Minnicelli, maestro del Goi espulso dopo le sue denunce: «La massoneria in Calabria ha lasciato entrare cani e porci»

Alessia Candito Corrieredellacalabria.it REGGIO CALABRIA – Estirpare la ndrangheta dalle logge sarebbe facile, immediato e utile ma nessuno sembra avere davvero la voglia o la capacità di farlo. È questa – oggi – la conclusione amara cui sembra essere arrivato l'avvocato Amerigo Minnicelli, gran maestro calabrese del Goi, espulso per aver denunciato le infiltrazioni nella fratellanza calabrese e non solo. «Io sto meravigliosamente sia dentro sia fuori dalla massoneria – assicura – Ma dentro ci voglio stare con persone per bene, non insieme a delinquenti».

Amerigo MinnicelliNon lo dice apertamente, ma da ogni parola dell'avvocato traspare l'amarezza per essere stato di fatto buttato fuori da quella che considera "casa sua". «Da Luigi Minnicelli, tenente dei Mille, fedelissimo di Garibaldi e massone – ci tiene a sottolineare – ci sono moltissimi esponenti della mia famiglia che hanno fatto parte della massoneria. È questo il motivo di dispiacere e di rammarico per come le cose stanno scivolando via». Lui, Amerigo, è stato accompagnato alla porta.

Ha puntato il dito contro il boom di iscrizioni che – in Calabria in particolare e in Italia in generale – hanno pompato il numero delle logge, ha spiegato che la troppo rapida crescita – cui hanno contribuito non pochi personaggi poi coinvolti in varie inchieste spesso di ndrangheta – ha alterato l'elezione del Gran Maestro. E questo non è piaciuto. «C'è un documento firmato da un certo numero di Maestri venerabili, condiviso sia a livello regionale che a livello nazionale – perché se c'è un'infiltrazione le propaggini non si limitano alla Calabria e a noi deriva dall'aver visto molti iscritti al Grande Oriente d'Italia coinvolti in diverse inchieste – che nel novembre 2012 sollecitava i vertici del Goi a discutere della questione. Ci fu una riunione del collegio dei maestri venerabili durante la quale venne discussa la nostra richiesta, ma non è successo niente. Dopo è stato solo fatto il processo a me».

Il primo, quello di fronte al Tribunale massonico, si è concluso con la sua espulsione. «Loro hanno preso la palla al balzo – mastica ancora amaro Minnicelli – C'erano le elezioni della Gran Maestranza. Castigarne uno per educarne cento, funziona. Quel procedimento è un messaggio per tutti i Gran Maestri che hanno denunciato». Il secondo, quello in sede civile che ha chiamato in causa l'ex Gran Maestro Gustavo Raffi, si è concluso anche peggio: «A Roma mi hanno condannato a pagare quindicimila euro di spese legali per due udienze, sono stato condannato per lite temeraria nonostante tutti i documenti che ho esibito. Adesso siamo in appello e spero che un giudice a Berlino ci sia, perché io non ho denigrato il Goi, non è che abbia usato espressioni offensive nei confronti del Maestro. Io ho semplicemente sottoscritto un documento e su goiseven – sito oggi off line – abbiamo pubblicato una serie di articoli che spiegavano la situazione. Se poi uno si disturba perché ha la coda di paglia alzo le mani».

massoneria logoIn realtà, Minnicelli, alla battaglia non ha rinunciato mai. Dalla sua espulsione, ha iniziato a bussare a tutte le porte pur di trovare qualcuno disposto ad ascoltare le sue denunce, ma non ha avuto fortuna. Inascoltata è stata anche la lettera che ha scritto alla presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, nonostante proprio lei avesse chiesto ai massoni collaborare alla pulizia delle logge dai comodi studi della televisione di Stato. Ma lettera morta sono rimaste anche le esplicite richieste fatte da Minnicelli a una delle parlamentari antimafia.

