La campagna di Oliverio finanziata dalla ditta in odor di mafia

Alessia Candito Corrieredellacalabria.it PER IL GOVERNATORE Mario Oliverio, Antonio Spadafora è stato uno dei (più o meno) generosi finanziatori ai tempi della campagna elettorale per le regionali. Dai conti della sua ditta, la “F.lli Spadafora” – testimonia il rendiconto delle spese elettorali firmato dall’attuale presidente della Regione e depositato alla Corte d’appello di Catanzaro – il 6 novembre 2014 parte un bonifico di 2mila euro in favore di Oliverio. Per la Dda di Catanzaro (il dato emerge dall’operazione “Stige”, che ha colpito il clan Farao-Marincola di Cirò Marina lo scorso 9 gennaio, ndr) quella ditta è in tutto e per tutto un’impresa di ‘ndrangheta. E alla ndrangheta – e in particolare a Vincenzo Santoro, “U monaco”, capo della ndrina distaccata in Mandatoriccio, con competenza “criminale” specifica sullo sfruttamento delle aree boschive della Sila – per i magistrati della Dda di Catanzaro che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto sono particolarmente vicini sia Antonio Spadafora, che della ditta è amministratore, sia i fratelli Pasquale e Rosario e il padre Luigi, che gestiscono insieme a lui l’impresa, attiva nel ramo del taglio boschivo. Un settore in cui si sarebbero fatti strada grazie anche (se non soprattutto) alla protezione dei clan.

A spiegarlo agli inquirenti è stato anche il pentito Francesco Oliverio, capo della ‘ndrina di Belvedere Spinello prima di iniziare a collaborare con la giustizia. «Fin dal 2005, avevo organizzato un vero e proprio sistema per controllare gli appalti di taglio dei boschi avvicinando una serie di imprese e cioè le ditte di Pasquale Spadafora, che è stato formalmente rimpiazzato (affiliato, ndr) da me nel 2006 con il grado di “Picciotto” e che, nel 2008, ha ricevuto il “merito di Camorrista” dai miei parenti quando io ero dimorante in Milano. La ditta Bitonti Giovanni detto “spaccacinera” e la ditta dei fratelli Fratto. I titolari di queste due ditte sono dei contrasti onorati nel senso che devono stare alle direttive dell’uomo d’onore cioè Pasquale Spadafora». Una “pratica” abbastanza diffusa a detta del pentito, che nei verbali del 21 e 22 ottobre 2014 spiega che «avevamo interesse ad affiliare gli imprenditori in modo tale da partecipare ad importanti appalti». Il meccanismo – afferma Francesco Oliverio – era rodato. «Una volta effettuata una valutazione del valore di un bosco – spiegano i magistrati – essendo le gare d’appalto ad offerte a rialzo, la criminalità riusciva a far concordare le offerte da parte delle ditte affinché ci si aggiudicasse un lotto ad un prezzo inferiore rispetto al reale valore facendo sì che la differenza confluisse nella “bacinella”». E – sottolinea il pentito – «lo stesso Pasquale Spadafora, il padre Luigi, Luigi Comberiati decidevano quanto valeva l’appalto e quindi la cifra che la ditta doveva versare in bacinella…».

In più – afferma ancora il pentito – «a tali proventi andavano aggiunti quelli derivanti dai tagli illegali che venivano perpetrati sul lotto aggiudicato. Le ditte infatti non si limitavano mai ad abbattere solo gli alberi previsti dal progetto di taglio ma ne abbattevano molti di più, sconfinando spesso anche nei boschi limitrofi. Anche su questo legname, che veniva spesso venduto come legna da ardere, la criminalità organizzata pretendeva una quota». Un sistema di cui, secondo quanto emerso nell’operazione “Stige”, l’azienda che ha finanziato la campagna del governatore Oliverio sarebbe stata uno degli ingranaggi fondamentali. «Tramite i fratelli Spadafora e Luigi Comberiati – racconta il pentito – avevamo la possibilità di avvicinare Guardie Forestali che non espletavano controlli rispetto alle ditte a noi vicine mentre controllavano quelle che non stavano ai nostri patti. Infatti, i guadagni dai tagli conseguivano, soprattutto, dai tagli non autorizzati con l’appalto. Voglio significare che i boschi contigui a quelli da tagliare secondo l’appalto venivano devastati» In più di un’occasione, non solo la loro ditta avrebbe poi effettivamente svolto i lavori che altre imprese si erano aggiudicate alle aste bandite dai Comuni di Scigliano, Colosimi e Mandatoriccio, ma i tre fratelli e il padre si sarebbero personalmente occupati di minacciare e allontanare i titolari delle ditte potenzialmente concorrenti. «Tu magari ti pensi che … tengo la testa più di a cazzo di te, io ci vado a mettere i tronchi e non ti ci faccio andare più e ti faccio pure una passata di cazzotti…omissis …non la prendere per cazzonaggine, che io sono più pericoloso di tutti» dice – intercettato – Antonio Spadafora al titolare di una ditta, “reo” di non aver chiesto il permesso di utilizzare un piazzale per il deposito della legna e costretto con minacce e danneggiamenti a ridimensionare lavori e rinunciare a commesse. Ma non si è trattato di un caso isolato.

Per il pentito Oliverio, erano loro «gli incaricati ad effettuare i danneggiamenti alle ditte che non si allineavano alle direttive imposte dalla criminalità organizzata. Proprio grazie alla gestione dei boschi della Sila gli Spadafora erano stati utilizzati anche per garantire la latitanza di Farao Silvio e Marincola Cataldo». Tutte accuse che ieri hanno portato i tre fratelli – Antonio, Pasquale e Rosario – e il padre Luigi in carcere con l’accusa di essere imprenditori del clan del Cirotano. E che oggi potrebbero obbligare il governatore Mario Oliverio a spiegare in virtù di quali rapporti abbiano finanziato la sua campagna elettorale.

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