Gli incroci pericolosi tra leghe, mafie e galassia nera

Alessia Candito Laltrocorriere.it REGGIO CALABRIA – Qualche leghista della prima ora, cresciuto a “quote latte” e slogan contro il Sud «parassita», potrebbe anche trovarsi spiazzato dall’ultima evoluzione della Lega di Salvini, che al Sud si è legata ad ambienti che non nascondono simpatie post e neofasciste. Eppure nella storia del Carroccio gli incroci (a volte pericolosi) con la galassia nera non sono mai mancati. Dai tempi delle leghe indipendentiste meridionali fino ai giorni nostri.  In Calabria in generale e a Reggio in particolare, proconsole del leader del Carroccio è quel Giuseppe Scopelliti, venuto fuori dal vivaio del Fronte della gioventù e giovane virgulto della destra “di governo”, prima che gli inciampi giudiziari ne compromettessero la carriera. Causa condanna a 5 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici, non si è potuto candidare, ma in lista ha piazzato una delle sue fedelissime, l’ex assessore Tilde Minasi. Ma candidata per “Noi con Salvini” è anche Francesca Anastasia Porpiglia, figlia di Enzo Porpiglia, (ormai ex) funzionario part-time della sezione Misure di prevenzione.

L’uomo è stato segnalato e allontanato perché – poco dopo la nomina di Ornella Pastore a presidente del Tribunale che oggi è chiamato a giudicare gli imputati del processo Gotha – si sarebbe avvicinato al giudice per perorare la causa di uno dei principali accusati, Paolo Romeo. Cresciuto negli ambienti dell’estrema destra reggina, fra i principali interlocutori del capo storico di Avanguardia nazionale, Stefano Delle Chiaie, e coinvolto nella gestione della latitanza del terrorista nero Franco Freda, Romeo – già condannato in via definitiva per concorso esterno – è oggi a processo perché ritenuto dalla Dda elemento di vertice della direzione strategica della ‘ndrangheta reggina. Per Porpiglia però – e così ha assicurato all’esterrefatto giudice Pastore – quella a carico di Romeo sarebbe tutta una montatura ai danni di una persona onesta, da lui personalmente conosciuta e frequentata quando era un giovane aspirante avvocato. Si raccomanda che le colpe dei padri non ricadano sui figli. Ed effettivamente non sembra che Porpiglia jr abbia avuto difficoltà a trovare un posto in lista, nonostante lo scandalo che ha travolto il genitore.

Altro uomo d’ordine del Carroccio in Calabria è Domenico Furgiuele, un tempo nella Destra di Storace, oggi segretario della sezione calabrese della Lega. Genero del “re del cemento” Salvatore Mazzei, per il quale di recente la Dda di Catanzaro ha chiesto e ottenuto un provvedimento di confisca di beni e imprese considerate lavatrici dei clan, Furgiuele non ha mai nascosto le sue simpatie per l’estrema destra e soprattutto per Delle Chiaie, capo dell’organizzazione che ha lavorato a quei moti di Reggio divenuti per la ndrangheta occasione di uno storico salto di qualità. Per quanto diversi fra loro, Scopelliti, Furgiuele e gli altri, sembrano tutti poco avere a che fare con il progetto di quell’Italia spezzettata con Nord autonomo e sovrano, grazie al quale il Carroccio ha aggregato la propria (originaria) base. E invece non è propriamente così. A testimoniare la linea di continuità fra Lega ed estrema destra, variamente aggregata, non sono solo le attuali joint venture elettorali, o i pubblici endorsement che il leghista Mario Borghezio – mandato in Europa anche con i voti di Casa pound – ha fatto al gruppo filonazista Lealtà e azione, reclutato a supporto dei banchetti elettorali del Carroccio al Nord.

