Inchiesta ndrangheta, la difesa: “Nessuna cosca insediata nell’Astigiano”

Massimo Coppero Lastampa.it ASTI – Stamani nuove udienze al tribunale del Riesame di Torino per discutere le istanze di scarcerazione degli avvocati di alcuni fra i 26 arrestati nella maxi operazione dei carabinieri che ha smantellato la presunta «locale» di ’ndrangheta tra Costigliole, Asti e Alba. Gli avvocati Aldo Mirate e Alberto Avidano, che difendono alcuni componenti delle famiglie Emma, Stambè e Catarisano, hanno preannunciato l’intenzione di contestare l’esistenza stessa dell’associazione di stampo mafioso. Mancherebbero indizi sulla costituzione della «locale» astigiana e sul «battesimo» di affiliazione. L’avvocato Avidano ha inoltre fatto sapere che porrà dubbi sulla presunta tentata estorsione all’immobiliarista Alberto Fassio. Quest’ultimo nel 2016 aveva dichiarato ai carabinieri di essere stato minacciato di morte, circondato e colpito al volto in corso Casale da quattro uomini che gli avrebbero dapprima chiesto di svolgere lavori edili per la sua impresa e, al rifiuto, una somma di 2 mila euro. Tra varie foto segnaletiche aveva riconosciuto quattro giovani, che figurano tra gli arrestati.

La morte dell’immobiliarista, l’anno scorso per un malore, è tecnicamente un punto a favore della difesa: Fassio non potrà testimoniare in aula contro gli imputati e il codice è molto rigoroso nel garantire il diritto al contro-interrogatorio da parte dei legali degli accusati. Scorrendo le 500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Giacomo Marson, emerge l’attenzione che alcuni fra i presunti appartenenti alla «locale» hanno per gli appalti pubblici di costruzione. Nei dialoghi intercettati si discute di «500 mila euro di finanziamento della Provincia» per il cantiere della «strada per Isola». «Noi dobbiamo solo capire chi si mette sotto e dobbiamo andarlo a prendere» dice uno degli arrestati in una conversazione con riferimento all’imprenditore che si aggiudicherà la gara. Dalle intercettazioni si scopre inoltre che Fabio Biglino, contitolare di due imprese di calcestruzzi finito in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, si sarebbe rivolto alla presunta cosca per cercare di ottenere una commessa di fornitura di cemento per i lavori dell’«alta velocità». Un affare da «70/80 mila euro». I giudici di Riesame non hanno ancora deciso sull’istanza di annullamento dell’arresto presentata dal suo avvocato, Claudia Malabaila

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