La ribellione di Carmelina, lasciata sola. La scalata di Nunzia, manager del clan

Giovanna Pezzuoli Corriere.it CARMELINA PRISCO è una giovane donna che non ha mai avuto a che fare con la camorra. Ha una piccola ditta di pulizie grazie alla quale mantiene la sua numerosa famiglia, ma la notte tra il 13 e il 14 agosto del 2003 la sua vita ha una svolta: mentre è in bici con le amiche, due giovani a volto scoperto le si affiancano e sparano. Tra i tavolini del Roxy bar di Mondragone rimane ucciso Giuseppe Mancone, detto Rambo, spacciatore della zona. Salvatore Cefariello, di Ercolano, che ha esploso i colpi mortali per un probabile regolamento di conti, le punta la pistola alla schiena in segno intimidatorio. Lei resta paralizzata dalla paura ma ricorda tutto del killer e il mattino seguente va dai carabinieri e disegna un identikit dell’omicida. Dopo qualche mese l’assassino viene arrestato e lei si presenta al riconoscimento, incastrandolo. E non si tira indietro neppure al processo. Carmelina viene inserita nel programma di protezione dei testimoni di giustizia e da un giorno all’altro deve lasciare tutto, lavoro, famiglia, amici. «Vieni strappata dalla tua vita come un bambino viene strappato dal grembo materno, il tuo passato è azzerato, rimani in stand by» Carmelina racconta tre anni durissimi tra una stanza d’albergo e l’altra, spostata come un pacco nemmeno tanto gradito allo Stato. Trattata quasi come se fosse un collaboratrice di giustizia, lei, la «rosa nel deserto» (come l’ha definita il magistrato antimafia Raffaele Cantone) che con il suo gesto aveva incrinato il muro d’omertà che da anni esisteva nel casertano. A dodici anni da quell’omicidio Carmelina vive ancora a Mondragone. Senza alcuna tutela.

La scelta coraggiosa di Carmelina è raccontata in «Sdisonorate. Le donne e le mafie», dossier collettivo, curato dall’associazione antimafie daSud che mette al centro storie inedite di «donne contro», che si sono ribellate con gesti individuali o collettivi e altamente simbolici, come il digiuno delle donne dopo le stragi del ’92 a Palermo, ma anche storie di donne boss. Donne che hanno ruoli di responsabilità e comando, che si sono fatte strada dentro una struttura maschile che sembrava fosse impossibile scalare. Alcune di loro sono diventate collaboratrici di giustizia, altre non si sono mai pentite. «Dopo il successo di Sdisonorate le mafie uccidono le donne – spiegano Angela Ammirati, Irene Cortese e Cincia Paolillo, curatrici del volume, edito da Terrelibere.org, – abbiamo deciso di porre lo sguardo sulle donne come soggetti attivi. Nel primo dossier svelavamo e denunciavamo il falso storico che donne e bambini dalle mafie non vengono uccisi, raccogliendo le storie di oltre 150 donne assassinate. In questo dossier raccontiamo il protagonismo delle donne nelle mafie, sia nel loro opporsi, sia nel loro essere “dentro” il contesto criminale». Il fil rouge che unisce i due dossier, oltre allo sguardo di genere, è l’importanza del racconto come atto di civiltà politica contro l’azione mortifera e violenta delle mafie. Scrivono le curatrici: «Raccontare significa dare visibilità alle cose che accadono, ignorate e strumentalizzate, agendo quel passaggio dall’antropologia del “non mi riguarda”, retaggio di arcaismi mafiosi e culturali riattualizzati dalla criminalità organizzata, a quella del “ci riguarda”, che è oggi la grammatica sentimentale di molte esperienze politiche delle nuove generazioni, all’origine della nostra associazione»

