I misteri che legano Contrada alla “rete” di Aiello

Giovanni Aiello

Alessia Candito Corrieredellacalabria.it REGGIO CALABRIA – È passato oltre un mese dalla morte di Giovanni Aiello, ma le indagini su di lui non si fermano. L’autopsia è stata eseguita, ma ancora si attendono i risultati dell’esame tossicologico e delle altre analisi chimiche disposte dalle Dda di Reggio Calabria e Catanzaro per determinare la causa del decesso. Ma questi non sono gli unici approfondimenti in corso. Attorno all’ex poliziotto, individuato da diversi pentiti e testimoni come “Faccia di mostro” e indicato come il misterioso killer di Stato associato a omicidi e stragi commessi fra Calabria e Sicilia negli anni Novanta, si muoveva una vera e propria rete. È per questo che nel luglio scorso, per ordine del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, la Squadra mobile di Reggio Calabria ha passato al setaccio le sue case, la sua auto, la sua barca. L’attività è stata disposta nell’ambito dell’inchiesta Ndrangheta eversiva, che ha svelato come anche i calabresi abbiano partecipato alla strategia della tensione messa in atto dalle mafie tutte, con la collaborazione di massoneria deviata, galassia nera e settori dei servizi, per assicurarsi interlocutori politici compiacenti. Un piano in cui Giovanni Aiello per i magistrati di Reggio Calabria potrebbe aver avuto un ruolo. E forse non solo lui.

Mentre gli agenti perquisivano le proprietà di quello che viene indicato da più testimoni come “Faccia di mostro”, altri colleghi si presentavano con identico mandato a casa di altre sei persone: l’ex numero due del Sisde, Bruno Contrada, l’ex agente di polizia Guido Paolilli, i fratelli Gagliardi di Soverato (Catanzaro), Arturo Lametta, co-detenuto di Spadaro Tracuzzi, e Vito Teti. Tutti quanti, secondo la Dda di Reggio Calabria, sono legati ad Aiello. E i legami sono recenti. Al riguardo le informazioni sono poche e tutte condensate nel decreto di perquisizione eseguito quella notte. Ad Aiello veniva contestato di aver indotto «con violenza o minaccia, o promessa di altra utilità» l’ex capitano del Noe, Saverio Spadaro Tracuzzi – già in passato condannato in appello per i suoi rapporti fin troppo amichevoli con i clan – «a rendere dichiarazioni false al pubblico ministero di Reggio Calabria in ordine ai suoi rapporti con lo stesso Aiello, nonché in ordine alla posizione ed al ruolo criminale del predetto nel contesto della ‘ndrangheta reggina».  All’epoca l’ex capitano era in carcere a Santa Maria Capua Vetere, la sua corrispondenza veniva controllata, ma i due – emerge dal decreto di perquisizione – avevano individuato un canale di comunicazione. Le lettere dell’ex militare detenuto venivano spedite a casa di un vicino di casa di Aiello, Vito Teti, anche lui perquisito nel luglio scorso. Dal medesimo indirizzo, arrivavano con sollecitudine le risposte a quelle missive. Per la Dda, si sarebbe trattato solo di un escamotage per occultare la fitta corrispondenza fra Aiello e Spadaro Tracuzzi, avviata da “Faccia di mostro” per una ragione molto precisa.

Convincere Spadaro Tracuzzi a mentire sulla sua presenza e il suo ruolo a Reggio sarebbe servito ad Aiello ad «agevolare l’attività della ramificata organizzazione di tipo mafioso ed armata – per avere la immediata disponibilità, per il conseguimento delle finalità dell’associazione, di armi e materie esplodenti anche occultate o tenute in luogo di deposito – denominata ndrangheta, presente ed operante in prevalenza sul territorio nazionale, ed in particolare delle preminenti articolazioni territoriali della medesima denominate cosche Lo Giudice di Reggio Calabria e Libri di Cannavò». Tutti fatti accaduti a Reggio Calabria in tempi estremamente recenti, nel gennaio 2016. All’epoca, la Dda stava indagando sui pochi, selezionatissimi delegati della ‘ndrangheta reggina che negli anni Novanta hanno stabilito modi e tempi di partecipazione dei clan calabresi alla strategia degli attentati continentali. Una lunga scia di sangue che si pone in linea di continuità con la stagione delle stragi siciliane e funzionale a un progetto preciso delle mafie, ispirate da settori piduisti della massoneria e servizi: cambiare il volto al Paese. Un progetto in cui Aiello avrebbe avuto un ruolo. È probabilmente per questo che, fra i tanti soggetti interrogati dalla Dda di Reggio Calabria nel corso delle indagini su quella stagione, c’è stato anche l’ex poliziotto Guido Paolilli. Vicinissimo all’ex numero due del Sisde, Bruno Contrada – in passato punito con dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa ma la cui condanna è stata di recente bollata dalla Cassazione come «ineseguibile e improduttiva di effetti penali» – Paolilli ha incrociato il cammino di Giovanni Aiello. Fra i primi incaricati delle indagini sull’omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, è stato indagato e poi prosciolto con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di “Faccia di mostro”. Un’indagine di cui probabilmente i magistrati reggini gli hanno chiesto di parlare durante l’interrogatorio, poi riferito per filo e per segno a Contrada. Per questo motivo, nel luglio scorso l’ex numero due del Sisde è stato perquisito dalla Mobile reggina, che in agosto è tornata a bussare alla sua porta.

Ma questo non è l’unico filo che lega l’indagine su Aiello a Contrada. Per «una persona pienamente attendibile ed a conoscenza diretta dei fatti» la cui identità viene al momento tenuta sotto stretto riserbo da parte dei magistrati «per evidenti motivi di cautela processuale» Contrada – si legge nel decreto di perquisizione – «è risultato essere la persona più strettamente legata ad Aiello nella polizia di Stato». Un rapporto che l’ex numero due del Sisde ha sempre negato. «Ho un vago ricordo di circa 40 anni fa, sto parlando degli anni Settanta – ha detto l’ex 007 nei mesi scorso – quando c’era un agente alla Squadra mobile e mi sembra di ricordare che rispondesse ai connotati di questo signor Aiello. Ma non ricordo neppure in che sezione fosse». La fonte dichiarativa cui la Dda si affida invece afferma l’esatto contrario. Nel frattempo, le indagini proseguono. Perché “Faccia di mostro” è morto, ma i suoi segreti e la sua rete forse no.

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