territorio, e dei bisogni delle comunità. Pensate all’indeterminatezza sulla riforma delle province, all’ ipotesi tutte teoriche sulle funzioni e sul ridisegno delle “aree vaste”, al quadro per nulla chiaro dell’area metropolitana, non ha caso per molti versi giustamente bocciate nel referendum sulla Costituzione del 4 dicembre scorso».

Torniamo ai Comuni però. Secondo lei il no di Spezzano Piccolo come deve essere considerato dalla Regione?

«Sarebbe, a mio modesto parere, oltremodo miope e pilatesco se, su una procedura chiara e definita su chi deve decidere la fusione dei 5 comuni, oggi si volesse enfatizzare una singola fase del processo (il risultato del referendum consultivo in un solo comune) per introdurre scelte che nuocerebbero gravemente all’intero progetto originario. Perché io penso sarebbe una jattura sotto tutti i punti di vista se la fusione nascesse monca. Perderebbe di molto la sua efficacia. Alimenterebbe ricorsi a strumentalizzazioni di ordine giuridico. Smarrirebbe la visione unitaria ed organica del territorio e la dimensione demografica adeguata a fare del nascente Casali del Manco una Municipalità forte».

Quindi invita la Regione ad andare avanti tutta…

«Certo. Nonostante il quadro confuso e indeterminato occorre portare a compimento la nascita del nuovo Municipio. Chi conosce il territorio di cui parliamo sa che l’attuale frammentazione amministrativa ha del grottesco e produce solo danni e negatività. Sa che questa condizione ha finora impedito la costruzione di una interlocuzione forte e non subalterna con soggetti istituzionali e privati come il Parco della Sila, Calabria Verde, FdC, Enel, Sorical, Unical, ecc.,ma anche con la stessa Regione, con il governo e le sue articolazioni ministeriali, con la città di Cosenza. Sa che la popolazione è una comunità unica aperta e soggetta a forti processi migratori, che l’immigrazione non compensa, determinando spopolamento ed impoverimento. Sa che solo la valorizzazione e la visione delle potenzialità dei beni comuni, delle risorse territoriali aggregate può aprire scenari inediti e positivi, in raccordo con l’area urbana e l’ Altopiano della Sila».

Lei crede che alla fine l’unione si farà a cinque?

«Oggi serve, alle migliori forze dei Casali del Manco, aprire un immediato e trasparente confronto con la Giunta Regionale, Il Consiglio regionale ed il governo nazionale. Ognuno deve fare la propria parte con determinazione e responsabilità per il completamento del progetto. Ragionare sulla definizione dei percorsi amministrativi, programmatici, economici, occupazionali, dei servizi, per far uscire l’area dalla crisi drammatica in cui è piombata e dalla marginalità economica, politica e sociale. Avendo chiaro in mente che nulla potrà essere più come prima, che le comunità dei Casali del Manco, hanno indicato un percorso netto e dopo anni di regressione hanno mostrato di voler per davvero cambiare pagina, riprendendo la via maestra, della propria migliore storia politica. E’ stata scritta una bella pagina che deve essere completata».

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