Maggiormente illuminanti, ma non del tutto esaustivi, sono forse i rapporti di Borghezio con l’area di Avanguardia nazionale, sciolta nel ’76 per conclamata violazione delle leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista e oggi riciclata nell’accrocco “Reazione nazionale”. (Mal)celati sotto la nuova sigla, vecchi e nuovi avanguardisti qualche tempo fa hanno invitato l’eurodeputato leghista come ospite d’onore della due giorni organizzata per celebrare l’anniversario di fondazione di An. Ed è stato in quell’occasione che Borghezio, rivolgendosi a Delle Chiaie, ha detto: «E allora dico comandante, è ora di dissotterrare l’ascia di guerra perché quando un popolo sente il bisogno – e oggi il nostro popolo sente questo bisogno – di una rivoluzione nazionale, noi abbiamo semplicemente il dovere di metterci alla guida di questa rivoluzione. Questo è un compito anche tuo».

Un invito che non mette in luce nuove convergenze ma una solida collaborazione, risalente nel tempo, basata su legami che si intuiscono strutturati. A svelarlo è l’inchiesta “Ndrangheta stragista”, da cui è emerso come la ndrangheta abbia firmato con l’omicidio dei brigadieri Fava e Garofalo e il ferimento di altri quattro militari la propria partecipazione alla strategia degli “attentati continentali”. Una stagione di sangue e di bombe – piazzate a Firenze, Milano, Roma – mirata a creare il clima di terrore necessario a imporre uno stravolgimento politico necessario per instaurare un governo amico, in grado di sostituire i vecchi interlocutori politici, spazzati via da tangentopoli. Un piano che ha visto la ndrangheta pienamente coinvolta e con un ruolo di primo piano. «Se – annota il gip – risulta dimostrato che, dopo quarant’anni di sostegno ai vecchi partiti, Cosa Nostra e Ndrangheta, compirono, d’improvviso, contemporaneamente ed all’unisono, non solo la scelta di abbandonare i vecchi referenti ma, anche, quella di dare sostegno ai medesimi nuovi soggetti, esclusa una involontaria e potente telepatia fra i capi dei due sodalizi, risulta evidente l’esistenza di una comune strategia di attacco e ribellione alla vecchia classe politica da parte di Cosa Nostra e Ndrangheta, che, sul fronte più strettamente criminale, aveva come sua logica prosecuzione l’attuazione della strategia terroristica».

Un piano complesso – affermano i giudici reggini – cui hanno lavorato non solo le mafie storiche di Calabria e Sicilia, ma un vero e proprio grumo di potere fatto di mafie, pezzi di servizi, della rete Gladio, della massoneria di area piduista e della galassia nera, che infine, secondo diversi pentiti, avrebbero fatto convergere voti, sforzi e denari su Forza Italia. Ma in una fase immediatamente precedente, quel piano per stravolgere la Repubblica – è emerso nelle indagini Sistemi criminali e Oceano, che oggi in Ndrangheta stragista hanno trovato ordinata composizione – è passato attraverso una stagione federalista, che mirava a dare alle mafie una nazione.

Fra i primi a raccontare in dettaglio tale progetto è stato il pentito di Cosa nostra Leonardo Messina, che in tempi non sospetti aveva anticipato come la strategia degli attentati continentali andasse letta all’interno di un ben più ampio disegno finalizzato alla «creazione di uno Stato indipendente del Sud all’intento della separazione dell’Italia in tre stati». Dichiarazioni che Messina ha reso di fronte alla commissione parlamentare antimafia nel dicembre del ‘92, anche prima che i movimenti federalisti prendessero piede in Sicilia, a testimonianza di un progetto che andava ben oltre le ambizioni politiche di Cosa Nostra.

