Il gioco dell’oca dei Beni culturali calabresi e la soprintendenza rimasta di nuovo vuota

Antonietta Catanese Quellochenonho.net “BUONGIORNO, VORREI parlare con la soprintendente. – La soprintendente? Non abbiamo una soprintendente. – No, no. Non parlo di “quella” andata via due mesi fa. Come si chiamava? Calandra? Parlo dell’ultima arrivata. Irene Berlingò. – Appunto. La “nuova” soprintendente non è più soprintendente. Perché da oggi è in pensione”.

Se si trattasse di una barzelletta farebbe ridere. Tuttavia una barzelletta non è. E dunque di esilarante, in tutto questo, c’è davvero molto poco. Da oggi, infatti, dopo un capogiro durato un anno e mezzo (con il cambio di guardia di ben sei dirigenti per i territori di Reggio Calabria e Vibo Valentia), ecco che resta di nuovo “sguarnita” la soprintendenza ABAP (che tradotto dal “mibactese” sta per “Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”). Stavolta, a Irene Berlingò va addirittura la palma d’oro. Se, infatti, Elena Calandra aveva resistito sulla seggiola (alquanto freddina) della estrema Calabria Ultra “ben” 70 giorni, l’ultima arrivata difficilmente sarà riuscita addirittura a disfare valigie ed allestirsi un alloggio “vista Stretto”, perché a Reggio Calabria ci è rimasta ancora meno: 66 giorni.

Ma al trauma dei dipendenti degli uffici che ogni giorno, come la gazzella africana, si alzano e corrono per tenere sott’occhio un patrimonio enorme (solo la Città metropolitana di Reggio Calabria conta 97 comuni che, insieme a quelli della Provincia di Vibo Valentia, fanno quasi 150) si sommava stamane un ulteriore turbamento: dentro palazzo Piacentini, infatti, gli “orfani” dipendenti della soprintendenza trovavano scatole e carrelli da trasloco tipici di una “separazione” in corso”. Che i dipendenti di Museo e Soprintendenza, nel palazzone piacentiniano, vivano da “separati in casa” praticamente dal giorno della riforma di ministro Franceschini non è un mistero per nessuno. Ma oggi, scongiuri fatti e lunga vita ad Irene Berlingò, con la “prematura dipartita” della soprintendente, questo divorzio all’italiana veniva anche plasticamente accompagnato da un “manifesto” a firma del direttore del Museo, Carmelo Malacrino: “Questa porta – recita il foglio che oggi i dipendenti hanno trovato affisso sullo stipite – separa gli spazi degli Uffici del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria da quelli della Soprintendenza ABAP. Per motivi di sicurezza si invita a tenerla chiusa e ad utilizzarla solo in caso di emergenza”.

Fatti salvi i “motivi di sicurezza”, facile comprendere come i dipendenti ci siano rimasti di stucco. Specie nel giorno in cui si ritrovavano (per la settima volta in poco meno di due anni) senza soprintendente. Il disagio viene da lontano. Sgomento a parte per il “muro”, che tanto va di moda, la situazione è la seguente ed è comune a molte realtà italiane: il palazzo (che prima dello “scisma” tra Musei e soprintendenze ospitava tutti i dipendenti, all’epoca sotto la “giurisdizione” di un soprintendente), è stato infatti diviso, negli spazi, per ospitare gli uffici del Museo da una parte e quelli della soprintendenza dall’altra. “Separazione” approvata direttamente dal Segretariato Generale del ministero e sofferta dai dipendenti della soprintendenza, a corto di locali. Ecco perchè: due ali degli uffici del terzo piano, andati al Museo, che ha 30 dipendenti, avrebbero spazi per ospitarne 50-60. Al contrario, la Soprintendenza avrebbe spazi per 25-30 addetti, contandone invece quasi il doppio. Diciamo che il nodo andrà finalmente affrontato, prima o poi. Magari col nuovo soprintendente. Quando arriverà. Nuovi interpelli? O una nomina diretta? Non si sa.

Quello che si sa, invece, è che questo gioco dell’oca infinito dovrà pur avere un “giocatore”. E dalle mosse fatte sembra proprio abbia deciso di far fare al patrimonio di mezza Calabria un passo avanti e dieci indietro, per poi riportarlo ossessivamente alla casella Uno. Quale sia il senso è lecito chiederselo: quando i siti archeologici della Città Metropolitana restano chiusi e molti rischiano di scomparire sulle coste erose della Jonica, si fa arduo sciogliere il rompicapo di un ministero per i Beni culturali che continua ad inviare in Calabria soprintendenti mordi e fuggi. O quando, come deciso dalla giunta comunale con la delibera del 21 dicembre scorso, finalmente si apre la strada per il Parco archeologico di Piazza Garibaldi, con tanto di iter per la revoca della gara per i parcheggi e il progetto per allargare gli scavi. Una notizia bellissima che attenderà pur di avere un soprintendente come interlocutore. Ed allora si spera che il ministero voglia cambiare “gioco”. Che renda stabile la gestione del patrimonio archeologico e paesaggistico su questo immenso territorio. Che ci siano spazi e serenità per lavorare.

Altrimenti viene da pensare che, paradossalmente, la Calabria stavolta sia stata scelta davvero come Regione-pilota, per un progetto ben più ampio e strutturato: lo smantellamento totale e definitivo delle soprintendenze. E qui, se di far morire tutto si tratta, si sappia che le cose stanno andando a gonfie vele. Ma almeno, sulla tomba di un intero patrimonio, evitino epitaffi e fiori. E soprattutto si mordano la lingua prima di parlare di “cultura”. Perché in Calabria questo delitto è reato due volte: per il patrimonio che continua ad andare in malora e per tutte le speranze che nei giovani (soprattutto) fino ad oggi, nel nome della cultura, sono state falsamente e, colpevolmente, alimentate.

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