La corsa a perdifiato di un ragazzino nel mondo. In sala il 31, «A Ciambra», di Jonas Carpignano, romanzo di formazione che reinventa il racconto della realtà

Cristina Piccino Il manifesto C’È UN RAGAZZINO CHE VUOLE crescere in fretta eppure davanti al bivio tra l’infanzia e l’età adulta avrà ancora un attimo di esitazione: cosa significa crescere, quali rinunce,quale destino? Pio ha tredici anni, beve, fuma già molte sigarette ma intorno lui fumano anche i più piccoli. Vive alla Ciambra, una comunità rom a Gioia Tauro, paesaggio di mondezza, abusivismi, regole ferree di divisione del territorio con la mafia locale che detta le leggi, loro i gitani da una parte e i migranti dall’altra, africani soprattutto, quelli ammassati tra accampamenti, squat, e necessaria «arte» della sopravvivenza. Ma Pio, così si chiama il ragazzino, ha in testa la lezione del vecchio capo della comunità, il nonno che arriva da un passato lontano,ormai forse soltanto leggenda, che gli dice di non piegarsi,di essere libero nel mondo.

A Ciambra, il nuovo film di Jonas Carpignano, arriva in sala il 31: va visto e sostenuto prima dell’inondazione sugli schermi dei film italiani in selezione a Venezia. Come il precedente, Mediterranea, rimasto senza una distribuzione italiana fino adesso – nonostante il successo alla Sémainede la Critique di Cannes, dove è stato presentato due anni fa – anche A Ciambra – anteprima ancora a Cannes, alla Quinzaine – è un romanzo di formazione: nel primo si raccontava la scoperta di un mondo diverso dalle aspettative da parte di un migrante, stavolta il rito di passaggio di un adolescente, e in entrambi senza alcuna impresa «eroica» che non sia quella della realtà. Ma è proprioquesta la scommessa filmica del giovane cineasta cresciuto lontano dall’Italia, in America, e poi tornato a vivere nei luoghi dei suoi film, un’immersione che gli permette di restituirli «dall’interno». Era la vita dei migranti in un posto come Rosarno in Mediterranea – di cui ritrova uno dei protagonisti Koudous Seihon e la sua amicizia con Pio che anche in quel film smerciava alla comunità africana oggetti rubati – è la vita nelle sue sfaccettature, e in quello che magari non ci piace della Ciambra, di Pio e degli altri della famiglia Amato.

Carpignano li aveva incontrati qualche anno fa, Pio era stato protagonista del corto – presentato alla Mostra di Venezia – con lo stesso titolo. La prima volta – lo racconta il regista – era stato perché mentre giravano il cortometraggio gli avevano rubato la macchina con l’attrezzatura, e la gente del posto gli aveva detto di andare dagli «zingari»: «L’energia della Ciambra mi aveva impressionato, volevo scrivere una storia senza la pretesa di affrontare nel film una dimensione complessa come è quella dei rom che ha molte sfumature».

Non è dunque la letteratura dei gitani su cui punta anche se appare nei sogni e nei desideri confusi del giovane protagonista. Quello che interessa Carpignano è piuttosto il racconto di una contemporaneità con cui le sue immagini cercano di dialogare fuori dalle logiche che oppongono eroi «buoni» e di «cattivi». Tutto è «reale», a cominciare dagli attori che interpretano loro stessi – nessuno è un «professionista» – la verità però nascee dalla distanza narrativa che li trasforma in personaggi. È in questo spazio che il regista si incolla a Pio e ne segue (rossellinianamente) le giravolte filmando di corsa, a altissima fisicità senza respiro questo Quattrocento colpi di oggi che dietro alle piccole e grandi impennate del suo protagonista racchiude il senso di uno stare al mondo e la dichiarazione di un punto di vista da cui parlarne. Nel bene e nel male, tra le contraddizioni dei luoghi, il possibile o impossibile incontro tra chi ne è parte, le comunità come in questo caso degli africani e dei rom che non si amano, che mantengono le distanze.

La libertà che insegue Pio da un lato lo costringe a schierarsi, dall’altro nutre la sua fierezza nel non piegarsi a ciò che gli altri, anche chi guarda, lo spettatore, vorrebbero da lui. «Diventare grandi» può significare allora tradire il proprio amico, è triste ma fa parte anche questo del flusso di vita che il regista sa infondere nei suoi personaggi. Così la crescita «forzata» potrebbe essere un diverso imperativo più che una scelta compressa come è nell’obbligo di essere fedele al campo, al nucleo familiare, senza poter più trovare riferimenti al di fuori. La macchina da presa di Carpignano entra nelle crepe, discreta, sensibile, sontuosa anche anche nelle impennate imperfette; coglie il dettaglio importante, l’energia dei gesti, delle parole in dialetto strettissimo) di una messinscena del quotidiano. E soprattutto sa narrare sullo schermo mondi ai margini, di cui tutti parlano ma che difficilmente vengono raccontati al di fuori di moralismi ipocriti e pregiudizi.

Il ragazzino Pio che vuole essere capofamiglia, perché la famiglia è tutto, portare i soldi a casa anche se non sa leggere e scrivere – ma tanto adesso gli sms si possono mandare a voce – è davanti a noi come gli altri col suo «eroismo» di ogni giorno, spavaldo e pure criminale, sul limite di cambiamenti dolorosi che appaiono quasi inevitabili, e persino sconcertanti nella loro «verità». Il cinema di Carpignano lo accompagna in questa ricerca che si fa immagine, diverso racconto possibile del nostro tempo.

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