In effetti, si riconosce nelle informative, «nell’ottobre 1993, il movimento “Sicilia Libera” venne costituito a Palermo su input diretto di Leoluca Bagarella, mentre nel resto del meridione erano state già costituite formazioni come “Calabria Libera” (dal 19 settembre 1991), “Lega Lucana” (già “Movimento Lucano”. costituita il 25 gennaio 1993) e tantissimi altri movimenti analoghi (“Campania Libera”, “Abruzzo Libero”. etc.)». E non appare un caso, si legge nelle carte, che molti degli animatori delle diverse sezioni vantassero un passato nel movimento eversivo Avanguardia nazionale o in ambienti politici limitrofi, in alcuni casi tracimati nel Msi o altre formazioni dell’estrema destra. Un dato emerso con forza anche prima che le leghe regionali venissero istituzionalizzate, nel corso di una serie di manifestazioni pubbliche, come quella del 6 giugno del 1990 a Roma, una delle prime che abbia pubblicamente posto il tema del leghismo meridionale. All’epoca, sul palco si avvicendano nomi noti dell’estrema destra come Adriano Tilgher (fra i fondatori di Avanguardia nazionale insieme a Delle Chiaie), l’avvocato Giuseppe Pisauro (legale di Delle Chiaie), Tommaso Staiti Di Cuddia, i fratelli Stefano e Germano Andrini (militanti dell’organizzazione di estrema destra “Movimento Politico Occidentale” di Maurizio Boccacci, molto legato a Stefano Delle Chiaie) ed esponenti degli skinheads romani, tra cui Mario Mambro, fratello della terrorista nera Francesca, condannata per la strage di Bologna, ed esponente del “Movimento Politico Occidentale”. Ma non solo.

Alla platea si è rivolto anche l’avvocato Egidio Lanari, difensore del noto mafioso Michele Greco “Il Papa” e indicato da vari collaboratori come «il legale della P2». In quell’occasione Lanari – si legge nell’informativa – «manifestò disponibilità ed interesse verso il progetto politico di organizzazione delle leghe meridionali al quale si era dedicato Stefano Delle Chiaie in quel periodo». Qualche tempo dopo, proprio lui si è convertito in uno dei principali animatori del movimento separatista Sicilia Libera. Ma non l’unico. «L’iniziativa della costituzione di quella lega – si specifica però in un’informativa, che riassume le dichiarazioni al riguardo di un altro dei principali animatori del movimento siciliano, Antonio D’Andrea – fu del Gran Maestro siciliano Giorgio Paternò, massone di Piazza del Gesù (risultato essere legato a Licio Geli), mentre gli altri soci fondatori furono l’avv. Egidio Lanari (difensore di Michele Greco “il papa”), Donato Cannarozzi (pugliese) e Alcide Ferraro (calabrese)». Anche Lanari – si specifica nelle carte – ha più volte incontrato Gelli. Lo stesso Gran Maestro delle trame italiane e padre padrone della P2 che nel novembre del ’90 ha inviato un telegramma ai responsabili del nascente leghismo del sud per confermare la propria entusiastica adesione al movimento.

Attorno alle leghe meridionali dunque, sin dal principio si sono mossi personaggi a cavallo fra ambienti mafiosi, piduisti e dell’eversione di destra. E tutti – confermano una serie di iniziative pubbliche organizzate anche negli anni successivi – erano in rapporti diretti con i rappresentanti della Lega Nord. Prova plastica ne è la riunione di Lamezia Terme del settembre ‘93, considerata dai giudici il «momento centrale di quella stagione politica, in cui le mafie avevano progettato di assumere, direttamente ed in prima persona, il controllo politico dell’Italia meridionale ed insulare». Su quanto successo, i magistrati hanno avuto a disposizione un testimone fondamentale. Si tratta di Tullio Canella, uomo di Leoluca Bagarella e da lui di fatto incaricato della gestione di “Sicilia Libera”, oggi pentito. Lui alla riunione di Lamezia c’era. «Parteciparono un po’ tutti gli esponenti delle leghe autonomiste – dice ai magistrati -. Ricordo ad esempio rappresentanti di “Basilicata Libera”, “Calabria Libera”, dello Lega Nord e di altri movimenti analoghi. Della Lega Nord era presente un certo Marchioni che all’epoca si presentò come un componente della segreteria della Lega».