«Donne contro», dunque, come Felicia Impastato o Denise Cosco, che nella maggior parte dei casi, a seguito all’uccisione violenta dei propri congiunti per fatti di mafia, hanno trasformato il dolore privato del lutto in una scelta civica di protesta e ribellione. Protagoniste di un medesimo gesto di rottura sono le «Donne di mezzo», che provenendo da contesti mafiosi scelgono di collaborare, rompendo in maniera drammatica con i loro affetti. Sono donne di confine tra un «dentro», di cui hanno fatto parte anche assumendo ruoli attivi nell’attività criminale, e un «fuori» che, in seguito alla scelta di collaborare, è tutto da riempire e reinventare attraverso nuovi valori di riferimento. Un aspetto che accomuna queste donne è spesso la condizione di violenza e sudditanza subita all’interno delle famiglie di origine. Emblematico è il caso Giuseppina Multari, ridotta in schiavitù e costretta alla segregazione perché ritenuta colpevole del suicidio del marito, appartenente alla famiglia Cacciola di Rosarno. Le prime indicazioni sull’inferno vissuto, arrivano da una lettera del 2006. Minacce di violenza fisica, per lei e per i suoi familiari all’estero, ma anche l’obbligo di sottostare alle regole di casa Cacciola. Sarà proprio la morte del marito a segnare un ulteriore spartiacque nella vita di Giuseppina Multari: «Da quel momento la situazione per me è diventata assolutamente invivibile. Non potevo uscire liberamente di casa, ma solo chiedendo il permesso ai miei suoceri o ai miei cognati che avrebbero dovuto accompagnarmi; non mi si rivolgeva la parola; mi veniva impedito anche di curarmi, nel senso che erano loro a stabilire quale medico e come avrebbe dovuto visitarmi. Il giorno in cui ho tentato il suicidio, l’l1 febbraio 2006, ero arrivata al culmine della disperazione, in quanto mia suocera mi aveva sottratto le mie tre bambine che avrebbe dovuto portare con sé alla cerimonia di fidanzamento di mio cognato Gregorio Cacciola»

I Cacciola diventano un vero e proprio terrore per i Multari, soprattutto nel periodo in cui Giuseppina decide di collaborare con gli inquirenti, contribuendo alla scoperta di un traffico di droga internazionale e all’arresto di sedici persone del clan dei Cacciola. Un periodo drammatico, quello tra il 2005 e il 2006, che Giusy Multari sarà chiamata a ricordare diversi anni dopo, nel 2013, venendo nuovamente interrogata: «Ero a conoscenza del fatto che la famiglia Cacciola a Rosarno fosse una famiglia mafiosa: sono vissuta a Rosarno e queste cose si sanno. Tentai di lasciare mio marito durante il fidanzamento ma lui mi seguì anche a Verona, dove ero andata per dei problemi di salute. Preciso che io non sono mai stata libera di uscire durante il mio matrimonio; dopo la morte di mio marito sono stata letteralmente segregata in casa; la notte la porta veniva chiusa a chiave dai miei suoceri, le chiavi di casa erano esclusivamente nella disponibilità dei miei suoceri e dei miei cognati, questo stato di coercizione è durato quasi un anno».

I Multari sono una famiglia normale che ha pagato un prezzo altissimo, compresa la scomparsa del fratello di Giuseppina, Angelo, che l’aveva salvata dal tentato suicidio. Definite dalla stampa sensazionalista «boss in gonnella», le «donne malamente» hanno assunto nell’arco di pochi decenni ruoli considerati da sempre appannaggio dell’universo maschile. Osserva Laura Triumbari: «Sono storie di potere che da una parte smascherano il cliché della donna incapace di essere cattiva e perciò di gestire fortune economiche per conto di clan, dare ordini a uomini e sicari, essere killer a sua volta, dall’altra lasciano in sospeso il cosiddetto “dilemma dell’emancipazione”. Sono donne che comandano a tutti gli effetti, ma come? “Mandate dagli uomini?”, “Sostitute” degli uomini, approfittando per anni di un paternalismo giudiziario da parte della magistrature che non indagava su di loro?» Emblematica la storia di Nunzia Graviano, erede del potente clan che domina il Brancaccio. Nota come «a picciridda», è un’autentica manager, avida lettrice del Sole 24 Ore, investe in Borsa in aziende blue chip quotate, riscuote pizzi e affitti in tutt’Italia. Secondo l’accusa, quando viene arrestata nel 2011, «È l’alter ego dei suoi fratelli, Filippo e Giuseppe, nel loro territorio ed è in grado di gestire una vasta fortuna». Tra le prime donne ad aver agito come «reggente» di una famiglia mafiosa di primo piano, è la vera mente che sta dietro la strategia finanziaria della famiglia Graviano. Eppure i fratelli dal carcere la costringono a interrompere una relazione sentimentale con un medico siriano, non cristiano, conosciuto a Montecarlo, dove lei si occupava di gestire i loro soldi. In una conversazione intercettata, Giuseppe le dice: «Io sono siciliano, a casa nostra ci sono delle tradizioni, da noi non si usa il divorzio, qualsiasi frequentazione deve essere finalizzata al matrimonio. Ma di che religione è questo?»

