«I mafiosi non porteranno più le statue dei santi». Il vescovo di Mileto vara il regolamento per le processioni

Gianluca Prestia Ilquotidianoweb.it  VIBO VALENTIA – Quattro pagine, in calce la data – 12 febbraio 2015 – e le firme del cancelliere vescovile monsignor Filippo Ramondino e del vescovo Luigi Renzo. È il regolamento, la “Magna Carta” a sfondo religioso attraverso la quale la Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea fissa i paletti per la celebrazione degli eventi nel territorio di sua competenza. Indirizzi, modalità e disposizioni – ma non chiamatele imposizioni – ai quali i fedeli dovranno attenersi onde evitare il ripetersi di episodi che hanno destato forte scalpore anche a livello nazionale. Sono, infatti, ancora scolpiti nella memoria i fatti dell’“Affrontata” di Sant'Onofrio con le statue dei santi portate in spalla dalle forze dell'ordine o dai volontari della Protezione civile, oppure con l’annullamento, lo scorso anno, del rito su scelta dello stesso vescovo Renzo. Decisione che aveva provocato il forte malumore dei fedeli ma, a giudizio del presule, necessaria per rasserenare gli animi, e conseguente alle determinazioni assunte del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica convocato in occasione delle varie ricorrenze erano state nette ed irrevocabili: quelle statue, come emerso in diverse inchieste giudiziarie, non dovevano essere portate da esponenti della criminalità locale che in quell'evento vedevano l'affermazione del proprio potere, in una forte simbologia che, per determinati ambienti, rappresenta il legame tra ’ndrangheta e religione.

E tra danneggiamenti, intimidazioni ai priori, quello che doveva essere un’atmosfera di festa era in realtà un clima di paura e timore. La Diocesi è quindi corsa subito ai ripari e, a poco più di un mese dai riti pasquali, in un territorio, qual è quello vibonese, in cui è ormai secolare la celebrazione dell'Affruntata (o ’Ncrinata, come viene a seconda delle zone chiamata la scena della resurrezione del Cristo), ha stilato il suo regolamento che ha affidato ai parroci della provincia. Capitolo a parte viene dedicato proprio a quest'ultimo evento religioso. Si parla di situazioni incresciose da ovviare e della necessità educare la comunità al vero senso religioso di quelle particolari manifestazioni pasquali della pietà popolare. Come? In sette punti. Vediamoli: i “fedeli cristiani”, quelli cioè che «si «sforzano di seguire la via del Vangelo, non si devono lasciare espropriare di ciò che appartiene al loro patrimonio religioso più genuino lasciando in mano a gente senza scrupolo, che non ha nulla di cristiano». Gente che persegue «una “religione capovolta”, è il commento duro della Diocesi che poi si rivolge ai “pastori” esortandoli ad essere «più coraggiosi e uniti tra loro per dare nuovi segni di presenza e di speranza al popolo di Dio». Ciò si traduce nella necessità di «rottura» con quelli che vengono definiti «certi andazzi impropri», e di cercare di offrire ai giovani che frequentano le parrocchie, e che sono veramente impegnati in un cammino di fede la possibilità, di portare le statue.

L'affondo è, poi, diretto ai membri delle confraternite che curano tradizionalmente le “Affrontate” invitati «a rinunciare a certi pretesi privilegi e a mostrarsi più collaborativi con i parroci nell'eseguire scrupolosamente tutte le direttive diocesane in materia», mentre i portatori delle statue devono essere scelti attraverso un'estrazione dell'elenco dei prenotati. Niente riffe o incanti come avveniva in passato dove ad assicurarsi il porto erano sempre gli stessi o le stesse famiglie o “famiglie”. Escluso poi ovviamente chi fa parte di sodalizi condannati dalla Chiesa, che sia sotto processo in corso per associazione o che, ancora, sia incorso in condanne per mafia, salvo se abbia già dato segni pubblici di pentimento e di ravvedimento. Tutto questo perché la processione «deve costituire nella festa un momento importante, vissuto spiritualmente con intensità» dove sono proibiti «tutti quei gesti in qualsiasi modo contrario al carattere sacro e liturgico» e «girare e sostare le sacre immagini davanti a case o persone tranne che si tratti di ospedali, case di cura e ammalati». I fatti di Oppido Mamertina sono ancora nitidi nella mente delle persone. Come quelli di Sant'Onofrio e di altri centri in cui una ricorrenza religiosa, di festa, di preghiera e di riflessione, non è purtroppo rimasta tale.

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