Molti dei partecipanti – mette a verbale Canella – erano diretta espressione dei clan, come «tale dr. Platania che era vicino a Cosa Nostra catanese. In particolare Leoluca Bagarella, prima della riunione di Lametia Terme – afferma il pentito – mi mise in contatto con un emissario catanese di Sicilia Libera, di cui non ricordo il nome. Costui mi disse che a Catania il punto di riferimento del movimento era certo di: Platania, persona vicina ad un mafioso di nome Ferlito». Da uomo di peso di Cosa nostra, Canella non era in contatto solo con gli altri pari grado siciliani impegnati nel progetto, ma anche con i calabresi. Per le ndrine, il rappresentante in Calabria libera – racconta il pentito – era Beniamino Donnici, il quale – spiega «rivestiva il descritto ruolo di cerniera fra ndrangheta e politica». Militante del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, nel 90 eletto in Regione dove ha rivestito la carica di segretario del consiglio, nel ’93 è il rappresentante legale dell’associazione “Calabria libera” e del “Movimento politico federalista”, entrambe oggi disciolte. E di lui non ha parlato solo Canella.

Anche Gioacchino Pennino – medico palermitano, massone e uomo di punta della famiglia di Brancaccio, sin da giovane in contatto con i vertici della ndrangheta calabrese – è stato in grado di riferire qualcosa sul suo ruolo e peso. «Mi risulta – si legge in un verbale di interrogatorio – per averlo appreso da tale Martorano (si tratta di un imprenditore calabrese), che il Musolino Rocco unitamente all’on. Misasi, uomo politico corpulento calabrese, il dott Donnici, pure lui politico calabrese, ed altri ancora, faceva parte di un comitato d’affari che era pienamente attivo in Calabria e che ricomprendeva, come mi pare volesse fare intendere il Martorano, ndrangheta, massoneria e politica». Presenze non casuali in quel contesto, ma sintomatiche di un piano eversivo di cui altri collaboratori, come Leonardo Messina, già alcuni anni prima avevano – inascoltati – anticipato. Ai parlamentari della commissione antimafia, nel ’92 il pentito aveva spiegato chiaramente che «il progetto consisteva nella futura creazione di un nuovo soggetto politico, la Lega Sud o Lega Meridionale» che apparisse una “risposta” alla Lega Nord, in quegli anni ai primi vagiti. In realtà però – ha spiegato il collaboratore e hanno in seguito confermato gli accertamenti della polizia giudiziaria – quel contrasto era solo apparente. Tanto al sud come al Nord le leghe facevano parte di un unico grande progetto per rovesciare a proprio favore gli assetti istituzionali. E di questo Messina ne ha avuto prova concreta.

«Quando io proposi a Miccichè di uccidere Bossi in occasione di un suo viaggio a Catania nel settembre – ottobre ’91, questi mi spiegò che Bossi era in realtà un “pupo” e che il vero artefice del progetto politico della Lega Nord era Miglio, dietro il quale c’erano Gelli e Andreotti». A parlare è il collaboratore Leonardo Messina, uomo di fiducia di Piddu Madonia, uno dei capi dei corleonesi, Messina che quando decide di collaborare, si affida a Paolo Borsellino. È a lui che il pentito inizia a raccontare di quel progetto federalista con cui le mafie puntavano a darsi una nazione. Ma non solo. Nel dicembre ’92 porta le medesime informazioni in commissione parlamentare antimafia. È lì che spiega che Miccichè – si legge nel verbale dell’epoca -. Mi disse anche che la Lega Nord era finanziata da forze imprenditoriali del Nord, non meglio precisate, che avevano interesse alla suddivisione dell’Italia in tre Stati separati». Tutte informazioni – aggiunge il collaboratore – di cui Miccichè è stato messo a conoscenza perché in quel periodo era lui ad ospitare nel proprio territorio il latitante Totò Riina, insieme ai massimi vertici di Cosa Nostra pienamente coinvolto nel progetto. Ma che lo stesso Miglio ha in parte pubblicamente confermato.

