Grasso su Portella: “Fu strage politica, riaprire gli archivi”

Claudia Fusani l’Unità ROMA – Fuori tutte le carte. Quelle dell’ispettorato di polizia che ancora giace nei sotterranei della questura di Palermo. Fuori gli interrogatori di Gaspare Pisciotta, braccio destro di Salvatore Giuliano, e i confronti tra Pisciotta e Giuseppe Sciortino, il cognato del bandito di Montelepre. Fuori tutto, dagli archivi e dagli scantinati di questure, ministeri e commissioni parlamentari. La lista delle carte che mancano per cercare di leggere finalmente tutti i pezzi della strage di Portella della Ginestra è lunga. L’Archivio Flamigni, a Viterbo, che avrebbe il compito di organizzare tutti gli archivi relativi alle stragi di terrorismo e mafia, ha compilato il censimento delle fonti relative alla strage. Sono sette pagine di indirizzi, tutti istituzionali. L’Istituto Gramsci Siciliano ha scritto direttamente alla Commissione Antimafia. Toni severi.

Salvatore Giuliano

La presidente Rosy Bindi ha deciso, per il Primo maggio, di censegnare circa duemila pagine di cui un migliaio relative a carteggi dell’Arma dei carabinieri e dei servizi segreti. Sempre troppo poco rispetto a quello che è in giro e alcuni ministeri tengono classificato nonostante le legge imponga la desecretazione e il «versamento» all’Archivio di Stato. Il punto non è “solo” i 14 morti di quella mattina del 1947 che si erano riuniti per festeggiare il Primo maggio e la storica vittoria del Blocco del popolo Psi-Pci all’assemblea regionale siciliana, primo passo di una rivoluzione subito stroncata da quella strage. A Portella della Ginestra le “vittime” sono anche la verità, la storia e la giustizia. E i “carnefici” sono anche i misteri e i tentativi di depistaggio che da allora continuano a nascondere la verità. «Portella fu essenzialmente una strage politica. La prima strage di civili della storia repubblicana», dice oggi il Presidente del Senato Piero Grasso mentre si avvicina l’anniversario numero 70. Cifra tonda. Magari di svolta.

La scorsa settimana l’Istituto Gramsci siciliano ha organizzato un convegno a Palermo. È li che il presidente Grasso ha parlato. Tra professori e archivisti. Gli anniversari rischiano sempre di essere riti stanchi. Dipende da come si celebrano. Grasso, che all’antimafia ha dedicato la vita come magistrato, ha chiesto di «trovare le risposte alle moltissime domande che attendono risposte convincenti in grado di fare piena luce su quelle atroci morti». La seconda carica dello Stato parte da alcune certezze: la strage «non fu un fatto isolano e isolato»; è stato il primo atto di una scia di omicidi e delitti visto che «le aggressioni ai sindacalisti e alle sedi dei partiti di sinistra proseguirono per anni» (e su cui non si è mai indagato abbastanza); «non si può negare un intreccio tra banditismo, mafia e interessi nazionali e internazionali di natura politica e geopolitica». La Sicilia si trovò al centro della storia in quegli anni in cui l’Italia, dopo la seconda guerra mondiale, doveva decidere in quale parte di mondo stare, con il blocco atlantico o in quello sovietico. In quel contesto la vittoria del Blocco del popolo Pci-Psi nell’isola avrebbe potuto spostare equilibri decisivi. E non c’è dubbio che «dietro il massacro vi furono forze sociali politiche e mafiose che spingevano per la conservazione di un certo ordine socio politico che è quello dove la mafia affonda le sue origini». Un atto eversivo che tendeva però alla conservazione. Se si parte da qua e da qua occorre partire si capisce quanto sia stupefacente, per non dire sospetto, che ancora non sia stata consegnata all’Archivio di Stato tutta la documentazione che gli studiosi sanno esistere ma è ancora sparpagliata per non dire nascosta.

Foto: Patrick Wild

Il 23 febbraio il senatore Michele Figurelli, in commissione Antimafia dal 1996 al 2001 con l’Ulivo, ha scritto all’Antimafia perché consegni (buona parte della documentazione dovrebbe essere a San Macuto) o richieda ai vari ministeri «la pubblicazione degli atti relativi alla denuncia del 1951 del professor Montalbano contro il deputato monarchico Giovanni Affiata di Montelepre e l’ispettore di polizia Messana» che avrebbero intrattenuto rapporti e avviato una vera e propria trattativa con il bandito Giuliano nei mesi precedenti la strage. Si evocavano, in quella carte, anche i rapporti tra Washington e il bandito di Montelepre. Figurelli parla di «omissioni» e chiede, con sarcasmo, che dagli arcana Imperli «si facciano uscire le carte 1944-1949 dell’ispettorato di polizia in Sicilia mai versate all’Archivio di Stato e ancora giacenti nei sotterranei della questura di Palermo». Alla ricostruzione della strage, cioè, mancano tutti rilievi di polizia ma soprattutto la storia e i legami della banda di Giuliano. Figurelli chiede «gli interrogatori di Pisciotta e i confronti tra Pisciotta e Sciortino» dove come si deduce dagli atti del processo emergerebbero i riferimenti ad una trattativa tra Stato e mafia. E i fascicoli «sui mafiosi del comprensorio della Piana degli Albanesi, San Giuseppe Iato e San Cipirello la cui conoscenza scrive Figurelli è indispensabile per ricostruire il contesto della strage». Darla Moroni è la direttrice del centro documentazione Archivio Flamigni che ha completato il censimento delle fonti sparse in almeno 23 istituti. «Gli archivi, soprattutto di Parlamento e governo, non ci rispondono e non ci danno il materiale. Il rischio denuncia è che venga tutto sparpagliato disperdendo il contesto».

