I dirigenti del Pci a Reggio Calabria. Re Berlinguer al Sud

Gaetano Scardocchia La Stampa REGGIO CALABRIA – Alle nove di sera di giovedì scorso, il commendator Paolo Montesano, sanguigno imprenditore che-si-è-fatto-da-sé, passeggiava nervosamente nella hall dell’albergo Excelsior, di sua proprietà. Quindici poliziotti in borghese vigilavano lungo le pareti dell’ingresso. Era tutto un nereggiare di baffi e di pistole. Finalmente, alle nove e dieci, entrò l’atteso ospite, Enrico Berlinguer, giunto in aereo da Roma. Il commendator Montesano gli corse incontro con il più caloroso dei sorrisi, gli strinse la mano, si inchinò e gli esternò il compiacimento suo e della città tutta per l’onore della visita. Berlinguer ringraziò con un timido cenno della testa e si ritirò nel suo appartamento. Questa scena non ha nulla di straordinario o di inconsueto, salvo due particolari. Primo, si svolge a Reggio Calabria, ex roccaforte dell’eversione fascista. Secondo, il commendator Montesano è noto per aver a suo tempo simpatizzato con i boia chi molla di Ciccio Franco, come quasi tutti gli imprenditori e commercianti reggini. Ma ora, oplà. lo scenario sta cambiando. Il Pci riunisce proprio a Reggio Calabria i quadri meridionali del partito. Enrico Berlinguer viene accolto con la deferenza con cui le remote città del Sud accolgono da sempre i sovrani e i grandi titolari del potere. Il giorno successivo, venerdì, siamo a pranzo da Conti, in via Giulia, il ristorante con stella Michelin dove i vecchi e nuovi ricchi celebrano le feste di battesimo, prima comunione e nozze. Berlinguer è rimasto in albergo. Il grosso dei delegati è stato portato in autobus nelle trattorie dei dintorni.

Ai tavoli di Conti si ritrovano i comunisti che amano la buona tavola: c’è Aldo Tortorella, responsabile della sezione cultura, c’è Achille Occhetto, ex pupillo della sinistra di Ingrao e ora segretario regionale in Sicilia, c’è Lucio De Carlini, brillante capo della Cgil milanese. Al tavolo dei giornalisti si avvicina all’improvviso un cameriere e domanda bruscamente: « Siete del convegno comunista?». Ci guardiamo in faccia perplessi. Una provocazione? Una minaccia? Uno di noi prende coraggio e risponde con voce ferma: «Sì, perché?». E il cameriere, con professionale indifferenza: «Ai convegnisti facciamo uno sconto». Difatti ci fa pagare cinquemila lire a testa per un pranzo che ne vale di più: antipasto di gamberetti al limone, maccheroni alla calabrese, trancia di pesce spada, mezzo litro di vino bianco, coppa gelato al mascarpone, caffé e amaro. Reggio Calabria ha la collera, ma anche l’oblio facile. Cinque anni fa i comunisti rischiavano il linciaggio. Oggi hanno lo sconto nei ristoranti. Ironia a parte, la metamorfosi di Reggio Calabria meriterebbe un’attenta analisi politica e sociologica. Si scoprirebbe forse che la grande maggioranza dei rivoltosi reggini non fu fascista, nel senso ideologico di questa parola, quando eresse le barricate, così come non è comunista oggi che accoglie amichevolmente Berlinguer e altri 350 dirigenti del Pci. Le categorie mentali della politica nazionale non servono per decifrare le vicende di questa città. C’è una lunga storia di solitudine culturale e di senso d’inferiorità (rispetto al Nord della Calabria prima che al resto del Paese) alla radice dei suoi comportamenti schizofrenici.

I comunisti hanno discusso per due giorni nel salone dello stabilimento balneare «L’oasi» (proprietario: il commendator Montesano) e Berlinguer ha pronunciato un importante discorso finale nel Teatro Comunale (gestore: il commendator Montesano). Anche se non sempre veniva nominato, il bersaglio di molti attacchi era il socialista Giacomo Mancini, l’uomo politico calabrese che di recente ha criticato con più asprezza il neo-meridionalismo comunista, E a lui ci siamo rivolti per commentare le indicazioni del convegno comunista di Reggio Calabria. Primo mistero: perché Berlinguer è stato accolto con tanta cordialità? La risposta di Mancini suona come un amaro monito: «La città sta cercando una riconciliazione democratica con il Paese, è sincera nelle sue reazioni. C’è però anche il segno di qualcosa di negativo, che io ho sperimentato sulla mia pelle: prima mi hanno portato sugli altari, poi hanno bruciato la mia effigie sulle piazze, poi si sono riconciliati con me». Insomma, il trasformismo dei poveri che restano poveri: «Se non riuscirà a dare una convincente risposta politica — avverte Mancini — anche il Pci la pagherà cara». Al teatro comunale, in un discorso che è stato salutato da molti applausi, Berlinguer ha enunciato una tesi che ci è apparsa audace e originale. Finora il Sud era stato sempre descritto come un mondo che respinge, o accoglie con ritardo, i mutamenti che si verificano nel Nord del Paese: il Sud come Vandea d’Italia, l’inferno della democrazia, sempre propenso a premiare i cardinal Ruffo e gli Achille Lauro e a punire i profeti dell’illuminismo e del riformismo. Berlinguer ha completamente rovesciato questa logica. Egli ha annunciato ai reggini che il Sud «non è più all’opposizione», anzi è alla avanguardia nella trasformazione politica dell’Italia.

