Giovanni Tizian: "La mia vita a metà per aver denunciato la ndrangheta al Nord"

Giovanni Tizian

Gio­van­ni Tizian Espresso.repubblica.it OLTRE LA linea Goti­ca c'è una mafia silen­te. Per nien­te rumo­ro­sa, accor­ta a non appa­ri­re, abi­le nel pene­tra­re nei tes­su­ti sani del­la socie­tà. E se inve­ce que­sti tes­su­ti non fos­se­ro così sani? Il sospet­to è che nei ter­ri­to­ri del Nord ci sia una for­te richie­sta di mafia, dei suoi meto­di e stru­men­ti. La chia­ma­no voglia di clan. Impren­di­to­ri, pro­fes­sio­ni­sti, poli­ti­ci, ser­vi­to­ri del­lo Sta­to, che nati e cre­sciu­ti nel­le regio­ni ric­che han­no scel­to di sta­re dal­la par­te del cri­mi­ne. Indi­zi e sen­ten­ze recen­ti, degli ulti­mi anni, han­no tra­sfor­ma­to il dub­bio in cer­tez­za. Spes­so anche nel minac­cia­re l'accento è misto: nel mio caso quan­do boss e fac­cen­die­re, pro­get­ta­va­no di eli­mi­nar­mi, il pie­mon­te­se si mesco­la­va all'accento cala­bre­se. La tele­fo­na­ta inter­cet­ta­ta risa­le al 2011. E non smet­te­rò mai di rin­gra­zia­re que­gli uomi­ni e quel­le don­ne del­la guar­dia di finan­za che han­no ascol­ta­to e segna­la­to d'urgenza il fat­to alla pro­cu­ra anti­ma­fia di Bolo­gna.

Da lì il pro­cu­ra­to­re dell'epoca Rober­to Alfon­so, insie­me al pm Fran­ce­sco Cale­ca che segui­va l'inchiesta sul grup­po Femia, chie­se alla pre­fet­tu­ra di Mode­na di met­ter­mi sot­to scor­ta. Così ini­ziò una vita diver­sa­men­te libe­ra. Un'esistenza vis­su­ta nell'equilibrio tra fra­gi­li­tà, insi­cu­rez­ze, pau­re, ma anche tra l'amore di chi in que­sti qua­si sei anni mi è sta­to vici­no, sop­por­tan­do un vita di cer­to non faci­le. Poi, ieri, a distan­za di così tan­to tem­po, il tri­bu­na­le di Bolo­gna ha rico­no­sciu­to l’esistenza di un clan mafio­so che in Emi­lia ave­va mes­so radi­ci . L'esistenza di quel­la cosca che vole­va bloc­ca­re l'informazione loca­le imma­gi­nan­do per­si­no di usa­re il piom­bo per rag­giun­ge­re l'obiettivo.

Il capo Nico­la Femia e i suoi figli, Nico­las e Guen­da­li­na, sono sta­ti con­dan­na­ti a pene pesan­ti: Nico­la det­to "Roc­co" a 26 anni, Nico­las a 15 e la figlia a 10. E per la pri­ma vol­ta vie­ne rico­no­sciu­ta l’intimidazione all’informazione. Per que­sto i giu­di­ci han­no sta­bi­li­to che il clan Femia dovrà risar­ci­re il gior­na­li­sta che fir­ma que­sto arti­co­lo e l’Ordine dei gior­na­li­sti. Risar­ci­men­to per le minac­ce rice­vu­te. «O la smet­te o gli spa­ro in boc­ca», dice­va il fac­cen­die­re Gui­do Torel­lo (con­dan­na­to a 9 anni) al boss Femia che si lamen­ta­va dei ripe­tu­ti arti­co­li che ave­vo pub­bli­ca­to sul­la Gaz­zet­ta di Mode­na. Risar­ci­men­to per aver minac­cia­to la liber­tà di stam­pa, non solo la mia vita. Anche per que­sto il ver­det­to di pri­mo gra­do del pro­ces­so "Black Mon­key" è un pun­to di rot­tu­ra nel­la sto­ria dell’antimafia del Pae­se. Che ser­ve a tut­ta la cate­go­ria. E spe­ro pos­sa far sen­ti­re meno soli quei col­le­ghi che sen­za scor­ta e in trin­cea scri­vo­no dei pote­ri cri­mi­na­li nel­le pro­vin­ce d'Italia. Lo spe­ro, nono­stan­te il dibat­ti­men­to che si è con­clu­so ieri a Bolo­gna si sia svol­to nel silen­zio. Seb­be­ne la mafia come tema di dibat­ti­to pub­bli­co non abbia più l’appeal di un tem­po.

