Isola Capo Rizzuto, business dei migranti. Bruno Bossio denuncia: «Chi ha coperto Mr Misericordia?»

Giovanni Tizian Espresso.repubblica.it ENZA BRUNO Bossio è la deputata del partito democratico che aveva intuito quanto fosse marcio il sistema Misericordia gestito da Leonardo Sacco, il ras dell’accoglienza che per dieci anni ha gestito il centro di accoglienza per migranti a Isola Capo Rizzuto, secondo per capienza solo a quello di Mineo, in Sicilia. Un sistema che a partire dal 2007 ha portato nelle casse di Sacco & Co oltre 100 milioni di euro. Lunedì scorso, però, Mr Misericordia è stato arrestato dai carabinieri del Ros con l’accusa di associazione mafiosa.

È, sostengono gli inquirenti dell’antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri, l’imprenditore attraverso cui la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto ha messo le mani sul business del secolo. Su Sacco, tuttavia, esistevano già da tempo sospetti di contiguità con la ndrangheta, ma questo non gli ha impedito di continuare a prendere gli appalti e di ricevere in regime di emergenza la gestione del centro, anzi dei centri, perché a partire dal 2014 il suo gruppo della Misericordia di Isola è entrato nel centro di Lampedusa, una vetrina internazionale.

Come è stato possibile? Chi lo ha coperto? Bruno Bossio, la parlamentare del Pd che siede anche in Commissione antimafia, conosce molto bene la sua terra di origine, la Calabria, e per questo sa leggere più di altri certe dinamiche che avvengono in quel territorio. Dopo le prime interrogazioni parlamentari presentate è diventata il bersaglio di Mr Misericordia, tanto da guadagnarsi una querela per diffamazione dopo averlo definito il “Buzzi de’ noantri”.

Era il 2015, e la deputata non sbagliava a sospettare di quell’imprenditore diventato ricchissimo con l’accoglienza. Ora insieme al suo collega Ernesto Magorno, anche lui membro della commissione antimafia, ha chiesto alla presidente Rosy Bindi di proseguire nell’indagine sul sistema Misericordia messo in piedi da Sacco e dal parroco, anche lui finito in manette, fondatore della sezione locale di Isola Capo Rizzuto. Un lavoro d’inchiesta quello sulla gestione del Cara avviato già da Rosi Bindi nel corso delle missioni in Calabria della commissione, e che ora proseguira con maggiore intensità. «È necessario capire una volta per tutte ciò che non ha funzionato nei livelli di controllo», spiega Bruno Bossio a L’Espresso. «Anche quando era stato pubblicato l’ultimo bando, avevo fatto notare che sarebbe stato un errore perseverare con la Misericordia, sulla quale c’erano già forti sospetti di vicinanza alla ‘ndrangheta» aggiunge.

Ma nessuno diede ascolto alla parlamentare calabrese, anzi. «Dopo una mia interrogazione nel 2015, la Misericordia nazionale, che ha sede a Firenze, si allarmò tantissimo tanto da chiedere informazioni su di me. Mi sentivo isolata». Enza Bruno Bossio, poi, aggiunge, un particolare: «Come commissione antimafia riuscimmo a ottenere un documento in cui emergeva la vicinanza di Saccco al clan, ma il prefetto di Crotone ci rispose che a loro non risultava. Lo stesso Morcone, alla mia domanda sul catering gestito da una società legata alla cosca, mi rispose riproponendo il documento della prefettura in cui si attestava che non c’erano opacità sulle aziende, poi, invece, coinvolte nella retata di lunedì scorso».

Perché la prefettura non ha colto i segnali di cui parla Bruno Bossio? «Sarà nostro compito verificarlo, oltre che della magistratura. Ma sarà utile capire anche come mai la Misericordia nazionale ha permesso tutto ciò, non può tirarsi fuori dalla vicenda giustificando il fatto che è solo una questione locale, perchè grazie a Sacco hanno vinto a Lampedusa e incassato una parte di soldi». In effetti, Bruno Bossio non sbaglia a sottolineare il guadagno della confraternita nazionale. È lo stesso presidente Roberto Trucchi a spiegare il meccanismo ai pm: «Sulle somme pervenute dalla Prefettura di Crotone, la Confederazione Nazionale tratteneva il 5 per cento, che veniva ulteriormente ripartito alla territoriale Federazione Regionale e Provinciale. Quindi la Confederazione Nazionale tratteneva il 2 per cento, la regionale (Calabria), di cui il presidente è Leonardo Sacco, il 2 per cento, e il coordinamento zonale (Crotone), di cui è coordinatore don Edoardo Scordio l’1 per cento».

E il prefetto Mario Morcone, per molto tempo al vertice dell’Immigrazione del Viminale(oggi capo di gabinetto del ministro dell’Interno Marco Minniti)? «Con lui ho parlato spesso, ma nella sua audizione in commisisone era stato molto chiaro: nessuna irregolarità. Ha sempre sostenuto che le decisioni spettano alla prefettura e che non è possibile intervenire sulla autonomia di scelta dei singoli uffici. Fino ad oggi, dunque, si è preferito non vedere, non sentire e non parlare». riflette la deputata, che aggiunge: «L’indagine della Procura di Catanzaro ha, prima di tutto, abbattuto un impenetrabile muro di omertà che per lunghi anni ha consentito al sistema messo in piedi attraverso ‘le Misericordie’ di consolidarsi e divenire pervasivo». Insomma, con chiunque parlasse la parlamentare trovava «dei muri». Ecco perché spera che «l’indagine dell’antimafia serva a capire il perché per dieci anni la Misericordia di Sacco ha agito indisturbata».

Un vero e proprio sistema. Un sistema perfetto, lo definisce Bruno Bossio: «Composto da una triade, fatta da chiesa, misericordia e mafia, con la copertura di alcuni pezzi delle amministrazioni locali». Per la deputata Sacco ha avuto le coperture giuste, e chiede «ai magistrati di andare fino in fondo». Tuttavia pone un problema più generale: «Penso che il modello dei Cara e dei Cie in sé sia potenzialmente criminogeno, perché genera numeri ingovernabili e volumi d’affari ingestibili. È il modello che genera il business, non l’accoglienza. Il modello alternativo è quello degli Sprar, cioè un accoglienza diffusa sul territorio». Esattamente all’opposto del decreto Minnit da poco approvato, «io, infatti, non l’ho votato».

L’Espresso in edicola domenica pubblicherà un’inchiesta proprio sul sistema Sacco e Misericordia, affrontando la questione non solo dei legami criminali, ma anche le relazioni politco-istituzionali di Sacco. Uomo di potere e mafia, sostengono gli investigatori del Ros dei Carabinieri. Che nel 2014 ha avuto numerosi contatti con l’attuale sottosegretario ai Beni Culturali Dorina Bianchi e con il prefetto Mario Morcone. Telefonate registrate perché Sacco era già nel mirino della procura antimafia di Catanzaro.

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