In un’intervista pubblicata su “Il Giornale” nel marzo del ’99, l’ideologo della Lega ha infatti ammesso che «con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento». In ballo c’era la nomina a senatore a vita, chiesta da Miglio e su cui Andreotti, al tempo impegnato a tenere insieme i pezzi della Democrazia Cristiana, sarebbe stato possibilista. Ma alla fine il progetto sarebbe sfumato per l’opposizione di Cossiga «nonostante Andreotti insistesse tanto». Una dichiarazione estremamente significativa per i giudici perché «emergeva, sia pure in modo diverso, ma comunque significativo, il ruolo di Andreotti, che, come descritto dallo stesso Miglio, più che ispiratore del progetto federalista, era il politico dell’ancien regime, pronto a trattarne e modularne il contenuto in vista di una contropartita politica». Sui rapporti con Gelli e la massoneria, Miglio invece non ha mai commentato alcunché. Ma sono state invece le indagini a confermare le parole del pentito Messina. E non solo quelle della Dda di Palermo e del procuratore aggiunto Roberto Scarpinato che per primi hanno indagato sul boom delle leghe. Dalle carte dell’inchiesta (poi archiviata) della procura di Aosta “Phoney Money”, che ha messo in luce le profonde infiltrazioni della massoneria italiana ed internazionale nella Lega Nord, salta fuori il nome di «un ambiguo personaggio chiave della genesi del movimento leghista, il faccendiere Gianmario Ferramonti», un tempo amministratore della Pontida Fin, la società creata dal Carroccio per gestire le attività economiche, dai gadget alla pubblicazione di libri e giornali e fra i primi tesorieri della Lega.

Massone, in contatto con Gelli e i vertici della massoneria italiana e internazionale, Ferramonti, oggi 64enne fondatore dell’associazione “Amici di Trump”, di professione sarebbe un perito elettronico, ma in realtà – e lui stesso non lo nasconde – a partire dagli anni Novanta è stato (e forse è?) uno dei grandi tessitori della politica italiana. Il suo nome è emerso di recente in relazione al caso Banca Etruria – sarebbe stato lui a suggerire il nome di Fabio Arpe come direttore – ma già in passato si è parlato di lui in occasione di passaggi (e scandali) chiave nella storia della Repubblica. Del resto – testimonia la cronaca e riassumeva l’inchiesta di Aosta – Ferramonti ha sempre potuto vantare contatti importanti negli ambienti politici, militari, finanziari, di intelligence e sicurezza, ma soprattutto della massoneria. Non solo italiana, ma anche internazionale. Rapporti che il faccendiere non ha mai nascosto, ma di cui, al contrario, ha raccontato con malcelata soddisfazione. In una recente intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, Ferramonti ha spiegato che «a fine anni 80-inizio anni 90 ho cominciato a frequentare Roma. Mi vedevo con Alfredo Di Mambro, un uomo in gamba che consideravo mio padre. Di Mambro, massacrato con me nell’indagine poi archiviata su Phoney Money, era stato per tanti anni il punto di congiunzione tra la massoneria americana e quella italiana. Lui e Gelli erano già anziani e quindi se dovevano dirsi qualcosa non al telefono mi usavano come piccione viaggiatore». E di certo – a suo dire – non gli affidavano biglietti di auguri. «Per esempio quando decidemmo che Gelli supportasse la Lega nord. Fu un’idea di Di Mambro. Gelli parlò pubblicamente dicendo: “Io oggi voterei per loro”».

Ma Gelli non sarebbe stato l’unico soggetto poco presentabile con cui Miglio in quei primi anni Novanta avesse un’interlocuzione. Nel corso di un colloquio intercettato in carcere poco più di un anno fa, il 27 luglio 2016, il boss Giuseppe Graviano fa «riferimento al Sen. Miglio – si legge nel riassunto fatto dagli investigatori – ed al patto che questi aveva stipulato con Cosa Nostra; si sottolinea che il Miglio si era recato in Sicilia e che in tale occasione aveva parlato anche con Nitto (Santapaola)». Anche queste circostanze valorizzate dai giudici reggini, che sottolineano come quegli incontri servissero «per consolidare il progetto di federalismo che prevedeva la egemonia della Lega Nord nelle regioni centro-settentrionali e delle mafie, attraverso le leghe meridionali, nel meridione e nelle isole». Un progetto poi tramontato – hanno spiegato diversi pentiti – per un quasi improvviso cambio di strategia, che ha indotto ndrangheta e Cosa nostra ad appoggiare una formazione all’epoca nuova, Forza Italia. A dirlo non sono solo diversi pentiti di diversa estrazione, ma anche il boss Graviano, ascoltato in carcere mentre spiegava come il progetto federalista fosse tramontato «dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi». Un’evoluzione strategica che in Sicilia ha avuto plastica rappresentazione nel percorso politico del responsabile di Sicilia Libera, Edoardo La Bua, che dopo l’abbandono del progetto federalista ha trasferito i suoi finanziatori e sostenitori nella nascente Forza Italia.

