«La Calabria è retrograda e misogina. Servono educazione e cultura»

Lirio Abbate Espresso.repubblica.it LOCRI – osa può bloccare una squadra di calcio a 5 femminile, che gioca nel campionato di serie A, al punto da far decidere al presidente della società di ritirala, di non fare giocare più le sue campionesse, cedendo il titolo sportivo anche gratis? Accade a Locri, nel cuore della Calabria, dove i fatti e le esperienze positive vengono sopraffatti e annientati da storie negative e fatti criminali spesso legati alla 'ndrangheta. Lo Sporting Locri è ritenuta, sulla scorta dell’attuale quinto posto in classifica, la squadra rivelazione della massima serie di calcio femminile a 5, l’unica in Calabria a calcare la scena nazionale di categoria. Tutto parte da una serie di minacce rivolte a Ferdinando Armeni, presidente della società, che alla vigilia di Natale ha deciso la fine delle attività. Il logo dell’Asd di calcio femminile a 5 “Sporting Locri” che ha chiuso i battenti per minacce ai dirigenti.Lui esclude che le intimidazioni arrivino dalla 'ndrangheta, parla invece di “sciacalli dementi”, facendo intendere ad un modo di pensare, ad una cultura retrograda di alcuni calabresi. Tiene fuori i clan da questa storia. Ma in Calabria non sempre la realtà è come appare. Le indagini ci spiegheranno meglio cosa è accaduto. Può una cultura retrograda e anti femminile, misogina, a Locri, costringere allo stop una squadra di calcio femminile?. «Io sono locrese; nata e cresciuta a Locri, dove ho ancora la famiglia. La risposta alla tua domanda è sì, può, e, nonostante la vostra bella solidarietà, potrà, perché nessuno rischia la vita di sua figlia per una palla. Conosco i problemi, le persone, i modi di fare, la storia, tutto; e, sinceramente, l'idea che mi sono fatta io e che la ndrangheta non centri nulla, ma sia l'iniziativa di qualche bestia misogina che vede una squadra di calcio femminile una vergogna».

Il logo dell'Asd di calcio femminile a 5
Il logo dell'Asd di calcio femminile a 5 "Sporting Locri" che ha chiuso i battenti per minacce ai dirigenti.
Così una ragazza risponde su Facebook, esaminando la situazione attuale di Locri, e facendo appello ai suoi concittadini. «Voglio dire ai miei concittadini, e non lo faccio da qui, lo faccio sempre, e per questo vengo censurata anche da quelli a me più vicini: state perdendo i vostri figli e le vostre ricchezze; chi può scappa, chi resta è perché si adatta; tra un po' di tempo non vi rimarranno che loro, mentre le persone intelligenti e capaci vi stanno già abbandonando, e voi continuerete a prendervela con lo Stato, invece che con il vostro fatalismo. Io capisco tutto, i rischi, i problemi, le violenze; è che, ad un certo punto, uno sceglie; ma in cos'altro vi devono limitare per passare il segno, oltre ad una cosa normale ed effimera come lo sport per i vostri figli? I diritti sono favori da chiedere; no, non lo voglio il ponte sullo stretto, non voglio i finanziamenti europei non controllati, non voglio i palchetti con gli uomini delle istituzioni che vengono ad indignarsi con la scorta e le reverenze, non voglio Tavecchio, misogino più degli altri, che si indigna da Roma; io voglio la legalità, che si fa con gli uomini sul territorio, e con l' educazione nelle scuole, non con due volanti in tre paesi, e un abbandono scolastico enorme». L'analisi è perfetta, e punta alla responsabilità. «Nei fatti quotidiani, conta la mentalità delle persone, la 'ndrangheta conta poco; quella conta nei grandi affari, nei soldi, nei traffici, nel pizzo, ma nella legalità piccola quotidiana conta la gente comune, le persone come me e voi. Il punto è che le cose non possono essere separate, non si può pretendere di chiedere alle persone di vivere legalmente e rischiare la vita dei propri cari in un paese in cui poi comanda la ndrangheta, e allo stesso tempo non si può chiedere di ribellarsi alla ndrangheta quando non puoi nemmeno giocare a calcio. L'intervento deve essere contemporaneo e complessivo, perché che io faccia la mia bella ed ammirevole lotta nel mio piccolo e poi mi sparino ai muri di casa non serve a nulla».

dg-armeni-sergiano-stiloE poi aggiunge: «Quel che voglio dire è che la legalità deve essere garantita a tutti i livelli e concepita come possibile difesa, e non lotta solitaria del singolo, ed in questo servono le istituzioni; altrimenti la mentalità non cambierà mai, perché alla fine ti piegano, quando pensi ai tuoi figli ti piegano. Non tutti possono andarsene». Il compito formativo della scuola in Calabria è più complesso che altrove. Qui gli insegnanti devono anche educare alla legalità, aiutare i ragazzi ad aprire i loro orizzonti andando oltre i confini della cultura imperante, a giudicare con spirito critico ciò che accade ogni giorno anche all’interno delle proprie famiglie. E i successi non mancano. Da ciò che afferma la ragazza e le altre giovani dello Sporting Locri si vede che sono state educate dalla scuola alla legalità, a riconoscere lo studio e il lavoro onesto come strumenti per farsi strada nella vita ripudiando l’illusione dei facili guadagni. Queste ragazze hanno poco a che spartire con quelle che entravano ed uscivano dal covo del mafioso latitante Francesco Pesce di Rosarno. Anche loro ripudiano la cultura mafiosa ma soprattutto per i suoi aspetti più tradizionalisti e retrivi. Anche loro hanno idee allargate e ragionano con la propria testa, ma mettono queste virtù al servizio di un obiettivo diverso da quelle educate al rispetto delle regole e contro ogni illegalità. Sanno che se anche diventeranno le preferite dell’harem del boss saranno sempre considerate donne da letto, ma avranno il rispetto della società. Ma avranno perso la rispettabilità. Per le ragazze di Locri che resistono e si ribellano, invece, è questione di dignità.

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