In Sicilia energia ferma al palo. Un elettrodotto di Terna bloccato perché la magistratura ha sequestrato un pilone

Alessandro Beulcke Panorama NARRA OMERO che Ulisse, tra Scilla e Cariddi, se la vide assai brutta. Oggi, circa 3.300 anni dopo le avventure del re di Itaca, nello stesso tratto di mare si consuma un’altra Odissea. Non meno epica nel suo genere. Protagonisti della nuova epopea non più eroi e mitiche creature marine, ma ben altri mostri. Se possibile, ancora più temibili: sindrome Nimby («not in my back yard», non nel mio cortile), contestazioni, falso ambientalismo. E il più terribile di tutti: la burocrazia. Veniamo ai fatti. Terna, l’operatore nazionale di reti per la trasmissione di energia elettrica, tra Sicilia e Calabria ha progettato e realizzato il nuovo elettrodotto che collega l’isola alla penisola, tra Sorgente (Sicilia) e Rizziconi (Calabria). Un’opera maestosa: 105 chilometri di lunghezza complessiva, di cui 38 sotto il mare (il più lungo cavo sottomarino a corrente alternata al mondo), 700 milioni di euro di investimento. Il nuovo progetto permetterà di demolire 170 chilometri di vecchie linee elettriche e di determinare l’abbassamento del costo dell’energia elettrica in Sicilia.

Un gap che si traduce in 600 milioni di euro di maggior costo all’anno, ancora oggi scaricato sulle bollette di tutti i cittadini italiani. Calcolando i ritardi, parliamo di circa quattro miliardi di euro di «costi del non fare», cioè costi che l’Italia avrebbe evitato se l’opera fosse stata completata nei tempi previsti. Già, perché l’elettrodotto è stata autorizzato dal ministero dello Sviluppo economico nel 2010, dopo un iter durato tre anni e mezzo, e dopo oltre cento incontri e tavoli di lavoro con le amministrazioni locali. E sì che la legge parla chiaro: l’iter autorizzativo previsto dalla legge, la 239/04, fissa in 180 giorni il limite temporale per tali autorizzazioni. Ok, Ulisse se la cavò peggio, peregrinando per il Mediterraneo per dieci lunghi anni, ma si dà il caso che l’odierna odissea non sia finita qui. L’inaugurazione dell’opera, infatti, era prevista a breve. Ma la magistratura di Messina, in seguito all’ennesima denuncia, questa volta dell’associazione Man (Mediterraneo natura), ha ordinato a febbraio, e a metà del mese scorso confermato, il sequestro del palo numero 40. Quindi, un nuovo blocco in attesa di dirimere la questione nel processo, o con un ricorso in Cassazione. Con i tempi della giustizia italiana, il record di Ulisse può dunque essere ancora battuto. Ma perché la denuncia dell’associazione è stata accolta dalla procura di Messina? E qui cambiamo autore e passiamo in un salto da Omero a Kafka. Perché i tempi di via libera al progetto sono stati, come abbiamo visto, mostruosamente (è il caso di dirlo) lunghi. E nessuno (no, non quel Nessuno) sa cosa può accadere quando passano così tanti anni…

Per esempio che la Regione Sicilia adotti un piano paesaggistico con nuovi vincoli. Vincoli del tutto inesistenti quando il progetto fu approvato. In sintesi: l’opera è autorizzata tra mille difficoltà che ne rallentano, appunto, l’apdiprovazione. Nel corso degli anni possono cambiare molte cose, comprese le leggi. E se cambiano le norme, può capitare che l’opera progettata tempo addietro non ne rispetti qualcuna. Certo, questo succede solo quando invece di 180 giorni l’iter dura qualche anno. Secondo l’associazione Man a questo punto l’opera non dovrebbe più realizzarsi. Peccato che, al netto del sequestro del pilone 40, l’elettrodotto sia praticamente finito. Eccolo il mostro della burocrazia, in tutta la sua potenza. Quel mostro a cui l’Associazione Italiadecide di Luciano Violante ha dedicato il suo ultimo rapporto, presentato lunedì 13 aprile alla Camera. Titolo: «Semplificare è possibile: come le pubbliche amministrazioni potrebbero far pace con le imprese». Otto le proposte principali, di cui tre sono quelle che vogliamo qui ricordare: certezza sul «chi fa che cosa» tra Stato e Regioni, stabilizzare la legislazione, limitare il ripensamento. Così fosse, c’è da sperare che alla presentazione del prossimo rapporto non sentiremo più dire, come ha fatto lunedì il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, che «la rappresentazione decadente della nostra pubblica amministrazione nel recente passato, spesso con il concorso di parte della politica, è stata un danno per tutti». Recente passato? L’odissea continua.

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