Il patto ndrangheta-cinesi e l’imprenditore che ricicla. Ventisei arresti

Gio­van­ni Bian­co­ni Corriere.it PER I CARABINIERI del Ros che inda­ga­va­no su di lui e ascol­ta­va­no le sue con­ver­sa­zio­ni, le paro­le pro­nun­cia­te qua­si tre anni fa dall' impren­di­to­re di Rosar­no Cosi­mo Vir­gi­glio furo­no qua­si una con­fes­sio­ne in diret­ta. L' uomo d' affa­ri par­la­va con una per­so­na con­si­de­ra­ta vici­no a un' altra cosca del­la ndran­ghe­ta, e a un cer­to pun­to dis­se: «ma… c' è la dif­fe­ren­za noi che abbia­mo nel­la cat­ti­ve­ria… la ndran­ghe­ta e la mafia…». A com­men­to di quel bra­no gli inve­sti­ga­to­ri scris­se­ro che l'uso del «noi» dimo­stra­va «la sua tota­le orga­ni­ci­tà al cri­mi­ne orga­niz­za­to cala­bre­se», tan­to più che dopo una bre­ve inter­ru­zio­ne dell' inter­lo­cu­to­re, Vir­gi­glio aggiun­ge­va: «Oro è!». Nel­lo stes­so dia­lo­go L' impren­di­to­re che ope­ra­va a Gio­ia Tau­ro spie­ga­va per­ché ave­va scel­to di lavo­ra­re con la ndri­na dei Molè: «Tu par­li con loro – dice­va -… par­la­no di tito­li, par­la­no di acqui­sti di ban­che, par­la­no di finan­zia­rie… di socie­tà per tran­sa­zio­ni, di inve­sti­men­ti all' este­ro». Gen­te pra­ti­ca di eco­no­mia e affa­ri, insom­ma, gen­te di cui fidar­si. Roc­co Molè, che all' epo­ca gui­da­va gli affa­ri di fami­glia anche per­ché era l' uni­co figlio maschio rima­sto libe­ro, veni­va defi­ni­to quel­lo che «tra i tan­ti fra­tel­li è il gran­de fra­tel­lo». E col «gran­de fra­tel­lo», secon­do l' inda­gi­ne del­la Pro­cu­ra di Reg­gio Cala­bria, Cosi­mo Vir­gi­glio ave­va pro­get­ta­to e rea­liz­za­to l' acqui­sto di un lus­suo­so alber­go alle por­te di Roma. Un modo per rici­cla­re i sol­di spor­chi e allar­ga­re il giro di dena­ro avvia­to al por­to di Gio­ia Tau­ro, dive­nu­to un vero e pro­prio var­co d' ingres­so dei prin­ci­pa­li traf­fi­ci ille­ci­ti ver­so l' Ita­lia e l' Euro­pa. Pro­prio a Gio­ia Tau­ro l' impren­di­to­re ora accu­sa­to di asso­cia­zio­ne mafio­sa ha fat­to da anel­lo di con­giun­zio­ne nell' ine­di­ta allean­za fra ndran­ghe­ta e com­mer­cian­ti cine­si.

