IL GIORNALISMO (QUELLO VERO) PUÒ SCONFIGGERE LE MAFIE
di Sandro Ruotolo

Corrieredellacalabria.it SE LA TELECAMERA non avesse ripreso la scena della testata al giornalista di Nemo, oggi non parleremmo della mafia di Ostia. Eppure sapevamo che a Ostia c’era la mafia. Si è votato per il rinnovo del Municipio che era stato sciolto per mafia, la procura antimafia di Roma aveva proceduto ad arresti, c’era stata l’inchiesta su mafia Capitale. Ma perché oggi ne parliamo? Per quella telecamera accesa che ha indignato l’intero Paese.

Vorrei raccontare una storia che proviene dalla mia terra d’origine, la Campania. Lui si chiamava Clemente Palumbo, lei, la madre, Immacolata. Lui e lei erano in auto. I killer della camorra sono apparsi all’improvviso. Hanno sparato sul loro obiettivo e hanno colpito anche la donna. È successo a Casalnuovo, cittadina del napoletano, della terra dei fuochi. Non so se oggi gli assassini di Clemente Palumbo provino rimorso per aver ammazzato anche la madre. Perché racconto questa storia? Perché qualche ora prima, martedì mattina, ero stato nel paese vicino, Afragola, e avevo incontrato 500 studenti dei licei per parlare dei giornalisti minacciati, di camorra, di legalità.

Eccolo il chiaroscuro di questi lunghi anni. Non è facile ribellarsi alla camorra e la liberazione è ancora lontana anche perché l’unicità delle mafie italiane sta nel loro relazionarsi con il potere. Con i poteri. Non riguarda le classi marginali. Se fosse solo una questione di armi, lo Stato avrebbe già vinto, ne ha di più. Chiediamoci allora perché quella che inizialmente opprimeva soltanto alcune aree del mezzogiorno oggi riguarda tutti.

Qualche giorno fa mi trovavo in Emilia Romagna e i giornali locali davano conto di un fatto di sangue accaduto la sera prima in una frazione di Reggiolo di Reggio Emilia dove i killer avevano fatto uscire di casa il loro obiettivo e gli avevano sparato a bruciapelo senza dargli scampo. L’uomo era originario della Calabria. Ma ciò che mi aveva colpito era che qualche ora prima gli avevano bruciato l’auto ed erano immediatamente intervenuti vigili del fuoco e forze dell’ordine. Spento l’incendio erano tutti andati via e i killer sono tornati e hanno potuto agire indisturbati.

Casalnuovo, Reggiolo di Reggio Emilia, Ostia. Nel pieno degli omicidi eccellenti della Palermo degli anni 80, chiedemmo al prefetto Emanuele De Francesco, alto commissario per la lotta alla mafia, quando avremmo sconfitto la mafia. E lui rispose dopo il 2000. Per noi sembrava un’eternità. Oggi nel 2017 lo Stato non ha vinto. Certo in alcune aree si respira più libertà, commercianti e imprenditori denunciano le estorsioni ma non abbiamo vinto. Anzi, la ndrangheta è sempre più ricca, la mafia e la camorra hanno uomini e soldi e si sono insediate nel Nord del Paese. Loro si spostano, seguono l’odore dei soldi, fanno accoliti nei ceti professionali, tra i colletti bianchi, sporchi di sangue. Nella finanza. Per convenienza o per connivenza? Nell’ultimo consiglio dei ministri sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose Cinque consigli comunali, contemporaneamente. Un’enormità.

Nel 2017 ogni mese sono state sciolte due amministrazioni comunali. 231 dal 1991. Io mi aspettavo il giorno dopo titoli sulle prime pagine dei giornali. Niente. Guardate, la qualità della democrazia dipende dalla qualità dell’informazione e quindi da quanta libertà di informazione c’è. Noi giornalisti siamo spesso colpevoli di non dare le notizie. È una colpa gravissima. E se alcuni di noi sono minacciati, intimiditi, picchiati, sotto scorta è perché altri non fanno domande, non raccontano, tacciono. Più siamo a raccontare, meno ci sovraesponiamo, meno rischi corriamo. L’ informazione deve tornare ad essere il cane da guardia della democrazia. Sia chiaro però che non è più accettabile la delegittimazione dei giornalisti da parte dei politici, le liste di proscrizione, i buoni e i cattivi. Io ho un sogno, quello di essere definito semplicemente cronista e non più giornalista con la schiena dritta.

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