Il grande scandalo dell’inchino al boss? Beh, non era vero…

Eduardo Lamberti Castronuovo

Simona Musco Il Dubbio NON CI FU NESSUN inchino della statua del Santo sotto casa del boss Nicola Alvaro, a San Procopio, un piccolo paese aspromontano. Dopo tre anni, il gip del Tribunale di Reggio Calabria, Domenico Santoro, ha infatti accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal sostituto procuratore della Dda Luca Miceli, secondo il quale quel 10 luglio 2014 non ci fu alcuna «anomalia». A finire sul registro degli indagati furono il sindaco Eduardo Lamberti Castronuovo, all’epoca anche assessore alla Legalità della Provincia di Reggio Calabria, il suo vice Antonio Cutrì, il parroco Domenico Zurzolo e il maresciallo dei carabinieri Massimo Salsano. Tutti accusati di aver fatto parte di una “danza della riverenza” sotto casa del boss e di calunnia aggravata dalla modalità mafiosa nei confronti del giornalista che aveva riportato la notizia, e tutti, dopo ben tre anni, regolarmente riabilitati dalla procura antimafia.

Ma il luglio del 2014 fu un periodo di grande clamore, un periodo in cui le processioni religiose, in Calabria, furono radiografata e guardate con sospetto dall’antimafia delle Procure e del associazioni. I vescovi e i parroci della regione vennero messi alle strette e le processioni, in alcuni casi, commissariate per evitare la presenza di portantini “deviati”. Fu sempre in quel periodo che le cronache nazionali impazzirono dietro la notizia dell’inchino della “Vara” davanti all’abitazione del boss Giuseppe Mazzagatti a Oppido Mamertina. Una notizia che fece il giro del mondo, e che raccontò una Calabria soffocata dalla riverenza mafiosa e da giochi di potere sporco che non risparmiavano nemmeno i santi. Quarantotto ore dopo uscì fuori la notizia di un altro caso attenzionato dalla Procura di Reggio Calabria e dai carabinieri: quello di San Procopio, 600 anime arroccate sull’Aspromonte. A destare l’attenzione degli investigatori fu «una fermata di qualche minuto», scrivevano i giornali, davanti all’abitazione di Grazia Violi, la moglie di Nicola Alvaro, 80 anni che nel lontano 1982 venne arrestato con l’accusa di essere il killer del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Fu un testimone, poi rivelatosi inattendibile, a fare il suo nome come quello dell’uomo che la sera del 2 settembre, in via Isidoro Carini, a Palermo, aprì il fuoco contro l’A112 guidata da Emanuela Setti Carraro. Alvaro venne scagionato dalle accuse dopo un lungo periodo in isolamento nel carcere di Palmi.

La notizia di San Procopio destò un mare di polemiche e una reazione indignata e feroce del sindaco Lamberti Castronuovo: «Sono tutte baggianate», disse. «Ho seguito la processione insieme ai carabinieri – spiegò poi il primo cittadino – ai quali ho chiesto se c’erano luoghi dove la processione non si poteva fermare e mi hanno detto di no, altrimenti l’avrei fermata». Soste normali, «previste», dunque. Convinzione maturata anche dal pm Miceli, che ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione. Secondo le indagini della squadra mobile, il 10 luglio 2014 a casa del boss c’era solo la signora Violi: Nicola Alvaro sarebbe infatti arrivato ai domiciliari soltanto 7 giorni dopo. A spiegare come andarono i fatti è stata una telecamere piazzata di fronte a quella abitazione, che ha inquadrato la statua del Santo fermarsi soltanto per 20 secondi e la donna avvicinarsi per renderle omaggio. «Da ciò – scrive il pm – deriva la difficoltà di smentire gli indagati, che hanno dichiarato all’unisono di non avere posto particolare attenzione all’una piuttosto che all’altra abitazione in prossimità della quale si era fermata la statua a richiesta del fedele di turno, come avviene da secoli, proprio perché tale prassi non era da loro intesa come “inchino o omaggio” della statua a qualcuno, evento che anche loro avevano cercato di evitare, ma al contrario, come mero ossequio del fedele al santo patrono». Fatti che combaciano con quanto messo nero su bianco nella sua relazione di servizio dal maresciallo Salsano, accusato di aver scritto il falso per non aver evidenziato alcuna anomalia durante la processione, «se per essa si intende – scrive ancora il pm – un omaggio che la processione stessa riserva a qualcuno in quanto ndranghetista e non invece una fermata, tra le tante, preceduta dall’offerta votiva al santo patrono». Il comandante aveva annotato che la processione aveva seguito l’itinerario classico, mai mutato per decenni, e che «come usanza, ovunque le persone porgessero l’offerta, la statua effettuava una brevissima sosta, meno di un minuto, per consentire ai fedeli di baciare il Santo – si legge nella relazione -. Ovviamente a San Procopio, come del resto ovunque, vi sono alcuni pregiudicati i quali, alla stregua degli altri, ossequiavano la statua del patrono e non viceversa».

Lamberti Castronuovo, che nell’immediatezza era stato sentito dal pm Alessandra Cerreti alla presenza degli avvocati Nico D’Ascola e Marco Panella, aveva spiegato che il percorso era stato allungato soltanto per far arrivare la statua sotto una casa di riposo, «per dare la possibilità di vedere la manifestazione religiosa a una signora di 90 anni, impossibilitata a muoversi». Per il sindaco, dunque, il caso sarebbe stato solo «una montatura»: la processione «non si è fermata se non nei punti previsti e insieme a me c’era il maresciallo dei carabinieri, al quale ho chiesto se c’erano problemi. Mi ha risposto di no altrimenti avrei sospeso tutto». Da lì partì così la caccia al giornalista, con la richiesta ai cittadini, nel corso di un Consiglio comunale urgente, «di sottoscrivere una denuncia contro chi ha scritto l’articolo perché è una montatura. Ho filmato tutta la processione – aveva spiegato – e invece lui non c’era. Noi ci inchiniamo soltanto di fronte alla legge e chi mi conosce sa che sono intransigente. Nessuno verrebbe da me a chiedere qualcosa di illegale». L’indagine è andata avanti: il procuratore della Dda reggina, Federico Cafiero de Raho, ha voluto verificare «il possibile condizionamento della processione da parte della ndrangheta», definendo l’episodio «l’ulteriore dimostrazione delle pressioni delle cosche sul territorio». Ma quell’inchino, dice oggi la stessa Procura, non c’è mai stato.

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