Essendo nella società meridionale più profonda la crisi dei vecchi gruppi dirigenti, ormai incapaci di guidare i loro congegni di potere, il Mezzogiorno rivolge ai comunisti un appello chiaro e vigoroso perché si assumano essi la responsabilità di dirigere. Stavolta, quindi, il Sud anticipa il Nord, compie una scelta autonoma. Il grande scettico di Cosenza scuote la testa quando gli chiediamo un giudizio sulla tesi berlingueriana: «Se fossi un tantino presuntuoso — risponde Mancini — potrei ricordare che queste cose io le dissi nei primi anni del centro-sinistra, in polemica con Togliatti. Lui sosteneva che il Sud era all’opposizione rispetto al governo di Roma. Io replicavo che non era vero, che aveva rotto l’alleanza con la destra. Devo fare oggi una mortificante autocritica. Riconosco che molte cose stanno cambiando, che c’è nel Sud un’evoluzione nelle classi popolari, nel mondo della scuola, nei ceti medi, nei professionisti, ma non me la sentirei di dire, come dice Berlinguer, che è finita l’epoca del Sud all’opposizione». Più che uno sforzo per capire le trasformazioni sociologiche avvenute nel Mezzogiorno, il convegno di Reggio Calabria — molto approssimativo, molto affrettato nelle sue analisi — ha rappresentato una spinta, una ventata d’entusiasmo che i vertici del partito hanno infuso ai quadri intermedi. I dirigenti di federazione (eccetto che in Sicilia o a Napoli) non ci sono apparsi consapevoli della forza e delle ambizioni che Berlinguer attribuisce al Pci: essere guida, comandare. Il funzionario periferico è rimasto fermo alla politica dei lamenti e della protesta, mentre Berlinguer lo vuole proiettare nelle giunte regionali, come uomo di governo. Giacomo Mancini rileva che c’è una contraddizione «un poco assurda» tra la formazione politica dei dirigenti meridionali del Pci e il compito che oggi devono assolvere: «La giovane guardia comunista si è formata negli anni del centrosinistra. E sa come? Attaccando noi socialisti perché facevamo l’accordo con la Dc. Ora l’accordo vogliono farlo loro e ci rimproverano di non essere abbastanza amici della Dc». Nel frattempo la Dc, nel Mezzogiorno, è peggiorata: «La Dc che incontrammo noi, per esempio qui in Calabria, era una de che proponeva qualcosa di nuovo. La Dc di oggi è solo interessata a mantenere il potere».

Nel comportamento dei comunisti, nella descrizione di Mancini, c’è qualcosa di déjà vu, un triste itinerario che i socialisti hanno già percorso negli Anni 60: la ricerca di capri espiatori (la Cassa per il Mezzogiorno e il suo presidente, Pescatore) o l’illusione che basti un vincolo meridionalistico nella legge di riconversione industriale per dirottare gli investimenti al Sud: « Questi vincoli ci sono già stati, per esempio quello del 40 per cento, e sono rimasti largamente disattesi». E ora tutto è diventato più difficile: «Mai il Sud si è trovato in una situazione così disperata. In una fase di crisi acuta, le zone più forti finiranno per essere privilegiate e le zone più deboli, quelle meridionali, correranno il rischio di un ulteriore abbandono». La risposta dei comunisti, durante il convegno, c’è stata. Il Pci può mettere la Dc con le spalle al muro. Il Pci ha una forza e un peso che 1 socialisti non avevano. Il Pci è condizionante, è autorevole.

C’è del vero in tutto ciò. Sabato mattina il questore di Reggio Calabria, Vincenzo Immordino, ha sentito il dovere di far visita a Berlinguer in albergo e di parlare con lui dell’ordine pubblico in Calabria. Però una cosa è dire e altra cosa è fare le cose. Poche ore dopo il colloquio con Berlinguer, mentre il leader comunista pronunziava il grande discorso al teatro comunale, il presidente del tribunale di Reggio Calabria, Domenico de Caridi, sfuggiva per miracolo ai proiettili di tre attentatori. Chi erano? « L’interrogativo — si leggeva nell’Unità il giorno dopo — è probabilmente destinato a rimanere senza risposta».

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