La pentita che sapeva di dover morire. «Nelle nostre famiglie non c’è perdono»

Giovanni Bianconi Corriere.it ERA UN DESTINO segnato quello di Maria Concetta Cacciola, donna di ndrangheta di appena trent’anni che sognava il riscatto. Ma i genitori le avevano preso i figli, e subì il ricatto: per rivederli doveva ritrattare le accuse e scagionare i parenti dai rapporti con le cosche che lei stessa aveva ricostruito nelle dichiarazioni a magistrati e carabinieri. L’unico modo per riabbracciarli era districarsi dallo Stato e tornare a casa, nella braccia della famiglia. «Ti perdoniamo», le avevano detto, ma lei sapeva che così non sarebbe stato. «Le sappiamo queste cose come vanno nelle famiglie nostre, no?», confessava a un’amica il 6 agosto 2011. Due settimane dopo, rientrata in Calabria, morì per apparente suicidio ingurgitando acido muriatico. Padre, madre e fratello sono già stati condannati per maltrattamenti e minacce, e così un avvocato che s’era prestato al gioco della ritrattazione «indotta».

Nei giorni scorsi è toccato a un altro avvocato, Gregorio Cacciola, zio di secondo grado della vittima, condannato a 6 anni e 4 mesi dal tribunale di Palmi: è un ulteriore segnale — anche se è solo un verdetto di primo grado — del coinvolgimento della «zona grigia» negli affari di ndrangheta, professionisti che si piegano alle esigenze dell’organizzazione criminale, ben oltre il mandato legale. Ma dietro questo storia riemerge il dramma consumatosi in una famiglia della Piana di Gioia Tauro appena quattro anni fa, in pieno ventunesimo secolo. Genitori e fratello che ricattano una giovane madre per disinnescare una «pentita» pericolosa per loro e per il clan, e lavare l’onta dalle sue dichiarazioni agli «sbirri» fino a farla morire. «È materia per una tragedia greca», ha spiegato agli increduli parlamentari della commissione antimafia il pubblico ministero Giovanni Musarò, che ha sostenuto l’accusa nel processo contro l’avvocato Cacciola. E nel dibattimento ha utilizzato le intercettazioni della donna cosciente di dover morire, ma incapace di resistere alle pressioni per amore dei figli che altrimenti non le avrebbero fatto rivedere. Le accuse di Maria Concetta riguardavano il clan Bellocco di Rosarno.

«L’ascoltammo con la collega Alessandra Cereti — ha raccontato il pm Musarò all’Antimafia —, nel primo verbale parlò di una serie di omicidi, e ci rendemmo conto che era attendibile; lei era terrorizzata». A maggio 2011 fu inserita nel programma di protezione, poi però tornò in contatto con i familiari che cominciarono a pressarla facendo leva sui figli — 16, 12 e 7 anni di età, rimasti in Calabria coi nonni — che le mancavano tanto. «Io vorrei tornare a casa per i miei figli, perché i figli non me li mandano — diceva all’amica Emanuela —… I miei non me li hanno mandati, i figli, perché loro hanno capito che se mi mandano i figli… è finita, no?! Non ritorno più… Non mi sento pronta, mi spavento a ritornare». In seguito per loro, i suoi ragazzi, Concetta si arrese e tornò, ma ad agosto 2011 richiamò i carabinieri. E quando sembrava tutto pronto per l’ultimo passo verso la nuova vita protetta, morì avvelenata. Agli atti dei processi e della tragedia restano le telefonate intercettate con Emanuela, in cui la donna si mostrava consapevole di ciò che l’attendeva. Ma nonostante tutto scelse di andare incontro al suo destino. Ancor prima di rientrare in Calabria confidava all’amica: «Mi ha detto che mi perdonano, che basta che ritorno a casa e per loro sono perdonata… Mio padre mi ha detto “vieni a casa, che ti giuro che non ti tocca nessuno”… Però io ti dico la verità… io un poco mi spavento».

Ed ecco, subito dopo, il motivo della paura: «Tu lo sai che questi fatti non te li perdonano, no?… La verità… Loro lo fanno apposta per farmi tornare, hai capito?… Dice “così ritratti tutte cose, quello che hai detto e quello che non hai detto”, capito?… Dice “tu te la vedi con l’avvocato”, dice “mettiamo l’avvocato, ti togli tutte queste cose”…». Ma all’idea della clemenza in famiglia, Concetta non credeva affatto: «Questo è quello che mi spaventa, Emanuela. Le sappiamo queste cose come vanno nelle famiglia nostre, no?! Almeno nella mia famiglia. Ti dicono che ti perdonano però che so, nel cuore… Già l’onore non lo perdonano, questa cosa poi gli è caduta più del fuoco e della fiamma…». Poi c’era l’altro problema: finché doveva ritrattare le proprie deposizioni la donna serviva viva, ma una volta rinnegate le accuse, chi l’avrebbe salvata dalla ritorsione? Glielo chiese Emanuela, in quel colloquio intercettato: «Tu dici “la garanzia mia, della mia vita, dov’è?”». La risposta di Maria Concetta confermò i dubbi che l’attanagliavano: «E la vita mia poi dov’è?… Emanuela se eri tu cosa facevi? Ti facevi ammazzare?… Penso io: “e chi me lo fa fare a ritornare, poi so se vivo un anno, un altro anno e mezzo”…».

Il massimo che si concedeva di tempo prima della vendetta: un anno, uno e mezzo al massimo. Invece non è durata che pochi giorni l’attesa di Maria Concetta Cacciola, che una volta riabbracciati i figli meditava di tornare dalla parte dello Stato. È morta con l’acido muriatico due settimane dopo queste parole, non appena registrata su un nastro la ritrattazione. E ora, dopo le condanne per maltrattamenti e minacce, la Procura antimafia di Reggio Calabria indaga per omicidio.

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