Alla fine que­sta sen­ten­za rap­pre­sen­ta uno spar­tiac­que. Per­ché da ora in avan­ti le orga­niz­za­zio­ni mafio­se che pen­sa­va­no di far­la fran­ca nei ter­ri­to­ri del Cen­tro-Nord dovran­no ras­se­gnar­si a esse­re giu­di­ca­te con la stes­sa seve­ri­tà che gli vie­ne riser­va­ta dai tri­bu­na­li del Sud, alle­na­ti da decen­ni di vio­len­za e lot­ta anti­ma­fia. In que­sti anni vis­su­ti sot­to pro­te­zio­ne ho matu­ra­to una con­vin­zio­ne: il mestie­re di infor­ma­re è un ser­vi­zio. Un ser­vi­zio per i let­to­ri, che sono cit­ta­di­ni. A loro pro­via­mo a dare gli stru­men­ti per leg­ge­re ciò che acca­de nel­la comu­ni­tà in cui vivo­no. Un’informazione cor­ret­ta, insom­ma, che sia un argi­ne al vele­no del­le for­ze cri­mi­na­li. Sono tra­scor­si cin­que anni e mez­zo dal 22 dicem­bre 2011, da quan­do, cioè, la Que­stu­ra di Mode­na mi comu­ni­cò che da quel gior­no avrei vis­su­to sot­to scor­ta. Non ave­vo la mini­ma idea di cosa signi­fi­cas­se. Non sape­vo esat­ta­men­te qua­li cam­bia­men­ti avreb­be por­ta­to nel­la mia vita. Ave­vo 29 anni. Le lacri­me del­la mia com­pa­gna, il divie­to di infor­ma­re per­si­no i paren­ti stret­ti, i pri­mi due agen­ti che mi aspet­ta­va­no sot­to casa: mi istrui­ro­no in fret­ta su ciò che pote­vo fare e soprat­tut­to su cosa non avrei più potu­to fare da quel momen­to in poi.

Ero come un bam­bi­no che impa­ra­va a muo­ve­re i pri­mi pas­si in una nuo­va vita. Una vita a metà. I momen­ti di inti­mi­tà fami­lia­re sareb­be­ro diven­ta­ti una rari­tà di cui gode­re appie­no. Non pos­so però nean­che scor­da­re le voci di chi bol­la­va il tut­to come una stru­men­ta­liz­za­zio­ne per pro­cu­rar­mi noto­rie­tà e atten­zio­ne. Non ho mai rispo­sto. Non mi ha mai appas­sio­na­to la fero­cia del dibat­ti­to social. Pre­fe­ri­sco scri­ve­re, rac­con­ta­re, inda­ga­re. Guar­da­re negli occhi, scru­ta­re ciò che a pri­ma vista non si vede, entra­re nel­le sto­rie. Pren­der­mi il tem­po per inter­pre­ta­re la veri­tà. Che cam­mi­na sem­pre pia­no. C’è volu­to tem­po anche per la sen­ten­za del pro­ces­so Black Mon­key, ma è un ver­det­to sto­ri­co. Meri­to di una pro­cu­ra gui­da­ta all’epoca da Rober­to Alfon­so (oggi pro­cu­ra­to­re gene­ra­le di Mila­no) e di un pm, Fran­ce­sco Cale­ca, che ha descrit­to alla per­fe­zio­ne la mafia moder­na sen­za alcun pro­ta­go­ni­smo. Ma un rin­gra­zia­men­to spe­cia­le va a chi ogni set­ti­ma­na, sacri­fi­can­do il pro­prio tem­po, ha riem­pi­to l’aula 11 del tri­bu­na­le: stu­den­ti, tan­tis­si­mi; ai loro docen­ti; agli ami­ci; alle asso­cia­zio­ni che si sono costi­tui­te par­te civi­le, da Libe­ra a Sos Impre­sa; per fini­re agli enti loca­li che han­no otte­nu­to il risar­ci­men­to per i dan­ni di un clan che ha ucci­so un pez­zo di eco­no­mia. Per­ché que­sto fan­no le mafie 2.0, ammaz­za­no impre­se sane e ucci­do­no la buo­na eco­no­mia.

Il commento di Lirio Abbate

Il tri­bu­na­le di Bolo­gna ha rico­no­sciu­to il meto­do mafio­so appli­ca­to da un'organizzazione che dal Raven­na­te ope­ra­va in tut­ta l'Emilia Roma­gna. E per que­sto moti­vo i giu­di­ci han­no con­dan­na­to gli impu­ta­ti per asso­cia­zio­ne mafio­sa. Una sen­ten­za con pochis­si­mi pre­ce­den­ti nel­la Pia­nu­ra Pada­na, soprat­tut­to per il fat­to che que­sto grup­po fini­to alla sbar­ra non è col­le­ga­to diret­ta­men­te alla ndran­ghe­ta cala­bre­se, ma come tale si com­por­ta. Que­sto è il meto­do mafio­so che il pm Fran­ce­sco Cale­ca ha soste­nu­to nel suo impian­to accu­sa­to­rio, rico­no­sciu­to in sen­ten­za. E non ha impor­tan­za se que­sto pro­ces­so sia sta­to chia­ma­to "Black Mon­key" e non com­pa­ia la paro­la mafia nel­la sua deno­mi­na­zio­ne. Ciò che pre­va­le è che per il tri­bu­na­le que­sta è asso­cia­zio­ne mafio­sa. E come tale si è com­por­ta­ta anche quan­do uno degli impu­ta­ti ha minac­cia­to di mor­te il nostro col­le­ga Gio­van­ni Tizian che sul­le pagi­ne del­la Gaz­zet­ta di Mode­na ave­va denun­cia­to que­sti affa­ri mafio­si intrec­cia­ti con il busi­ness del­le slot machi­ne. Oggi insie­me alla giu­sti­zia ha vin­to anche la buo­na infor­ma­zio­ne. Ha vin­to il corag­gio di Gio­van­ni.

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