Del nuovo partito, La Bua è diventato anche uno dei responsabili a Palermo, dove ha fondato un club «denominato in modo eccezionalmente significativo “Forza Italia – Sicilia Libera”» scrivono gli investigatori. Ma non è l’unico protagonista della stagione federalista ad aver trovato casa nel partito di Berlusconi. Le agende sequestrate a Marcello Dell’Utri hanno fatto emergere – si legge nelle carte – «un tessuto di relazioni che legava molti dei principali esponenti siciliani del nuovo movimento politico ai protagonisti della più recente stagione “meridionalista”: da Domenico Orsini a Nando Platania». Per i giudici reggini che hanno esaminato e messo in fila dichiarazioni dei pentiti, riscontri investigativi, intercettazioni e dati fattuali dell’epoca «vi fu piena coerenza fra strategia stragista e strategia politica di chi le stragi aveva organizzato». Cosa Nostra – spiegano – «rompendo con una tradizione che risaliva all’immediato dopoguerra – si guardò bene dal sostenere i vecchi partiti della prima repubblica e si impegnò, invece, a partire dalla seconda metà del 1991, a sostenere movimenti politici ( prima la Lega Meridionale e poi Sicilia Libera) che non avevano più riferimenti nei partiti dell’area governativa, ma che erano diretta promanazione della stessa organizzazione mafiosa e coltivavano idee autonomiste in modo simmetrico rispetto alla Lega Nord». Allo stesso modo, ricordano, si è mossa la ‘ndrangheta.

L’abbandono del progetto autonomista per concentrare i propri sforzi su Forza Italia «da cui ritennero di avere avuto sufficienti garanzie» e che – sottolineano – «in effetti, poi, avrebbe vinto le elezioni politiche», per i giudici «non sposta, ma, anzi, conferma, i termini della questione che qui rileva, che cioè la strategia politico/elettorale di Cosa Nostra fu complementare e pienamente coerente a quella stragista che tendeva a mettere con le spalle al muro la vecchia classe politica». Nel delicato passaggio tra la strategia delle leghe all’appoggio a Forza Italia, un ruolo – e neanche di secondo ordine – se lo accredita il faccendiere Ferramonti. «Nel 92-93 – racconta sempre al Fatto Quotidiano – Bossi voleva andare negli Stati Uniti. Io allora ero amministratore della Pontidafin, la finanziaria della Lega. Di Mambro mi disse di avere un amico al Dipartimento di Stato, uno ben collegato: era De Chiara. Bossi non andò poi negli Usa, ma in compenso De Chiara venne in Italia a far nascere il governo Berlusconi». Grazie a Enzo De Chiara, importante “lobbista” americano, Ferramonti sarebbe riuscito a far avere all’allora presidente Usa Bill Clinton un documento che prospettava un governo a trazione Forza Italia, grazie allo spostamento dell’asse politico della Lega nell’area del centrodestra. «Maroni – si vanta – lo facemmo diventare noi ministro». E il noi – aggiunge – sta a significare «io, Vincenzo Parisi, l’allora capo della Polizia, e De Chiara». Da allora, la Lega – pur non rinunciando alla retorica secessionista – non si è mai tirata indietro quando è stata chiamata a governare il Paese intero. Tuttavia qualche rigurgito federalista si è manifestato anche di recente. A svelarlo è stato l’ex tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, che nel corso dell’interrogatorio con l’allora pm Giuseppe Lombardo spiega: «Questo progetto era stato dato all’onorevole Chiappori, si chiama Alleanza federalista, praticamente aveva come diciamo, finalità… quello di mandare la Lega al Sud, promuovere l’ideologia del movimento».

