“Io mafioso? Macché faccio solo del bene”. Girolamo Piromalli sostiene di essere un perseguitato: “Ho la coscienza pulita”

Girolamo Piromalli

Silvana Mazzocchi Stampa Sera GIOIA TAURO 24 agosto – «Sto mangiando una pera per mandar giù tutto il veleno…», Girolamo Piromalli, 56 anni, ritenuto dalla polizia, dai carabinieri e dalla pubblicistica specializzata, il patriarca della mafia nella Piana di Gioia Tauro ci fa entrare nella sua casa. «Solo tre giornalisti — decide — perche la mia voce dovrò pur farla sentire. Ma ditelo —  continua — che quello che vi i concedo è un privilegio. Nella mia vita è la prima volta che accetto di fare un’intervista».

Girolamo «Momo» Piromalli ha letto i giornali, sa che tutti lo indicano, come già accadde all’epoca del sequestro di Paul Getty junior, come uno dei maggiori responsabili1 del rapimento di Giuseppe D’Amico, l’armatore salernitano rilasciato a Nicotera, nei pressi di Pizzo Calabro il 12 agosto scorso, dopo quarantacinque giorni di prigionia. «Questa volta abbiamo puntato ai boss, ai capifila e ci stiamo riuscendo», hanno detto ieri gli inquirenti dopo il lungo e concitato interrogatorio durante il quale sono state contestate a Piromalli presunte responsabilità sul sequestro dell’armatore e grossi interessi negli appalti pubblici di Gioia Tauro.

Piromalli è attualmente indiziato di favoreggiamento per il sequestro D’Amico. «Io mafioso? — attacca —. Io sono un uomo buono, uno che se può aiuta gli altri e sono contento dì poterlo fare per me, per i miei figli». Ci fa accomodare in salotto: mobili di serie, aspetto modesto, la plastica ancora attaccata alle sedie. «Signor “Momo” — chiediamo — lei sa di essere ritenuto il “presidente” della mafia calabrese?». «Lo so, ma è falso, io non sono nessuno». Ha un’aria stanca, porta male i suoi anni: sulla gamba sinistra ha i segni di una poliflebite che gli provoca spesso malesseri e febbre, l’occhio destro è spento; un glaucoma lo ha reso cieco e ora anche l’altro occhio non vede bene. «Fu per questo — racconta — che i il magistrato di Lagonegro mi concesse la libertà provvisoria, lo scorso anno, quando finii dentro per Paul Getty. E ora sto male, voglio solo vivere in pace».

Sorbiamo un caffè già zuccherato. E’ buono. Lo ha portato sua figlia Cittina (Concetta), 13 anni, seguita dal fratello Tonino, 10 anni, tifoso dell’Inter. Sono gracili, bruni, vivaci. Nel corridoio, silenziosa compare e scompare la moglie Rosina La Ruffa. «I mìei figii. mia moglie, sono la mia vita — ricomincia Piromalli —. Loro sanno che sono innocente, altrimenti mi avrebbero condannato e abbandonato».

— Signor Pìromalli, perché si dice che lei è un mafioso se non c’è niente di vero? «Perché si parla di mafia sempre e comunque. Io non ho studiato. Ho fatto la quinta elementare, ma basta che uno sia un po’ più intelligente di un altro, che un uomo abbia la corporatura un pochino più spessa che subito dicono che fa parte della mafia».

— Ma lei, signor «Momo» è pur sempre un mito, è rispettato, stimato. «E’ vero — ammette — ma è perché sono un uomo comunicativo, parlo con tutti, sto sempre dalla parte della gente, del popolo. Ecco vedete, se qui, che è un quartiere popolare, io esco per strada, tutti mi salutano, mi stimano, mi ossequiano. Perché sanno che, se posso, io gli faccio del bene. E loro mi stanno a sentire».