Della denuncia di Figurelli la colpisce soprattutto quando il senatore rivela che «mai sono stati consegnatigli atti e le sentenze della Gran Corte Criminale di Palermo dal 1819 al 1861 e i registri e le sentenze del Tribunale penale del ‘900». È la storia criminale della Sicilia. La storia della mafia. L’ignoranza di quegli atti ha impedito finora di «prevenire e stroncare il processo di riproduzione della mafia che si è fondato anche sulla non conoscenza». Resta da capire se tutto ciò sia doloso o colposo.

La mafia fu solo il braccio armato. Questa fu la vera trattativa. Colloquio con Emanuele Macaluso

Francesco Cundari l’Unità ROMA – «La strage di Portella della Ginestra segna un momento fondamentale nella vicenda dello stato italiano perché da allora, nel rapporti tra lo stato e la mafia, prevalse quell’atteggiamento che Giulio Andreotti definì dl “quieto vivere e che sarebbe durato fino alle stragi degli anni novanta. A dirlo è Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci e in quegli anni impegnato, in Sicilia, proprio alla guida della Cgil. «La malia organizzò la strage, utilizzando i killer della banda Giuliano, e poi l’assassinio dello stesso Salvatore Giuliano, con la complicità del carabinieri, per mettere tutto a tacere. E mica solo Giuliano. II banditismo fu liquidato dalla mafia. La mafia fece questo servizio allo stato, con l’accordo dei carabinieri e quindi del governo. È chiaro pertanto che doveva averne in cambio un ruolo, che c’era stato un compromesso: questa fu la vera trattativa stato-mafia, altro che le sciocchezze che si dicono oggi.

Si aspetta che nuovi documenti possano aggiungere ancora elementi importanti per la ricostruzione della verità?
«Sulla dinamica degli eventi non credo resti molto da scoprire. L’importanza di acquisire nuovi documenti per me sta nella possibilità di trovare riscontro su alcune complicità, che ci sono state, da parte di apparati dello stato, sia nella strage dl Portella della Ginestra sia nell’uccisione di Giuliano. Questa é la questione a cui io do molta importanza».

Lei dove si trovava il giorno della strage?
Io ero ancora segretario della Camera del lavoro di Caltanissetta, perché sono stato eletto segretario regionale il 15 maggio 1947, due settimane dopo la strage. Tanto è vero che il primo comizio per 11 primo maggio a Portella, nel ’48, lo feci io, con tutti che ci dicevano “Ma siete matti a tornare li il primo maggio. E invece ci tornammo, e ci tornarono buona parte dei lavoratori del tre comuni , San Cipirello, Montelepre, San Giuseppe fato, che storicamente convergevano su Portella».

Emanuele Macaluso

Quali furono le vostre prime impressioni? Capiste subito di cosa si era trattato?
«Non che fosse stata proprio la banda Giuliano, ma che fossero stati la mafia e le forze che si opponevano al movimento contadino sl. Li Causi (il segretario del Pci siciliano Girolamo Li Causi, ndr) disse subito che quella era la matrice, mentre Scelba diceva che la politica non c’entrava niente. Ma la questione era molto chiara il fatto è che nel 1946. al referendum istituzionale, la sinistra aveva subito una sconfitta pesante in Sicilia e in tutto il Mezzogiorno. La monarchia aveva vinto largamente, soprattutto a Palermo e nelle grandi città. Quindi i latifondisti e le forze reazionarie tutte, monarchici, liberali, pezzi della De, pensavano che il movimento contadino fosse finita. E invece il ’46 é stato l’anno più forte del movimento contadino, con l’occupazione delle terre e le ripartizioni sulla base dei decreti Gullo. Tanto che alle prime elezioni regionali. il 20 aprile 1947 il verdetto delle urne cambia. Il Blocco del popolo, come si chiamava allora l’alleanza Pci-Psi, fu la prima forza, con trenta seggi su novanta. La Dc si fermò a venti. Segno che il movimento contadino aveva scosso anche le città. La situazione politica era completamente cambiata, perché la vittoria del Blocco del popolo suscitò uno straordinario entusiasmo».

E poi cosa accadde?
«Accadde che le forze che si erano organizzate per opporsi a questo esito decisero che bisognava fare qualcosa per ricacciare indietro il movimento. La strage di Portella della Ginestra ha questo senso. I killer erano della banda Giuliano ma a organizzarla fu la mafia di Monreale, di Corleone, del trapanese, la grande mafia insomma, con la complicità delle forze politiche e di apparati dello stato. Per questo si può dire senza dubbio che Portella della Ginestra é stata la prima strage di Stato».

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