Eletto alla Camera nel 1996, ma non riconfermato nel 2001, salvato l’anno successivo dall’allora ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, che lo catapulta nel cda dell’Ente nazionale del Turismo, Chiappori non deve la sua fama all’attività politica. Agli onori delle cronache è balzato per la frequentazione con Gennaro Mokbel, imprenditore e nome noto del neofascismo romano ritenuto dai magistrati vero demiurgo dell’elezione al Senato di Nicola Di Girolamo, grazie a specifici accordi con le ’ndrine degli Arena Nicoscia. E proprio a Mokbel, Chiappori affida il delicato ruolo di segretario regionale del Lazio per la sua Alleanza federalista, considerata dai pm che hanno coordinato l’inchiesta Phuncard -Brokers «la vera e propria base logistica per tutte le iniziative lecite/illecite sia economiche sia imprenditoriali, sia politiche».

Al progetto dell’Allenza federalista, la Lega – dice Belsito, che afferma di aver assistito alle prime riunioni – ci crede, coinvolge i suoi pesi massimi dell’epoca a partire dall’allora tesoriere Balocchi, e Roberto Calderoli che «si occupava di queste trattative politiche», convoca riunioni «da tutte le parti. Napoli, Calabria, Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Molise». Obiettivo, rivela Belsito all’allora pm, oggi procuratore aggiunto Lombardo, «promuovere, con questo nuovo simbolo Alleanza federalista, l’ideologia, naturalmente federalista, per il Sud». Belsito sa perché «molte volte» dice «ho assistito alle […] da parte di Balocchi, alla raccolta di documentazione contabile» necessaria a finanziare l’operazione. A bloccare tutto sarebbe stato il padre padrone di Forza Italia, Silvio Berlusconi. «So che questo progetto – dice Belsito – era stato stoppato e Berlusconi aveva garantito un posto all’onorevole Chiappori in un collegio anche del Sud». Ma anche in questo caso, non del tutto abbandonato. «So che questo progetto quando è stato poi chiuso è stato ripreso con questa tipologia d’intervento. Tu sei lombardo? Sei l’onorevole pinco pallo? Ti interessa quale regione? Sicilia. Perché? Ah perché mia moglie è siciliana o no, perché i miei nonni erano siciliani. E avevano costituito questo gruppo di deputati e senatori, che si erano presi da soli queste regioni».

Una strategia che sarebbe passata anche attraverso il finanziamento di soggetti politici e partiti di ispirazione federalista già presenti e radicati al Sud come l’Mpa di Raffaele Lombardo. «Loro erano alleati con Lombardo. Io ad esempio, con Lombardo, quando, quando ho seguito la contabilità diretto, mandavo ogni anno a Lombardo un bonifico… perché il Mpa era in coalizione… così mi era stato detto, con la Lega, una quota parte del finanziamento… del rimborso elettorale», ricorda ancora l’ex tesoriere. Un finanziamento che rischia di interrompersi – spiega Belsito – quando Lombardo rompe con Berlusconi e con il Pdl siciliano. «La prima battuta era quella di non pagare più. E poi invece Calderoli mi aveva convocato, ha detto no, devi pagare, bisogna pagare. E io naturalmente l’ho fatto. Quando parlo di pagamenti, pagamenti ufficiali, quindi bonifici». Tutto documentabile, conclude Belsito, ma, lascia intendere, ugualmente inquietante. «Anche perché a me – dice Belsito – fa molto paura questa cosa. Glielo dico molto francamente. Io ho molto paura di quello che c’è dietro secondo me, alla defenestrazione di Belsito». E il legale che lo assiste concorda «Qui – dice – stiamo lottando appunto… scusi, contro il potere vero».

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