Dicono le curatrici: «Abbiamo messo al centro le storie di vita delle donne per dimostrare quanto le loro singole biografie rimandino a una traccia comune: il rapporto donne e potere, la tensione tra emancipazione e libertà femminile, la dinamica tra assimilazione ed estraneità che definisce la soggettività femminile, erede di una memoria storica di sudditanza, ma anche di una forza che rompe gli argini, scardina gerarchie di potere, riscrive i destini da vittime a soggetti pieni». La riflessione prosegue nella prefazione di Celeste Costantino, deputata di Sel, attivista antimafia e femminista, che parla del pregiudizio criminale su cui le mafie hanno saputo far leva. «Si fa fatica a pensare a una donna violenta, senza scrupoli, assassina, trafficante, ladra e allora chi meglio di loro può servire per depistare indagini e per coprire reati. Siamo ancora a un livello di una strumentalità maschile che tuttavia fornisce potere alle donne, al punto tale che – una volta messe alla prova – se capaci, diventano le figure a cui affidarsi e affidare gli affari. Da questo punto di vista, la camorra è la mafia che ha sperimentato di più e che, per conformazione, ha offerto più ampi spazi d’azione. Sono sicura però che le indagini future delineeranno un quadro “sorprendente” sulla ndrangheta». E prosegue: «Non mi riferisco a donnone sanguinarie che si aggirano in terra calabrese a sgozzare uomini come se fossero capretti – cosa peraltro realmente accaduta – parlo invece di giovani professioniste che operano nei mercati di tutto il mondo per la società che non ha mai conosciuto crisi. Broker che parlano tre lingue, esperte di economia e finanza, avvocate, magistrate, manager, gestrici di locali, dirigenti di banca. Insomma quella che erroneamente continua ad essere chiamata area grigia e che ormai invece a mio avviso è a pieno titolo il nuovo volto delle mafie»

Dall’altra parte, ci sono la scoperta di un nuovo immaginario delle donne coraggiose che rompono il silenzio e l’esaltazione di un modello femminile senza precedenti. Così, scrive ancora Celeste Costantino, le donne (come del resto gli uomini) uccisi per ritorsione da parte delle mafie in seguito a una denuncia o perché non hanno abbassato la testa si trasformano ai nostri occhi in figure straordinarie, di una moralità superiore, di una forza inumana. «Qual è il cortocircuito che può innescarsi in questa giusta opera di commemorazione? Proprio il fatto che queste donne e questi uomini sono morti, sono stati uccisi. Se la lotta alle mafie ha come ricaduta la morte dei soggetti che l’hanno combattuta si disincentiva la capacità di opposizione e si introietta un’inadeguatezza nello svolgere la funzione di contrasto». All’interno di ogni capitolo di «Sdisonorate» (donne contro, donne di mezzo e donne boss) ci sono i contributi di scrittrici, sociologhe, esperte/i dei sistemi mafiosi: da Nando dalla Chiesa che descrive l’impegno di un’antimafia declinata al femminile al regista Piero Li Donni che racconta il suo incontro con Marta Cimino, ideatrice del comitato dei lenzuoli; dalla giornalista Manuela Mareso che delinea il ritratto di Maria Stefanelli, una delle prime collaboratrici di giustizia, alla storica Gabriella Gribaudi che traccia il profilo delle donne di camorra. Tanti tasselli di un’indagine intessuta delle soggettività politiche e dell’esperienza maturata all’interno di un’associazione che ha sempre interpretato e combattuto le mafie adottando un’ottica antigiustizialista, ispirata all’antimafia sociale e culturale, nel tentativo di ridisegnare attraverso linguaggi creativi un nuovo immaginario dell’antimafia.

 

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