— Senta «Momo»: per Getty la polizia disse di avere delle prove contro di lei, sostenne di aver trovato a casa sua una banconota da centomila lire «sporca», cioè di quelle pagate per il riscatto del ragazzo. «Così disse — risponde Piromalli — ma il giorno che vennero a perquisirmi la casa, e ci sono dei testimoni (un appuntato e un brigadiere di polizia che hanno confermato quanto vi sto dicendo e che sono poi stati trasferiti), non vollero lasciarmi i numeri di serie delle banconote sequestrate né accettare di aspettare l’arrivo del mio avvocato, Marcello Zampogna. Portarono tutto via e basta. Poi mi fecero sapere che un foglio da centomila era “sporco”. Ma dico io, l’avessi saputo, l’avrei tenuto in casa? E poi avrei aspettato per settantadue giorni qui, buono e tranquillo, che venissero ad arrestarmi?».

— Lei è stato molto tempo in prigione? «Quando ho commesso un errore ho pagato — risponde —. Nel dopoguerra, tutti facevano il contrabbando per vivere, anche chi non l’avrebbe dovuto fare. Io mi sono limitato a prendere qualche vitello, l’olio a chi l’aveva per darlo a chi non l’aveva. Era il ’45 ed eravamo poveri. Dissero che quelle che facevo erano rapine e presi cinque anni. Poi successe ancora nel ’50. Mi ero messo a lavorare con una trebbiatrice e un giorno, per motivi di invidia, mi tesero un agguato in tre e mi spararono. Io pure sparai per difendermi e ammazzai uno, un ragazzo di ventiquattro anni, Francesco Ippolito. Prima mi assolsero per legìttima difesa, poi in appello mi dettero dieci anni e ne ho scontati otto».

— E poi — interrompiamo — ci fu il confino, dopo quelli che normalmente vengono considerati gli anni della sua fortuna. «Sì, stetti in pace per un po’ di anni. Mi sposai, nacquero i miei figli, commerciavo in agrumi, ho dei terreni. Poi il 1S maggio del ’67 mi spedirono improvvisamente al confino a Capistrello, in Abruzzi in provincia dell’Aquila. Ci rimasi fino al 10 luglio del ’71 quando vennero in cinquanta ti prendermi per spostarmi nell’isola dell’Asinara, un vero inferno. Abitavamo in centoventi persone, in un antico lazzaretto. Quattro, cinque nella stessa stanza. Mangiavamo poco e male. Per arrivarci facemmo la Via Crucis: i siciliani arrivarono su una nave da guerra. Furono sei mesi di lager».

— Perché signor “Momo”, la portarono all’Asinara se lei non era un mafioso? «Lì di mafiosi, io non ne ho conosciuti. Erano tutti galantuomini». Girolamo Piromalli tornò a casa il 18 maggio del ’72, dopo cinque anni esatti di confino. «Ho sofferto. Ma ora i miei figli devono dimenticare il mio passato».

— Signor Piromalli — insistiamo — i carabinieri dicono che lei ha grossi interessi negli appalti per il porto e per il quinto centro siderurgico qui a Gioia Tauro. «Gli appalti non mi interessano, non mi interesseranno mai».

— Signor “Momo”, qui ci sono dei morti, quaranta in un anno solo nella Piana di Gioia. Se la mafia non esiste, come li giustifica? «E’ la povertà La gente ha ancora fame ed è esasperata. Allora tutto è possibile. Un uomo quando è disperato, è disposto a fare qualsiasi cosa».

— Lei conosce i Mammoliti, l’altro “clan” che la polizia indica come la maggiore cosca mafiosa della zona? «Conosco Vincenzo ed Antonio perché commerciano in agrumi, come me. Ma per quanto ne so sono dei galantuomini».

— E Domenico Lento, il costruttore arrestato per il sequestro D’Amico? «Mai visto. Io faccio vita ritirata. Non esco mai. Vivo con poche lire e alle otto di sera, in famiglia siamo tutti a letto».

— Ma vede gente, ha amici? Lei è molto noto signor Piromalli. «E’ vero, ma frequento gente perbene. Conosco avvocali. medici, sottosegretari, parlamentari».

— Un’ultima domanda, Piromalli. Si sussurra che lei verrà presto arrestato per il sequestro D’Amico… «Io sono qui. a casa mia. Aspetto perché ho la coscienza pulita. Ma intanto, poiché mi sento perseguitato, ricorrerò alla magistratura e poi continuerò ad aspettare».

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