“Il medico di Binnu ucciso da uno 007”. La rivelazione del pentito D’Amico sulla morte del medico che curò Provenzano

Attilio Manca

Sandra Rizza Il Fatto Quotidiano A UCCIDERLO non fu un’overdose di eroina. Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato cadavere nella sua casa di Viterbo l’11 febbraio 2004, sarebbe stato eliminato “da un militare dei servizi segreti specializzato nel far apparire come suicidi quelli che a tutti gli effetti erano omicidi”. Perché? “Manca aveva curato in gran segreto il boss Bernardo Provenzano con la mediazione dell’avvocato Rosario Pio Cattafi”. È la rivelazione del pentito Carmelo D’Amico, l’ex superkiller di Cosa nostra messinese, che segna una svolta nelle indagini sulla fine del giovane medico da sempre avvolta nel mistero. Datato 13 ottobre 2015, il nuovo verbale è stato depositato lunedì al Tribunale del Riesame di Messina dove i giudici stanno valutando il ricorso della Procura generale contro la scarcerazione di Cattafi, ritenuto l’uomo-cerniera tra mafia, massoneria e servizi segreti, detenuto al 41 bis fino al 4 dicembre scorso e poi a sorpresa rimesso in libertà nonostante la condanna a 7 anni nel processo d’appello per associazione mafiosa.

Il racconto di D’Amico ribalta le conclusioni dei pm di Viterbo Alberto Pazienti e Renzo Petroselli, che avevano liquidato la morte di Manca come l’esito della volontaria assunzione di un mix di eroina, alcol e tranquillanti, al termine di un’indagine definita dai legali di parte civile Antonio Ingroia e Fabio Repici “lacunosa e al limite del depistaggio”. Ma non solo. La ricostruzione del pentito conferma la tesi più volte sostenuta in questi anni dalla famiglia dell’urologo, secondo cui la morte di Attilio sarebbe stato un “suicidio di mafia”, legato alla latitanza di Provenzano e alla trattativa tra i boss e le istituzioni. Le indagini hanno infatti appurato che Binnu nel 2003 si recò a Marsiglia per sottoporsi a un intervento alla prostata, e da sempre i familiari di Manca sono convinti che Attilio, luminare della chirurgia laparoscopica, sarebbe stato coinvolto nelle cure al capomafia.

“Oggi arriva un insperato riscontro alla nostra ricostruzione – commenta Ingroia –. Attilio è una delle vittime della rete di protezione istituzionale offerta alla latitanza di Provenzano, nell’ambito del dialogo Stato-mafia’’. Non è escluso, infatti, che D’Amico venga riconvocato nell’aula-bunker di Palermo, dal momento che nella sua precedente deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia, il 17 aprile scorso, il pentito non aveva fatto cenno al caso Manca. Nel frattempo, la Procura di Messina ha trasmesso i nuovi verbali dell’ex sicario al procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino che nei mesi scorsi, dando seguito ad un esposto della parte civile, ha aperto un nuovo fascicolo sulla scomparsa dell’urologo.

Ma ecco il racconto di D’Amico: “Dopo la morte di Attilio Manca, incontrai in un bar Salvatore Rugolo (poi deceduto in un incidente) e mi disse che ce l’aveva a morte con Cattafi perché aveva fatto ammazzare il giovane medico, suo caro amico. Mi disse che un generale dei carabinieri, amico di Cattafi, aveva chiesto all’avvocato di mettere in contatto Provenzano, che aveva bisogno di cure alla prostata, con l’urologo Manca, cosa che Cattafi aveva fatto”. Infine nel racconto di D’Amico, la conferma fornitagli nel carcere di Milano dal boss Nino Rotolo: “Mi confidò che erano stati i servizi ad individuare Manca come il medico che doveva curare Provenzano. Poi aggiunse che di quell’omicidio si era occupato un soggetto che definì ‘il calabrese’: un militare dei servizi, bravo a camuffare gli omicidi in suicidi. Rotolo infine mi indicò un'altra persona coinvolta nell’omicidio dell’urologo: un direttore del Sisde, ma non mi fece il nome’’.

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