«Io – dice Minnicelli – ho parlato anche – perché la conosco da qualche decennio – con Enza Bruno Bossio che fa parte della commissione antimafia. Le avevo chiesto di intercedere presso la presidente per avere una risposta. Non pretendo di essere audito, non ho novità da offrire, ma quanto meno ottenere una risposta. Enza mi ha detto: "Siccome io non mi occupo di questo ramo, ho difficoltà" e mi ha mollato». Ma per Minnicelli, la sottovalutazione del problema – oggi – è generale. «Non si vuole capire – sottolinea – che è interesse dello Stato e dei cittadini a che questa organizzazione sia pulita. Perché è stata fatta un'inchiesta sulla P2? Perché un fenomeno di corruzione all'interno della massoneria interessa allo Stato, perché interessa al cittadino sapere che se ha a che fare con un massone, può non condividerne il pensiero, ma ha a che fare con una persona perbene».

Parole al vento. E d'altra parte – sostiene – è impensabile che un nuovo sussulto venga dal Goi. «Non ha interesse ad affrontare la situazione. Fra chi teme per la ritorsione, chi ottiene dei vantaggi, fra chi fa carriera all'ombra del silenzio, di fatto non può avvenire nulla». Eppure i segnali di allarme sull'infiltrazione della 'ndrangheta nelle logge non mancano. E non si limitano alla preziosa affermazione del boss Luni Mancuso (alias "Vetrinetta"), che intercettato dagli investigatori spiega che la 'ndrangheta «non esiste più», è folclore, perché la 'ndrangheta vera si è trasferita all'interno della massoneria, anzi è «sotto la massoneria». Al riguardo, Minnicelli, «da massone», dice di provare raccapriccio solo al pensiero. Ma lui stesso ha denunciato l'ingiustificabile boom delle logge in Calabria, alimentato da troppi personaggi ingombranti, troppo spesso accusati di reati gravi e per questo finiti al centro delle cronache, ma mai estromessi dalla fratellanza. Al massimo, afferma l'avvocato, sospesi. Il risultato è una situazione che ha del surreale.

«La Calabria – spiega il maestro venerabile – fa un 1,7 milioni di abitanti scarsi, la metà sono donne, un terzo sono bambini e anziani, dunque gli uomini fra i trenta e i sessant'anni – cioè potenzialmente quelli che possono entrare in massoneria – non sono tantissimi. Facendo i conti, ci sono duemila iscritti al Goi, non so quanti ne abbia Piazza del Gesù, più tutte le massonerie – ce n'è una ogni angolo – in pratica c'è un cittadino su due che si definisce massone. È una cosa assurda». Assurda ma non per il Goi, che – anzi – ne ha approfittato.

«Se il Grande Oriente d'Italia si mette a fare il massonificio – perché gli iscritti diventano da 500-600 a duemila in dieci anni – qualcosa sotto ci sarà. Chi ha portato avanti questo progetto aveva l'obiettivo di diventare Gran Maestro o di restarci. Allora poco se ne è fregato se all'interno del Goi sono entrati cani e porci. Perché è chiaro che diventa impossibile controllare duemila persone. D'altra parte, se fai entrare un cane da una parte non lo puoi estromettere dall'altra». Una situazione che ha provocato non pochi mal di pancia – e non solo in Calabria, dove il trend è più marcato – ma fra i "confratelli" di tutta Italia. In molti hanno anche firmato il documento che è costato l'espulsione a Minnicelli.

«Quando questi maestri venerabili hanno invitato a riflettere su questa degenerazione, questi dirigenti avrebbero dovuto dire avete ragione, fermiamoci. Ma se servono i voti… questo è avvenuto da quando Raffi fece la riforma, un iscritto un voto. Sarà anche una cosa democratica, ma dobbiamo vedere dove porta». Le prospettive del maestro venerabile rossanese sembrano fosche. «Se il lavoro all'interno della massoneria scade nel "cosa mangiamo domani?", "dove andiamo a cenare dopodomani?", "chi hanno nominato direttore?", "vediamo se possiamo far nominare questo", non serve, diventa un ente inutile. E non solo in Calabria. Questo – ci tiene a sottolineare – non è un problema della massoneria, ma un problema dell'intera società. Facciamo un esempio, parliamo di buddisti. Se l'organizzazione dei buddisti in Italia funziona bene, secondo i princìpi del buddismo, è una cosa che è utile alla società. Se i buddisti italiani si mettono in mente di fare la scalata alla presidenza del Consiglio o se si mettono d'accordo con la delinquenza per spacciare eroina è dannoso».

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