Occu­pan­do­si poi di rein­ve­sti­re i sol­di, met­ten­do nel­le mani del­la cosca Molè l' hotel a quat­tro stel­le «Vil­la Vec­chia», nel cuo­re dei castel­li roma­ni, «cir­con­da­to da uno splen­di­do par­co e immer­so fra arte e natu­ra», come reci­ta lo slo­gan pub­bli­ci­ta­rio dif­fu­so sull' appo­si­to sito Inter­net. Le ore e ore di inter­cet­ta­zio­ni tra Vir­gi­glio e i suoi inter­lo­cu­to­ri – rac­col­te nell' inchie­sta del pub­bli­co mini­ste­ro Rober­to Di Pal­ma, coor­di­na­ta dal pro­cu­ra­to­re aggiun­to Miche­le Pre­sti­pi­no e dal sosti­tu­to pro­cu­ra­to­re nazio­na­le anti­ma­fia Rober­to Pen­ni­si – han­no segui­to pas­so dopo pas­so l' ingres­so dei Molè nell' alber­go, attra­ver­so la socie­tà di Vir­gi­glio, pri­ma con la gestio­ne dei risto­ran­ti e poi con l' acqui­sto del­la strut­tu­ra. Men­tre le trat­ta­ti­ve con i pre­ce­den­ti pro­prie­ta­ri sono in pie­no svol­gi­men­to, il 1° feb­bra­io 2008 Roc­co Molè vie­ne assas­si­na­to in una stra­da alla peri­fe­ria di Gio­ia Tau­ro, da un sica­rio che gli spa­ra quat­tro col­pi di cali­bro 9 in testa. «Pur­trop­po è ormai la ter­za vol­ta nel­la vita che c' ho que­sti sen­ti­men­ti… pur­trop­po… tre allo stes­so modo guar­da caso», com­men­te­rà Vir­gi­glio in una del­le con­ver­sa­zio­ni regi­stra­te dai cara­bi­nie­ri che sono anda­ti a cer­ca­re i pre­ce­den­ti; sco­pren­do che uno zio dell' impren­di­to­re fu ucci­so nel cir­co­lo ricrea­ti­vo di Rosar­no nel 1994. 

L' affa­re non si fer­ma e uno dei nipo­ti del boss assas­si­na­to, il ven­ten­ne Nino Molè det­to ' u Ian­cu (il bian­co, ndr), quat­tro mesi dopo l' omi­ci­dio del­lo zio, par­lan­do al tele­fo­no con la fidan­za­ta stra­nie­ra pro­prio da «Vil­la Vec­chia» le spie­ga che «a casa tua, quan­do man­gi man­gi gra­tis»; facen­do­le così capi­re, anno­ta­no gli inve­sti­ga­to­ri, che «l' alber­go è di sua pro­prie­tà per cui non è tenu­to a paga­re nul­la». Dell' hotel ai Castel­li, stan­do alle car­te dell' inchie­sta, par­la­no anche i Molè che sono in car­ce­re nei col­lo­qui coi loro fami­lia­ri, ma dopo la mor­te di Roc­co – rico­strui­sco­no i pub­bli­ci mini­ste­ri – Vir­gi­glio deci­de di cam­bia­re caval­lo. I Molè si sono inde­bo­li­ti, e lui «ha la neces­si­tà di tro­va­re nuo­vi "padri­ni" che lo tute­li­no e gli per­met­ta­no di con­ti­nua­re il suo busi­ness all' inter­no del por­to». Per con­ti­nua­re a gesti­re i traf­fi­ci, secon­do l' accu­sa l' impren­di­to­re avreb­be stret­to un nuo­vo pat­to con la ' ndri­na dei Pesce, anch' essa mol­to for­te a Gio­ia Tau­ro, ma sen­za rom­pe­re coi Molè. Addi­rit­tu­ra, nel­le inter­cet­ta­zio­ni si par­la di una pos­si­bi­le «liqui­da­zio­ne» dei pre­ce­den­ti allea­ti, a suon di milio­ni di euro. Per gli inqui­ren­ti, la figu­ra dell' uomo d' affa­ri così come è emer­sa dall' inda­gi­ne diven­ta qua­si un caso di scuo­la: «Vir­gi­glio è il clas­si­co "impren­di­to­re mafio­so", che ope­ra costan­te­men­te sot­to l' ombrel­lo pro­tet­ti­vo del­la ' ndran­ghe­ta, ponen­do­si al ser­vi­zio di essa per gli sco­pi che que­sta per­se­gue; i con­fi­ni fra gli inte­res­si del­la ndri­na di rife­ri­men­to e quel­li impren­di­to­ria­li in sen­so stret­to si affie­vo­li­sco­no sino a dive­ni­re impal­pa­bi­li: l' uno (l' impren­di­to­re) si appog­gia sull' altra (la ' ndran­ghe­ta) e vice­ver­sa, nel rag­giun­gi­men­to di inte­res­si comu­ni».