Fermato il nuovo “capo” in Emilia. Carmine Sarcone dalle staffette per gli omicidi agli affari in Olanda e Romania

Carmine Sarcone

Antonio Anastasi Quotidiano del Sud CUTRO – Dalle staffette in supporto ai killer in occasione degli omicidi a Cutro, durante gli anni di piombo, a sofisticate operazioni imprenditoriali in Olanda, dalle infiltrazioni nei lavori post terremoto a L’Aquila al ruolo di reggente della ndrangheta in Emilia, con tanto di partecipazione ai summit con i casalesi. Di strada ne ha fatta, Carmine Sarcone, fratello di Nicolino, principale imputato del processo Aemilia, condannato anche in Appello a 15 anni con l’accusa di essere stato il capo della cellula emiliana del “locale” di ndrangheta di Cutro, capeggiato dal potente boss Nicolino Grande Aracri. Almeno secondo i racconti convergenti di pentiti vecchi e nuovi, non solo cutresi ma anche lucani, e stando ai riscontri individuati dai carabinieri di Modena che ieri, nell’ambito di una nuova indagine coordinata dai pm della Dda di Bologna Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, hanno fermato a Cutro l’uomo che attualmente reggerebbe le fila dell’organizzazione in Emilia. C’è il pericolo, secondo gli inquirenti, che possa darsi alla latitanza in Olanda o Bulgaria, dove ha interessi imprenditoriali, il nuovo capo di una «struttura criminale moderna» – dalla sentenza Aemilia dell’aprile 2016 – con «rapporti con quei poteri (politica, informazione, forze dell’ordine) che istituzionalmente ne dovrebbero contrastare l’esistenza». L’hanno detto anche in pubbliche udienze i pentiti Antonio Valerio e Salvatore Muto che Sarcone sarebbe nel quadriumvirato che comanda fuori dal carcere (insieme a Luigi Muto, Antonio Crivaro e Giuliano Floro Vito) avendo assunto «un ruolo di vertice – è detto nel provvedimento – in una consorteria tuttora operativa che ha disponibilità di ingenti somme di denaro». Lui è uno che avrebbe cercato, negli ultimi anni, di crearsi l’immagine un imprenditore che opera in Emilia nel rispetto delle regole, anche se tutti i pentiti sostengono che i Sarcone sono «una cosa sola», e quindi che con i fratelli Nicolino e Gianluigi (anche questi imputato in Aemilia) avrebbe mantenuto un rapporto fungendo da raccordo tra l’esterno e i penitenziari, assicurando scambi di informazioni tra detenuti e affiliati in libertà e gestendo la supercosca sotto le direttive degli esponenti divertice ristretti, occupandosi anche di imprenditoria tramite fittizie intestazioni a prestanome e contribuendo a una strategia di inquinamento probatorio mediante larvate minacce a testimoni.

L’hanno risentito nel gennaio 2017, il primo pentito della cosca Grande Aracri, Salvatore Cortese. «I fratelli Sarcone, dal punto di vista criminale, sono un’unica cosa. Carmine fa parte stabilmente del sodalizio emiliano, è una figura importante fin dagli anni Novanta». Sarebbe stato parte di un gruppo di «ndranghetisti emergenti», tra i quali c’era anche il nuovo pentito Giuseppe Liperoti. «Li chiamavamo matti, non studiavano il colpo, partivano  all’arrembaggio». Giovani leve che, a quanto pare, non si facevano scrupolo di incendiare l’auto di un carabiniere che dava «fastidio» al clan. Siamo nel luglio 2000. L’episodio fu contestato in quanto mandante al boss Grande Aracri, nel processo Scacco Matto. Il pentito Antonio Valerio racconta che Sarcone fu uno degli autori dell’incendio, e la conferma verrebbe dal pentito Salvatore Muto, che da Nicolino Sarcone avrebbe saputo che «erano stati loro a ordinarlo… l’aveva fatto suo fratello Carmine, Carmine Belfiore e Francesco Frontera».

Facciamo un salto agli anni tra il 2005 e il 2007, quando Cortese avrebbe incontrato in Emilia, al cantiere di Pieve di Modolena, i fratelli Sarcone e, in particolare, Carmine per discutere questioni di ndrangheta. Cortese ha anche svelato gli affari dei Sarcone con Antonio Brugnano tra l’Emilia e la Romania, all’insegna della delocalizzazione. «Commerciano il grano, fanno costruzioni, ma la Romania è Romania, il lavoro si paga poco».

«Ci sono anche i pentiti lucani. Saverio Loconsolo, del clan melfitano cassotta dei “basilischi”, la cui famiglia era «riconosciuta dai Pelle di San Luca e dai Sarcone di Cutro». Mentre Alessandro D’Amato, dello stesso clan, racconta che si rivolsero ai Sarcone per evitare una guerra di mafia. I Sarcone e i Macrì di Siderno potevano «mettere una pace». Delle rapine a prostitute fatte con Giovanni Abramo, sempre da Carmine Sarcone, parla il pentito Valerio. Ma il ruolo importante è già fotografato dal processo Edilpiovra, in cui il fratello Nicolino è stato condannato a 10 anni, in quanto Carmine era incaricato di investimenti illeciti tramite false fatturazioni. «Carmine ha sempre avuto grande disponibilità in contante», fa eco il pentito Salvatore Giglio, perché «non figurava Nicolino». «Carmine è alla pari dei fratelli, anche se più piccolo», incalza Valerio, «non è che se non ha la carica non agisce da padrino». Del resto, nel 2001 si beccò una denuncia per aver favorito la latitanza di Francesco Frontera, sfuggito all’operazione Scacco Matto. E arriviamo al 2009 quando, sempre secondo Valerio, Carmine Sarcone avrebbe preso parte a summit niente di meno che con i casalesi per evitare conflitti. L’incontro in un bar a Bibbiano. Valerio e altri dovevano monetizzare assegni derivanti da crediti di usura e corrispondere il 15 per cento ai casalesi, ma lo stesso Valerio aveva minacciato due campani di piantere loro una pallottola in fronte.

«Cosa volete voi a Reggio Emilia?» Per l’intervento non autorizzato i Sarcone avevano commissionato l’omicidio di Valerio, affidato a Roberto Turrà, per freddare il quale sempre Valerio era stato incaricato, a sua volta, da Grande Aracri. Valerio ha spiegato il ruolo di vertice di Carmine Sarcone nella composizione dei contrasti, come quando nel 2013 intervenne, insieme ad Afonso Diletto, dopo l’incendio dell’auto di Karima, donna vicina a Gaetano Blasco, uno degli imprenditori della cosca. «Volevano conto di quello che stava succedendo», ricorda Valerio. «Doveva dirimere gli animi qui a Reggio Emilia», aggiunge Muto. Tra gli affari gestiti da Carmine, Valerio indica il commercio in nero del gasolio in Olanda, venduto anche in Veneto. Ma c’è anche il settore delle piastrelle in Bulgaria.

C’è poi la missione al processo Aemilia, in aula bunker, a Reggio Emilia, dove «Carmine e Luigi vengono a prendere informazioni, non ad ascoltare». «Registra le udienze e le trasmette, vi è uno scambio di chiavette, uno sviluppo di strategie che si riescono a fare con i parenti fuori» Una sorta di alfabeto morse condiviso con imputati detenuti. «Basta che si guardano e già si capiscono». Il riscontro sarebbe la chiavetta con articoli di giornale e un’altra vuota passata da Carmine a un’avvocatessa che poi consegnò i materiali a Gianluigi.

Infine, il pentito Muto indica Carmine nella «batteria di giovani rapinatori» negli anni ’96-2000 e, soprattutto, parla del suo coinvolgimento come “staffetta” in fatti di sangue. «Me l’aveva detto Lamanna. L’ho sentito in carcere… partecipava con Abramo (Giovanni, genero di Grande Aracri e condannato a 20 anni per l’omicidio, ndr) al fatto di Dragone», chiaro riferimento all’agguato al vecchio boss compiuto con un bazooka nel maggio 2004. “Fece da staffetta in quegli omicidi lì, sono venuti da su giù in Calabria, chi per fare la vedetta, chi osservazione”.

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